Fonte Il Mattino di Padova
di Francesca Segato
27 novembre 2011
Ecocentro chiuso per il rischio di inquinamento della falda. Ha avuto un
esito clamoroso la segnalazione avanzata dalla Cgil con un esposto alla
Guardia Forestale, sul pericolo di inquinamento nel piazzale della De
Vizia, in viale Lombardia 22. Che l’isola ecologica fosse chiusa, se ne
sono accorti ieri mattina i tantissimi utenti che, alle prese con i
lavori del fine settimana, hanno provato a portare i rifiuti ingombranti
all’ecocentro. Giri a vuoto, perché si sono trovati i cancelli chiusi.
L’unica indicazione, un laconico cartello ad informare che l’attività
dell’isola ecologica è sospesa. Nessuna informazione sulla data prevista
per la riapertura. Davanti ai cancelli si è presto formata una fila di
macchine. Un disservizio che ha fatto infuriare le decine di persone
costrette a ritornarsene a casa con i loro rifiuti ingombranti. Cos’è
successo? L’area dell’ecocentro, gestita dal Bacino Padova 3 per il
tramite della De Vizia, è finita nel mirino della Cgil: «Abbiamo ragione
di ritenere che il deflusso delle acque piovane, all’interno dell’eco
piazzola, possa finire direttamente nella falda sottostante» scriveva il
sindacato nel suo esposto. Una denuncia che ha fatto scattare i
controlli della Guardia Forestale, il 16 e 17 novembre scorsi. Durante
queste ispezioni, sarebbe emerso che in effetti qualche problema c’era:
sul piazzale si formavano dei ristagni d’acqua. Pare che serviranno dei
lavori per regimare le acque meteoriche in modo corretto, dato che, con
il tempo, alcune tubature si sarebbero occluse. Dopo questo primo blitz,
martedì scorso, nel corso di un incontro tra Comune, De Vizia e Bacino,
è arrivata la decisione di chiudere l’ecocentro. Questo per consentire
alla Forestale di effettuare tutte le ispezioni e le verifiche del caso:
rilievi che comportano anche la necessità di spostare cassoni e
movimentare mezzi, ponendo quindi problemi di sicurezza se il centro
fosse rimasto aperto. «Per ora non è stato autorizzato alcun lavoro –
spiega il sindaco Francesco Lunghi – Il centro è chiuso per ispezione e
vedremo quale sarà la situazione e se serviranno degli interventi».
L’ecocentro è fermo già da quattro giorni e al momento non c’è una data
fissata per la riapertura. Per ridurre il disagio degli utenti di
Monselice, il Bacino Padova 3 mette a disposizione un servizio di ritiro
degli ingombranti settimanale, anziché mensile. Basterà telefonare al
numero verde 800238389. Il Bacino peraltro ha già in programma la
costruzione di un nuovo ecocentro a Monselice, in zona industriale.
Realizzazione prevista entro un anno.
giovedì 8 dicembre 2011
giovedì 27 ottobre 2011
I soldi non salveranno il Polesine
Fonte RovigoOggi
di Nicola Cappello
Rovigo - “La lettera di Aleanna indubbiamente rinforza le nostre posizioni e, la prossima settimana, faremo delle iniziative pubbliche che saranno la migliore risposta a quanto hanno scritto”. Il consigliere regionale Graziano Azzalin promette battaglia alla società texana dopo la lettera inviata alla Regione Veneto.
I texani hanno “tentato” la Regione, spiegando come le estrazioni possono essere una fonte di ricchezza per il territorio, rammentando come il titolare di ogni concessione di coltivazione degli idrocarburi è tenuto a corrispondere annualmente allo Stato, alle Regioni e ai comuni interessati, un'aliquota pari al 10 per cento della quantità estratta, oltre al quel 3 per cento destinato a un fondo per la riduzione del prezzo alla pompa dei carburanti per i residenti.
Questo portando anche l'esempio della Basilicata con i suoi 200 milioni di euro incassati solo nel biennio 2008-2009 dalle royalties, anche se va ricordato che le falde acquifere una volta destinate all'uso umano, sono inquinate (ciò dovuto anche all'estrazione di petrolio).
Se gli olandesi convivono con la subsidenza, dato che sono interessati dallo stesso fenomeno, l'azienda assicura che la stessa cosa può avvenire anche per il territorio polesano.
“Nel tentativo di rassicurare che le estrazioni di metano non creano alcun problema – spiega Azzalin –, la presidente di Aleanna commette un duplice grave errore. Il primo è di prendere l’ordinanza di archiviazione del Gip del tribunale di Ravenna dell’indagine sui presunti danni derivanti dalla subsidenza legata all’estrazione di idrocarburi dall’alto Adriatico tramite i pozzi Eni, indagine avviata proprio dalla Procura di Rovigo nel 2001. Il giudice, infatti, non ha detto che l’estrazione non provoca subsidenza, tutt’altro. Ovvero, che “la subsidenza, concretizzandosi in una mera modifica permanente del territorio, non ha di per sé alcun rilievo penale nel nostro ordinamento”.
In pratica, quanto spiegato dal giudice, è lo specchio di quanto è accaduto dopo le precedenti estrazioni di acque metanifere in territorio deltino: chi estrae guadagna, il territorio cala di livello e la cittadinanza paga il riassetto, costato in cinquant'anni, solo nel Delta del Po, circa 4 miliardi di euro. Chiaro che quanto guadagnerebbe la Regione, in caso di nuove estrazioni, dovrebbe poi essere destinato alla bonifica del territorio, magari per ricostruire idrovore e ponti.
Per Azzalin la lettera di Aleanna è un boomerang, visto che non creerà altro effetto che serrare i ranghi del mondo politico di centrodestra e centrosinistra del Veneto, in difesa del territorio. Come ha già dimostrato la proposta di legge presentata dal consigliere regionale del Pd e che ha trovato anche la firma dell'assessore Isi Coppola (Pdl) e dai consiglieri Corazzari (Lega Nord) e Mainardi (Pdl) (leggi articolo).
“Sono da rispedire al mittente anche le paginate di cifre e di numeri – continua Azzalin – con le quali si cerca di blandire il consenso sventolando il miraggio delle royalties. Perché l’esperienza dimostra come le alterazioni del territorio gravano pesantemente sui bilanci futuri e quindi le compensazioni per questo tipo di operazioni sarebbero talmente alte da rendere antieconomica l’estrazione del metano”
di Nicola Cappello
Rovigo - “La lettera di Aleanna indubbiamente rinforza le nostre posizioni e, la prossima settimana, faremo delle iniziative pubbliche che saranno la migliore risposta a quanto hanno scritto”. Il consigliere regionale Graziano Azzalin promette battaglia alla società texana dopo la lettera inviata alla Regione Veneto.
I texani hanno “tentato” la Regione, spiegando come le estrazioni possono essere una fonte di ricchezza per il territorio, rammentando come il titolare di ogni concessione di coltivazione degli idrocarburi è tenuto a corrispondere annualmente allo Stato, alle Regioni e ai comuni interessati, un'aliquota pari al 10 per cento della quantità estratta, oltre al quel 3 per cento destinato a un fondo per la riduzione del prezzo alla pompa dei carburanti per i residenti.
Questo portando anche l'esempio della Basilicata con i suoi 200 milioni di euro incassati solo nel biennio 2008-2009 dalle royalties, anche se va ricordato che le falde acquifere una volta destinate all'uso umano, sono inquinate (ciò dovuto anche all'estrazione di petrolio).
Se gli olandesi convivono con la subsidenza, dato che sono interessati dallo stesso fenomeno, l'azienda assicura che la stessa cosa può avvenire anche per il territorio polesano.
“Nel tentativo di rassicurare che le estrazioni di metano non creano alcun problema – spiega Azzalin –, la presidente di Aleanna commette un duplice grave errore. Il primo è di prendere l’ordinanza di archiviazione del Gip del tribunale di Ravenna dell’indagine sui presunti danni derivanti dalla subsidenza legata all’estrazione di idrocarburi dall’alto Adriatico tramite i pozzi Eni, indagine avviata proprio dalla Procura di Rovigo nel 2001. Il giudice, infatti, non ha detto che l’estrazione non provoca subsidenza, tutt’altro. Ovvero, che “la subsidenza, concretizzandosi in una mera modifica permanente del territorio, non ha di per sé alcun rilievo penale nel nostro ordinamento”.
In pratica, quanto spiegato dal giudice, è lo specchio di quanto è accaduto dopo le precedenti estrazioni di acque metanifere in territorio deltino: chi estrae guadagna, il territorio cala di livello e la cittadinanza paga il riassetto, costato in cinquant'anni, solo nel Delta del Po, circa 4 miliardi di euro. Chiaro che quanto guadagnerebbe la Regione, in caso di nuove estrazioni, dovrebbe poi essere destinato alla bonifica del territorio, magari per ricostruire idrovore e ponti.
Per Azzalin la lettera di Aleanna è un boomerang, visto che non creerà altro effetto che serrare i ranghi del mondo politico di centrodestra e centrosinistra del Veneto, in difesa del territorio. Come ha già dimostrato la proposta di legge presentata dal consigliere regionale del Pd e che ha trovato anche la firma dell'assessore Isi Coppola (Pdl) e dai consiglieri Corazzari (Lega Nord) e Mainardi (Pdl) (leggi articolo).
“Sono da rispedire al mittente anche le paginate di cifre e di numeri – continua Azzalin – con le quali si cerca di blandire il consenso sventolando il miraggio delle royalties. Perché l’esperienza dimostra come le alterazioni del territorio gravano pesantemente sui bilanci futuri e quindi le compensazioni per questo tipo di operazioni sarebbero talmente alte da rendere antieconomica l’estrazione del metano”
Contro le trivellazioni il Polesine fa quadrato
Fonte RovigoOggi
di Nicola Cappello
15.09.2011
Un fronte comune per fermare le trivellazioni e la ricerca di idrocarburi nelle province di Rovigo, Padova e Venezia. La proposta di legge, presentata dal consigliere regionale Graziano Azzalin, porta anche la firma dell'assessore regionale Marialuisa Coppola e del consigliere Mauro Mainardi. Si punta a bloccare le richieste di ricerca idrocarburi della ditta texana Aleanna Resource. Azzalin, dopo il sì alla modifica della legge dell'Ente parco Delta che permetterà la conversione della centrale Enel di Polesine camerini a carbone, cerca di recuperare credito tra gli ambientalisti
Un secco no, da parte di tutti i rappresentanti politici regionali e locali, alle estrazioni di metano in Polesine. Un segnale chiaro e forte sin da subito. Ad avvallare questa linea comune, la proposta di legge presentata dal consigliere regionale Graziano Azzalin, alla presidenza del consiglio giovedì 15 settembre, per vietare la ricerca e le estrazioni di idrocarburi nei territori di Rovigo, Padova e Venezia.
Al fianco del consigliere regionale del Pd, la firma dell'assessore regionale all'economia Marialuisa Coppola, oltre il sostegno del consigliere regionale polesano Mauro Mainardi, assieme al capogruppo del Pd regionale Laura Puppato e dei consiglieri Tiozzo, Bortoli, Fracasso, Pigozzo, Ruzzante e Sinigaglia.
La proposta di legge, che è stata annunciata nella serata di mercoledì 14 a Taglio di Po durante la conferenza “Polesine e… metano. Ritorna l’incubo estrazioni” dallo stesso consigliere Azzalin, mira a tutelare le province di padova, Rovigo e Venezia, con una modifica all'articolo 6 del decreto legislativo del 3 aprile 2006, numero 152, ovvero le norme in materia ambientale, nel capitolo dove vengono disciplinate le procedure di Via, Vas, valutazione di incidenza e l'autorizzazione integrata ambientale.
L'articolo di legge, attualmente in vigore, si divide in 17 commi e la proposta andrebbe ad aggiungersi dopo l'ultimo (che mira a tutelare l'ambiente e l'ecosistema nelle aree marine e costiere, protette per scopi di tutela ambientale, vietando ricerca ed estrazioni), con un 17bis: “Al fine di prevenire il fenomeno della subsidenza – si legge nella proposta -, le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9, sono altresì vietate nel territorio delle province di Padova, Rovigo e Venezia. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del presente comma”.
Si punta, quindi, a bloccare il prima possibile le richieste avanzate da Aleanna Resource, società con bandiera statunitense, per ottenere le autorizzazioni necessarie per una prima fase di ricerche e individuare giacimenti di idrocarburi, in Polesine.
La legge, inoltre, va ad affiancare quella regionale già in vigore, la 36/97 (normativa che ha sancito la nascita del Parco del Delta del Po Veneto), nel famoso articolo 30 tanto discusso in questo periodo per via della riconversione a carbone della centrale Enel di Polesine Camerini. Nel comma “b”, infatti, viene fatto divieto di estrazione di idrocarburi all'interno del territorio del Parco.
Le motivazioni del no appaiono chiare, visto che per riassettare il territorio deltino, ci sono voluti dal '61 ad oggi 4miliardi di euro per ricostruire idrovore e ponti, sistemare 480 chilometri di argini fluviali e 80 di difese a mare, senza calcolare i danni dovuti dalle alluvioni e all'agricoltura, dato che durante le estrazioni, l'acqua salmastra veniva gettata nei fossi della bonifica.
Tuttavia la modifica all'articolo 30, con l'aggiunta del comma “a bis”, come approvato a maggioranza nel consiglio regionale di fine luglio con il sì dello stesso Azzalin controcorrente rispetto all'astensione del suo Pd, che permette la riconversione della centrale di Polesine Camerini a carbone, si è aperto un precedente, in quanto darebbe il diritto ad altre aziende di avanzare le stesse pretese.
Il rischio è quello che vengano utilizzati due pesi e due misure, nel valutare cosa sia impattante per il territorio o meno. I danni della subsidenza il Polesine li sta ancora pagando, questa è una buona motivazione per dire “no”, ma dall'altro lato ci sono state delle condanne da parte della corte di cassazione per emissioni moleste, danneggiamento all’ambiente, al patrimonio pubblico e privato e violazione della normativa in materia di inquinamento atmosferico, verso i vertici dell'azienda energetica.
Non si vorrebbe che nella lotta alle estrazioni, si perdesse di vista che sul territorio vi sono altre grandi opere, già realizzate o in fase di avvio, che avranno un impatto ambientale importante in un ecosistema molto fragile.
di Nicola Cappello
15.09.2011
Un fronte comune per fermare le trivellazioni e la ricerca di idrocarburi nelle province di Rovigo, Padova e Venezia. La proposta di legge, presentata dal consigliere regionale Graziano Azzalin, porta anche la firma dell'assessore regionale Marialuisa Coppola e del consigliere Mauro Mainardi. Si punta a bloccare le richieste di ricerca idrocarburi della ditta texana Aleanna Resource. Azzalin, dopo il sì alla modifica della legge dell'Ente parco Delta che permetterà la conversione della centrale Enel di Polesine camerini a carbone, cerca di recuperare credito tra gli ambientalisti
Un secco no, da parte di tutti i rappresentanti politici regionali e locali, alle estrazioni di metano in Polesine. Un segnale chiaro e forte sin da subito. Ad avvallare questa linea comune, la proposta di legge presentata dal consigliere regionale Graziano Azzalin, alla presidenza del consiglio giovedì 15 settembre, per vietare la ricerca e le estrazioni di idrocarburi nei territori di Rovigo, Padova e Venezia.
Al fianco del consigliere regionale del Pd, la firma dell'assessore regionale all'economia Marialuisa Coppola, oltre il sostegno del consigliere regionale polesano Mauro Mainardi, assieme al capogruppo del Pd regionale Laura Puppato e dei consiglieri Tiozzo, Bortoli, Fracasso, Pigozzo, Ruzzante e Sinigaglia.
La proposta di legge, che è stata annunciata nella serata di mercoledì 14 a Taglio di Po durante la conferenza “Polesine e… metano. Ritorna l’incubo estrazioni” dallo stesso consigliere Azzalin, mira a tutelare le province di padova, Rovigo e Venezia, con una modifica all'articolo 6 del decreto legislativo del 3 aprile 2006, numero 152, ovvero le norme in materia ambientale, nel capitolo dove vengono disciplinate le procedure di Via, Vas, valutazione di incidenza e l'autorizzazione integrata ambientale.
L'articolo di legge, attualmente in vigore, si divide in 17 commi e la proposta andrebbe ad aggiungersi dopo l'ultimo (che mira a tutelare l'ambiente e l'ecosistema nelle aree marine e costiere, protette per scopi di tutela ambientale, vietando ricerca ed estrazioni), con un 17bis: “Al fine di prevenire il fenomeno della subsidenza – si legge nella proposta -, le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9, sono altresì vietate nel territorio delle province di Padova, Rovigo e Venezia. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del presente comma”.
Si punta, quindi, a bloccare il prima possibile le richieste avanzate da Aleanna Resource, società con bandiera statunitense, per ottenere le autorizzazioni necessarie per una prima fase di ricerche e individuare giacimenti di idrocarburi, in Polesine.
La legge, inoltre, va ad affiancare quella regionale già in vigore, la 36/97 (normativa che ha sancito la nascita del Parco del Delta del Po Veneto), nel famoso articolo 30 tanto discusso in questo periodo per via della riconversione a carbone della centrale Enel di Polesine Camerini. Nel comma “b”, infatti, viene fatto divieto di estrazione di idrocarburi all'interno del territorio del Parco.
Le motivazioni del no appaiono chiare, visto che per riassettare il territorio deltino, ci sono voluti dal '61 ad oggi 4miliardi di euro per ricostruire idrovore e ponti, sistemare 480 chilometri di argini fluviali e 80 di difese a mare, senza calcolare i danni dovuti dalle alluvioni e all'agricoltura, dato che durante le estrazioni, l'acqua salmastra veniva gettata nei fossi della bonifica.
Tuttavia la modifica all'articolo 30, con l'aggiunta del comma “a bis”, come approvato a maggioranza nel consiglio regionale di fine luglio con il sì dello stesso Azzalin controcorrente rispetto all'astensione del suo Pd, che permette la riconversione della centrale di Polesine Camerini a carbone, si è aperto un precedente, in quanto darebbe il diritto ad altre aziende di avanzare le stesse pretese.
Il rischio è quello che vengano utilizzati due pesi e due misure, nel valutare cosa sia impattante per il territorio o meno. I danni della subsidenza il Polesine li sta ancora pagando, questa è una buona motivazione per dire “no”, ma dall'altro lato ci sono state delle condanne da parte della corte di cassazione per emissioni moleste, danneggiamento all’ambiente, al patrimonio pubblico e privato e violazione della normativa in materia di inquinamento atmosferico, verso i vertici dell'azienda energetica.
Non si vorrebbe che nella lotta alle estrazioni, si perdesse di vista che sul territorio vi sono altre grandi opere, già realizzate o in fase di avvio, che avranno un impatto ambientale importante in un ecosistema molto fragile.
Trivellazioni nella Bassa, stop dal consiglio regionale
Fonte Il Mattino di Padova
Approvata in commissione la proposta di legge del Pd, che era stata poi sottoscritta anche dall’assessore Pdl Maria Luisa Coppola. Un freno al rischio subsistenza
PADOVA. Stop alle trivellazioni nella Bassa Padovana:passa in commissione ambiente della Regione il progetto di legge statale contro il rischio subsidenza. Un sì bipartisan, visto che il progetto di legge era stato presentato il il 15 settembre scorso dai consiglieri del Partito Democratico, con primo firmatario Graziano Azzalin, ma poi si era aggiunta anche l’assessore Marialuisa Coppola del Pdl. Il disegno di legge ha un unico articolo e prevede di prevenire e tutelare i territori delle province di Padova, Rovigo e Venezia da quel particolare fenomeno geologico chiamato subsidenza, consistente in un progressivo e inesorabile abbassamento del terreno con pesanti ricadute sull’assetto idraulico, geologico e di tutela del territorio, il cui rischio – è assodato – aumenta esponenzialmente in caso di trivellazioni ed estrazioni di fluidi dal sottosuolo.
Insomma un limite all’estrazione degli idrocarburi dal sottosuolo, anteponendo prima di tutto la sicurezza e la tutela di un territorio fragile, già pesantemente sfruttato e compromesso e che come ha dimostrato l’alluvione dello scorso anno ha degli evidenti problemi dal punto di vista idrogeologico che poi finiscono col ricadere sulla vita, il lavoro e le abitazioni dei cittadini. “Questo perché, nonostante sia dimostrato che la subsidenza antropica ha delle conseguenze devastanti sul nostro territorio, negli ultimi anni, per necessità energetiche, sono stati progettati e avviati interventi di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi da parte di compagnie private” spiega il consigliere del Pd Piero Ruzzante.
Per quanto riguarda la provincia di Padova, l’area interessata è quella della Bassa, con le trivellazioni portate avanti in particolare dalla società americana, la AleAnna Resources, LLC, con sede operativa nello stato del Texas e con una sede secondaria a Matera, che ha ottenuto dal ministero tre permessi di ricerca di cui due riguardano le aree dei comuni padovani. Nell’area “Le Saline” sono compresi i comuni di Casale di Scodosia, Castelbaldo, Granze, Masi, Megliadino San Vitale, Merlara, Piacenza d’Adige, Ponso, Sant’Elena, Santa Margherita d’Adige, Sant’Urbano. A questi comuni si aggiungano quelli compresi nell’area del secondo permesso di ricerca, denominata “Treponti”: si tratta di Agna, Anguillara Veneta, Bagnoli di Sopra, Boara Pisani, Granze, Pozzonovo, Solesino, Stanghella, Tribano, Vescovana.
“La commissione ambiente del consiglio regionale ha approvato all'unanimità la proposta di legge - spiega Ruzzante - Ora ci auguriamo venga rapidamente approvata in consiglio, è comunque un'ottima notizia per i cittadini della bassa padovana ed è la dimostrazione che la posizione intransigente assunta dal Pd è stata condivisa anche dalle forze di maggioranza".
Approvata in commissione la proposta di legge del Pd, che era stata poi sottoscritta anche dall’assessore Pdl Maria Luisa Coppola. Un freno al rischio subsistenza
PADOVA. Stop alle trivellazioni nella Bassa Padovana:passa in commissione ambiente della Regione il progetto di legge statale contro il rischio subsidenza. Un sì bipartisan, visto che il progetto di legge era stato presentato il il 15 settembre scorso dai consiglieri del Partito Democratico, con primo firmatario Graziano Azzalin, ma poi si era aggiunta anche l’assessore Marialuisa Coppola del Pdl. Il disegno di legge ha un unico articolo e prevede di prevenire e tutelare i territori delle province di Padova, Rovigo e Venezia da quel particolare fenomeno geologico chiamato subsidenza, consistente in un progressivo e inesorabile abbassamento del terreno con pesanti ricadute sull’assetto idraulico, geologico e di tutela del territorio, il cui rischio – è assodato – aumenta esponenzialmente in caso di trivellazioni ed estrazioni di fluidi dal sottosuolo.
Insomma un limite all’estrazione degli idrocarburi dal sottosuolo, anteponendo prima di tutto la sicurezza e la tutela di un territorio fragile, già pesantemente sfruttato e compromesso e che come ha dimostrato l’alluvione dello scorso anno ha degli evidenti problemi dal punto di vista idrogeologico che poi finiscono col ricadere sulla vita, il lavoro e le abitazioni dei cittadini. “Questo perché, nonostante sia dimostrato che la subsidenza antropica ha delle conseguenze devastanti sul nostro territorio, negli ultimi anni, per necessità energetiche, sono stati progettati e avviati interventi di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi da parte di compagnie private” spiega il consigliere del Pd Piero Ruzzante.
Per quanto riguarda la provincia di Padova, l’area interessata è quella della Bassa, con le trivellazioni portate avanti in particolare dalla società americana, la AleAnna Resources, LLC, con sede operativa nello stato del Texas e con una sede secondaria a Matera, che ha ottenuto dal ministero tre permessi di ricerca di cui due riguardano le aree dei comuni padovani. Nell’area “Le Saline” sono compresi i comuni di Casale di Scodosia, Castelbaldo, Granze, Masi, Megliadino San Vitale, Merlara, Piacenza d’Adige, Ponso, Sant’Elena, Santa Margherita d’Adige, Sant’Urbano. A questi comuni si aggiungano quelli compresi nell’area del secondo permesso di ricerca, denominata “Treponti”: si tratta di Agna, Anguillara Veneta, Bagnoli di Sopra, Boara Pisani, Granze, Pozzonovo, Solesino, Stanghella, Tribano, Vescovana.
“La commissione ambiente del consiglio regionale ha approvato all'unanimità la proposta di legge - spiega Ruzzante - Ora ci auguriamo venga rapidamente approvata in consiglio, è comunque un'ottima notizia per i cittadini della bassa padovana ed è la dimostrazione che la posizione intransigente assunta dal Pd è stata condivisa anche dalle forze di maggioranza".
martedì 4 ottobre 2011
Ultimatum di Marcolin sulla manutenzione fossi
Fonte Il Mattino di Padova
di Elena Livieri
PIOVE DI SACCO. Ultimatum del sindaco Sandro Marcolin a tutti coloro che trascurano la manutenzione del verde e dei fossi: c'è tempo fine a fine anno per dar corso a interventi di pulizia, sfalcio d'erba e potature varie. A gennaio scattano i controlli a tappeto dei vigili. Per ogni situazione irregolare il Comune farà eseguire di sua iniziativa tutte le operazioni necessarie al ripristino del decoro e della sicurezza, addebitando poi il conto ai proprietari. Ai quali sarà pure affibbiata una sanzione di 300 euro. Tanto stabilisce la delibera emanata nei giorni scorsi dalla giunta comunale, pubblicizzata in città con un avviso pubblico rivolto a tutti i cittadini. La decisione del sindaco Marcolin di adottare il pugno di ferro contro certi diffusi comportamenti scorretti nasce anche dalle conseguenze patite in varie parti del territorio con l'acquazzone di luglio. In quell'occasione è bastata mezz'ora di pioggia per allagare strade, garage e scantinati. E se fra le vittime della mini alluvione c'è chi aveva tutto il diritto di arrabbiarsi, c'era qualcun altro che meglio avrebbe fatto a starsene zitto. «Con i sopralluoghi effettuati - ha ricordato il sindaco - è emerso che gli allagamenti sono stati dovuti alla pessima o inesistente manutenzione dei fossi privati, talvolta addirittura del tutto chiusi, così da impedire il regolare deflusso delle acque. Si tratta di comportamenti molto gravi che pregiudicano la sicurezza. Così come sono tali altre situazioni, come rami di alberi che sporgono dai giardini sulla strada o siepi non potate che invadono i marciapiedi». E' arrivata l'ora di darsi da fare insomma. L'autunno, del resto, è la stagione giusta per imbracciare seghe e attrezzi da giardino. Ed è anche la stagione in cui la pioggia potrebbe farsi viva con una certa frequenza e intensità. «Vista la gravità di certi comportamenti riscontrati - è l'ammonimento del primo cittadino - abbiamo ritenuto di intervenire in maniera più incisiva. Dove è stato fatto, nei mesi scorsi, come a Sampieri, la situazione è migliorata. Ciascuno deve fare la sua parte - esorta il sindaco - il Comune fa la sua e farà tutte le pressioni possibili sugli altri enti, come i consorzi di bonifica, per gli interventi di loro competenza».
23 settembre 2011
di Elena Livieri
PIOVE DI SACCO. Ultimatum del sindaco Sandro Marcolin a tutti coloro che trascurano la manutenzione del verde e dei fossi: c'è tempo fine a fine anno per dar corso a interventi di pulizia, sfalcio d'erba e potature varie. A gennaio scattano i controlli a tappeto dei vigili. Per ogni situazione irregolare il Comune farà eseguire di sua iniziativa tutte le operazioni necessarie al ripristino del decoro e della sicurezza, addebitando poi il conto ai proprietari. Ai quali sarà pure affibbiata una sanzione di 300 euro. Tanto stabilisce la delibera emanata nei giorni scorsi dalla giunta comunale, pubblicizzata in città con un avviso pubblico rivolto a tutti i cittadini. La decisione del sindaco Marcolin di adottare il pugno di ferro contro certi diffusi comportamenti scorretti nasce anche dalle conseguenze patite in varie parti del territorio con l'acquazzone di luglio. In quell'occasione è bastata mezz'ora di pioggia per allagare strade, garage e scantinati. E se fra le vittime della mini alluvione c'è chi aveva tutto il diritto di arrabbiarsi, c'era qualcun altro che meglio avrebbe fatto a starsene zitto. «Con i sopralluoghi effettuati - ha ricordato il sindaco - è emerso che gli allagamenti sono stati dovuti alla pessima o inesistente manutenzione dei fossi privati, talvolta addirittura del tutto chiusi, così da impedire il regolare deflusso delle acque. Si tratta di comportamenti molto gravi che pregiudicano la sicurezza. Così come sono tali altre situazioni, come rami di alberi che sporgono dai giardini sulla strada o siepi non potate che invadono i marciapiedi». E' arrivata l'ora di darsi da fare insomma. L'autunno, del resto, è la stagione giusta per imbracciare seghe e attrezzi da giardino. Ed è anche la stagione in cui la pioggia potrebbe farsi viva con una certa frequenza e intensità. «Vista la gravità di certi comportamenti riscontrati - è l'ammonimento del primo cittadino - abbiamo ritenuto di intervenire in maniera più incisiva. Dove è stato fatto, nei mesi scorsi, come a Sampieri, la situazione è migliorata. Ciascuno deve fare la sua parte - esorta il sindaco - il Comune fa la sua e farà tutte le pressioni possibili sugli altri enti, come i consorzi di bonifica, per gli interventi di loro competenza».
23 settembre 2011
Ordine ai residenti a Candiana «Tenete puliti verde e fossi»
Fonte il Mattino di Padova
CANDIANA. Lotta senza quartiere all'incuria lungo i fossi privati e le siepi che costeggiano le strade. Troppe le erbacce, troppi i casi di degrado di zone verdi abbandonate a se stesse: il sindaco Andrea De Marchi firma un'ordinanza. Il provvedimento obbliga tutti i proprietari e affittuari a tenere puliti i corsi d'acqua, le siepi e gli alberi che sporgono su strade e marciapiedi. Chi non si adegua rischia non solo una multa da 50 a 500 euro, ma anche l'esecuzione «coatta» dei lavori di pulizia su incarico del Comune, che poi girerà il conto agli interessati. La linea dura è imposta non solo dalla necessità di tenere in ordine la fitta rete di canali privati, ma anche dal fatto che la mancata pulizia rallenta o addirittura impedisce il deflusso dell'acqua. «Basterebbe un po' di buonsenso - spiega il sindaco De Marchi - Per non dare adito a scusanti, stiamo inviando l'ordinanza alle associazioni agricole e ai proprietari interessati dalle situazioni più critiche».
CANDIANA. Lotta senza quartiere all'incuria lungo i fossi privati e le siepi che costeggiano le strade. Troppe le erbacce, troppi i casi di degrado di zone verdi abbandonate a se stesse: il sindaco Andrea De Marchi firma un'ordinanza. Il provvedimento obbliga tutti i proprietari e affittuari a tenere puliti i corsi d'acqua, le siepi e gli alberi che sporgono su strade e marciapiedi. Chi non si adegua rischia non solo una multa da 50 a 500 euro, ma anche l'esecuzione «coatta» dei lavori di pulizia su incarico del Comune, che poi girerà il conto agli interessati. La linea dura è imposta non solo dalla necessità di tenere in ordine la fitta rete di canali privati, ma anche dal fatto che la mancata pulizia rallenta o addirittura impedisce il deflusso dell'acqua. «Basterebbe un po' di buonsenso - spiega il sindaco De Marchi - Per non dare adito a scusanti, stiamo inviando l'ordinanza alle associazioni agricole e ai proprietari interessati dalle situazioni più critiche».
domenica 11 settembre 2011
Sulle interrogazioni scena muta di sindaco e assessori
Fonte Il Mattino di Padova
di Cristina Salvato
8 settembre 2011
ALBIGNASEGO. Consiglio lampo l'altra sera ad Albignasego, anche perché l'ora dedicata alle interrogazioni si è ridotta a pochi minuti, vista la scena muta di sindaco e assessori, che non hanno risposto né accennato ad un «risponderò» o «le farò sapere». Nulla, tranne le facce sbigottite dei consiglieri d'opposizione presenti. «Dovremmo chiedere di cambiare il regolamento del Consiglio comunale - butta lì Mirco Cecchinato (Pd) - e inserire la norma secondo cui, come avviene negli altri Comuni, le interrogazioni vengono presentate in anticipo, così da dare a sindaco e assessori il tempo di informarsi e reperire i dati, se necessari, per rispondere durante il Consiglio». E come non hanno ricevuto informazioni i consiglieri, così neanche le persone presenti in sala. «Tra l'altro erano interrogazioni già presentate in passato - continua Cecchinato -. Non ricevendo mai una risposta, siamo costretti a ripresentarle più volte. Nemmeno io ho ottenuto risposta scritta, nonostante siano passati oltre 30 giorni, all'interrogazione con cui chiedevo rendiconto delle riunioni della commissione sui gemellaggi». A mancare durante il Consiglio è stata infine anche la mozione presentata dallo stesso Cecchinato in merito alla possibilità di inserire la lingua veneta nelle riunioni ufficiali, Consiglio comunale compreso: la motivazione addotta dalla commissione dei capigruppo è che mancava una specifica proposta sui progetti che l'amministrazione dovrebbe attuare. Dettagli che Cecchinato è stato invitato a presentare.
di Cristina Salvato
8 settembre 2011
ALBIGNASEGO. Consiglio lampo l'altra sera ad Albignasego, anche perché l'ora dedicata alle interrogazioni si è ridotta a pochi minuti, vista la scena muta di sindaco e assessori, che non hanno risposto né accennato ad un «risponderò» o «le farò sapere». Nulla, tranne le facce sbigottite dei consiglieri d'opposizione presenti. «Dovremmo chiedere di cambiare il regolamento del Consiglio comunale - butta lì Mirco Cecchinato (Pd) - e inserire la norma secondo cui, come avviene negli altri Comuni, le interrogazioni vengono presentate in anticipo, così da dare a sindaco e assessori il tempo di informarsi e reperire i dati, se necessari, per rispondere durante il Consiglio». E come non hanno ricevuto informazioni i consiglieri, così neanche le persone presenti in sala. «Tra l'altro erano interrogazioni già presentate in passato - continua Cecchinato -. Non ricevendo mai una risposta, siamo costretti a ripresentarle più volte. Nemmeno io ho ottenuto risposta scritta, nonostante siano passati oltre 30 giorni, all'interrogazione con cui chiedevo rendiconto delle riunioni della commissione sui gemellaggi». A mancare durante il Consiglio è stata infine anche la mozione presentata dallo stesso Cecchinato in merito alla possibilità di inserire la lingua veneta nelle riunioni ufficiali, Consiglio comunale compreso: la motivazione addotta dalla commissione dei capigruppo è che mancava una specifica proposta sui progetti che l'amministrazione dovrebbe attuare. Dettagli che Cecchinato è stato invitato a presentare.
sabato 3 settembre 2011
I Comuni diventano gabellieri
Fonte Il Mattino di Padova
del 28 agosto 2011
VENEZIA. Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani, è il ritornello che arriva da Roma. Ineccepibile. Perché allo sgradevole compito lo Stato ha delegato i Comuni: il decreto sulla manovra toglierà loro poco meno di 7 miliardi e mezzo in meno di tre anni, spiega l'Anci, l'associazione dei municipi italiani. Il cui segretario, Antonio Rughetti, illustra con grande chiarezza le conseguenze per il cittadino: «Le alternative per i sindaci saranno due. O ridurranno i servizi abbassando la spesa per gli investimenti, o metteranno mano alla leva fiscale». Tradotto in chiaro, vuol dire aumentare le tasse, alzare le tariffe, rincarare il costo del trasporto pubblico e dei servizi a domanda individuale. C'è chi riuscirà a sfuggire a questa morsa usufruendo della possibilità di aumentare dall'anno prossimo fino allo 0,8% l'addizionale Irpef; ma secondo i calcoli dell'Anci saranno meno di quattro Comuni su dieci. Sarà dura per i sindaci, comunque costretti a imporre un aggravio ai loro cittadini, già colpiti dalla manovra sotto altri versanti, vedi la sanità. Ifel, la fondazione dell'Anci che si occupa di finanza ed economia locale, calcola un aggravio medio di 100 euro a persona. E "Il Sole 24 Ore" aggiunge una stima ancor più choccante: prendendo in considerazione, oltre alle addizionali Irpef (che dal 2014 potranno aumentare fino al 2 per cento e l'anno dopo al 3), anche l'Imu (la nuova imposta unica sugli immobili, che potrebbe essere anticipata all'anno prossimo), tra il 2011 e il 2015 il rincaro potrebbe arrivare a 1.000 euro a famiglia. Tutto questo, naturalmente, se la manovra dovesse rimanere quella che è uscita dal consiglio dei ministri. Uno scenario contro il quale si stanno mobilitando Comuni di tutte le taglie e di tutti i colori politici, incluso il verde-Lega, dove sono in molti (il ministro degli Interni Maroni in testa) a premere per delle sostanziali modifiche. Su questi temi sarà incentrata la manifestazione indetta per domani, lunedì, a Milano dall'Anci. Chiarissimo, al riguardo, il messaggio inviato ai sindaci nella lettera di convocazione dal presidente facente funzione dell'associazione, Osvaldo Napoli (Pdl): «Siamo vicini al momento in cui i Comuni dovranno chiudere non perchè troppo piccoli, ma perché impossibilitati ad assolvere le loro funzioni, a garantire servizi essenziali e quindi diritti, coesione sociale, possibilità di crescita e sviluppo ai loro cittadini, alle famiglie, alle imprese». Aggiungendo, con amara ironia: «Una grande riforma di semplificazione: il deserto delle politiche sociali e di sviluppo per la nostra gente». D'altra parte, è da ben prima della manovra d'agosto che gli enti locali si trovano di fatto costretti a riversare sui cittadini la stretta economica imposta da uno Stato che giunge al paradosso, in ossequio al patto di stabilità, di impedire ai Comuni di spendere soldi che avrebbero in cassa grazie a una gestione virtuosa. In Veneto, i municipi che comunque non ce la fanno a stare dentro i vincoli del Patto sono passati dai 3 del 2010 ai 22 del 2011. E nei primi mesi di quest'anno, molti Comuni italiani hanno comunque rincarato le tariffe di servizi come l'acqua, i rifiuti e il trasporto, di fatto introducendo una vera e propria tassa occulta; oltretutto con aumenti superiori a quello dell'inflazione, in qualche caso addirittura a due cifre, come dimostra uno studio della Cgia di Mestre. Oggi sugli italiani grava a livello locale un macigno di ben 45 versamenti fra tasse, tributi, canoni, addizionali, compartecipazioni; e la pressione fiscale complessiva è giunta al 43,5 per cento, terzo posto nella graduatoria del Paesi aderenti all'Ocse. Le cifre, del resto, sono quelle che sono. Secondo le simulazioni operate dal già ricordato Ifel, alla fine del quadriennio 2011-2014 i Comuni italiani potranno contare su quasi metà delle risorse ottenute dallo Stato nel 2010. Dovranno procurarsi comunque le risorse per tirare avanti, e in questo senso la manovra introduce alcune soluzioni. Che comunque graveranno sulla credibilità dei Comuni, ultimo baluardo nella sempre più scarsa fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Segnala a questo riguardo Graziano Delrio, Pd, vice presidente dell'Anci: «Tra imposta di soggiorno, addizionali Irpef e Imu, rischiamo di diventare i gabellieri dello Stato e quindi il paravento delle sue inefficienze». Intanto, per riuscire a sfangarla, c'è chi ricorre alla fantasia più spinta: alcuni Comuni hanno perfino rispolverato una vecchia quanto ridicola imposta del 1972, la cosiddetta "tassa sull'ombra", intesa non come bicchiere di vino ma come misura fiscale che colpisce "la proiezione sul suolo pubblico di balconi, tende e pensiline". E ci sono stati perfino tre sindaci (uno del Pd, uno della Lega e uno del Movimento per le autonomie) che sono ricorsi perfino al Superenalotto, autotassando se stessi e gli assessori, nella speranza di attingere al jackpot. Peraltro, malinconicamente, senza riuscirvi. (f.j.)
del 28 agosto 2011
VENEZIA. Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani, è il ritornello che arriva da Roma. Ineccepibile. Perché allo sgradevole compito lo Stato ha delegato i Comuni: il decreto sulla manovra toglierà loro poco meno di 7 miliardi e mezzo in meno di tre anni, spiega l'Anci, l'associazione dei municipi italiani. Il cui segretario, Antonio Rughetti, illustra con grande chiarezza le conseguenze per il cittadino: «Le alternative per i sindaci saranno due. O ridurranno i servizi abbassando la spesa per gli investimenti, o metteranno mano alla leva fiscale». Tradotto in chiaro, vuol dire aumentare le tasse, alzare le tariffe, rincarare il costo del trasporto pubblico e dei servizi a domanda individuale. C'è chi riuscirà a sfuggire a questa morsa usufruendo della possibilità di aumentare dall'anno prossimo fino allo 0,8% l'addizionale Irpef; ma secondo i calcoli dell'Anci saranno meno di quattro Comuni su dieci. Sarà dura per i sindaci, comunque costretti a imporre un aggravio ai loro cittadini, già colpiti dalla manovra sotto altri versanti, vedi la sanità. Ifel, la fondazione dell'Anci che si occupa di finanza ed economia locale, calcola un aggravio medio di 100 euro a persona. E "Il Sole 24 Ore" aggiunge una stima ancor più choccante: prendendo in considerazione, oltre alle addizionali Irpef (che dal 2014 potranno aumentare fino al 2 per cento e l'anno dopo al 3), anche l'Imu (la nuova imposta unica sugli immobili, che potrebbe essere anticipata all'anno prossimo), tra il 2011 e il 2015 il rincaro potrebbe arrivare a 1.000 euro a famiglia. Tutto questo, naturalmente, se la manovra dovesse rimanere quella che è uscita dal consiglio dei ministri. Uno scenario contro il quale si stanno mobilitando Comuni di tutte le taglie e di tutti i colori politici, incluso il verde-Lega, dove sono in molti (il ministro degli Interni Maroni in testa) a premere per delle sostanziali modifiche. Su questi temi sarà incentrata la manifestazione indetta per domani, lunedì, a Milano dall'Anci. Chiarissimo, al riguardo, il messaggio inviato ai sindaci nella lettera di convocazione dal presidente facente funzione dell'associazione, Osvaldo Napoli (Pdl): «Siamo vicini al momento in cui i Comuni dovranno chiudere non perchè troppo piccoli, ma perché impossibilitati ad assolvere le loro funzioni, a garantire servizi essenziali e quindi diritti, coesione sociale, possibilità di crescita e sviluppo ai loro cittadini, alle famiglie, alle imprese». Aggiungendo, con amara ironia: «Una grande riforma di semplificazione: il deserto delle politiche sociali e di sviluppo per la nostra gente». D'altra parte, è da ben prima della manovra d'agosto che gli enti locali si trovano di fatto costretti a riversare sui cittadini la stretta economica imposta da uno Stato che giunge al paradosso, in ossequio al patto di stabilità, di impedire ai Comuni di spendere soldi che avrebbero in cassa grazie a una gestione virtuosa. In Veneto, i municipi che comunque non ce la fanno a stare dentro i vincoli del Patto sono passati dai 3 del 2010 ai 22 del 2011. E nei primi mesi di quest'anno, molti Comuni italiani hanno comunque rincarato le tariffe di servizi come l'acqua, i rifiuti e il trasporto, di fatto introducendo una vera e propria tassa occulta; oltretutto con aumenti superiori a quello dell'inflazione, in qualche caso addirittura a due cifre, come dimostra uno studio della Cgia di Mestre. Oggi sugli italiani grava a livello locale un macigno di ben 45 versamenti fra tasse, tributi, canoni, addizionali, compartecipazioni; e la pressione fiscale complessiva è giunta al 43,5 per cento, terzo posto nella graduatoria del Paesi aderenti all'Ocse. Le cifre, del resto, sono quelle che sono. Secondo le simulazioni operate dal già ricordato Ifel, alla fine del quadriennio 2011-2014 i Comuni italiani potranno contare su quasi metà delle risorse ottenute dallo Stato nel 2010. Dovranno procurarsi comunque le risorse per tirare avanti, e in questo senso la manovra introduce alcune soluzioni. Che comunque graveranno sulla credibilità dei Comuni, ultimo baluardo nella sempre più scarsa fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Segnala a questo riguardo Graziano Delrio, Pd, vice presidente dell'Anci: «Tra imposta di soggiorno, addizionali Irpef e Imu, rischiamo di diventare i gabellieri dello Stato e quindi il paravento delle sue inefficienze». Intanto, per riuscire a sfangarla, c'è chi ricorre alla fantasia più spinta: alcuni Comuni hanno perfino rispolverato una vecchia quanto ridicola imposta del 1972, la cosiddetta "tassa sull'ombra", intesa non come bicchiere di vino ma come misura fiscale che colpisce "la proiezione sul suolo pubblico di balconi, tende e pensiline". E ci sono stati perfino tre sindaci (uno del Pd, uno della Lega e uno del Movimento per le autonomie) che sono ricorsi perfino al Superenalotto, autotassando se stessi e gli assessori, nella speranza di attingere al jackpot. Peraltro, malinconicamente, senza riuscirvi. (f.j.)
giovedì 1 settembre 2011
Erba alta e topi in un terreno privato
Fonte Il Mattino di Padova
SANT'ANGELO. Ratti, mosche e zanzare in una piccola fascia di vegetazione lasciata al degrado a pochi passi dalle abitazioni in un quartiere di via Garibaldi. I residenti si appellano al comune e chiedono un intervento di bonifica e riqualificazione dell'area verde privata. «E' una questione di decenza - denunciano - la vegetazione è lasciata in totale abbandono dal proprietario: piante ed erbacce crescono quasi sotto la porta di casa e sono diventate ricettacolo per topi e zanzare». Non solo una questione di decoro, dicono, ma anche di sicurezza. «Tra la rete che delimita il verde e il bordo del marciapiede - spiegano - c'è uno spazio di 10 centimetri, con il rischio che qualcuno camminando inciampi e si faccia male. Anche i paletti che sostengono la recinzione sono pericolosi per i passanti, perché bassi e appuntiti». La questione si trascina da anni. «Saremo disposti a provvedere allo sfalcio dell'erba o all'asfaltatura del terreno, a nostre spese, pur di mettere fine a questa situazione vergognosa - dicono - Chiediamo l'intervento del comune perché solleciti il proprietario al risanamento dell'area». Sulla questione interviene l'assessore all'Ambiente Eugenio Righetti. «Il comune può intervenire in area privata solo nel caso in cui esista una situazione di pericolo pubblica - spiega - Stiamo studiando un regolamento che disciplini la materia, dalla manutenzione del verde alla cura dei fossati, proprio per risolvere queste situazioni». (ma.m.)
31 agosto 2011
SANT'ANGELO. Ratti, mosche e zanzare in una piccola fascia di vegetazione lasciata al degrado a pochi passi dalle abitazioni in un quartiere di via Garibaldi. I residenti si appellano al comune e chiedono un intervento di bonifica e riqualificazione dell'area verde privata. «E' una questione di decenza - denunciano - la vegetazione è lasciata in totale abbandono dal proprietario: piante ed erbacce crescono quasi sotto la porta di casa e sono diventate ricettacolo per topi e zanzare». Non solo una questione di decoro, dicono, ma anche di sicurezza. «Tra la rete che delimita il verde e il bordo del marciapiede - spiegano - c'è uno spazio di 10 centimetri, con il rischio che qualcuno camminando inciampi e si faccia male. Anche i paletti che sostengono la recinzione sono pericolosi per i passanti, perché bassi e appuntiti». La questione si trascina da anni. «Saremo disposti a provvedere allo sfalcio dell'erba o all'asfaltatura del terreno, a nostre spese, pur di mettere fine a questa situazione vergognosa - dicono - Chiediamo l'intervento del comune perché solleciti il proprietario al risanamento dell'area». Sulla questione interviene l'assessore all'Ambiente Eugenio Righetti. «Il comune può intervenire in area privata solo nel caso in cui esista una situazione di pericolo pubblica - spiega - Stiamo studiando un regolamento che disciplini la materia, dalla manutenzione del verde alla cura dei fossati, proprio per risolvere queste situazioni». (ma.m.)
31 agosto 2011
L’abolizione del sistema Sistri è un regalo alla criminalità organizzata
di Naccarato Alessandro
28 Agosto 2011
Milioni di euro pubblici gettati al vento. E un enorme regalo alla criminalità organizzata. Sono questi i risultati dell’abolizione del Sistri, stabilita dal governo con la manovra finanziaria varata ad agosto. Dopo tre rinvii e il clamoroso fallimento del test di prova nel corso del “click day”, è l’articolo 6 del decreto, nei commi c e d, a ratificare la fine del sistema di tracciabilità digitale dei rifiuti speciali che avrebbe consentito di controllare la movimentazione degli scarti pericolosi e di prevenire gli smaltimenti illeciti.
Si tratta di un fatto doppiamente grave: è un errore dal punto di vista economico - visto che dal 2009 a oggi per il Sistri sono stati spesi, solo in Veneto, circa 17 milioni di euro - e uno sbaglio sul fronte del contrasto alle ecomafie, a cui risulterà indubbiamente più facile sversare illecitamente i rifiuti tossici. Si torna così al vecchio regime cartaceo, basato su una documentazione facilmente falsabile: lo stesso che ha permesso negli ultimi anni di eludere lo smaltimento di enormi quantità di rifiuti, come dimostrano le decine di milioni di tonnellate di scarti nocivi di cui si perdono annualmente le tracce. A questo punto risulta evidente il paradosso che investe il governo: a parole annuncia di voler combattere la criminalità organizzata (che dallo smaltimento illecito guadagna oltre 20 miliardi di euro all’anno), nei fatti cancella l’unico sistema che avrebbe consentito - secondo la Direzione nazionale antimafia - di riportare alla piena legalità l’ambito dello smaltimento di scarti pericolosi.
Dal punto di vista quantitativo l’abrogazione del Sistri si traduce nella mancata possibilità di controllo delle 20.789 aziende specializzate nel trattamento di rifiuti speciali. Vuol dire allentare le verifiche su 1.700 officine autorizzate e su 600 discariche dove sono state installate apposite telecamere. Il risultato è che non sarà possibile monitorare in tempo reale gli spostamenti di oltre 80 mila camion dotati di sistemi di controllo satellitare, come invece avviene nel resto degli Stati dell’Unione europea.
Per queste ragioni il Partito democratico si batterà in Parlamento per impedire l’abolizione del Sistri.
28 Agosto 2011
Milioni di euro pubblici gettati al vento. E un enorme regalo alla criminalità organizzata. Sono questi i risultati dell’abolizione del Sistri, stabilita dal governo con la manovra finanziaria varata ad agosto. Dopo tre rinvii e il clamoroso fallimento del test di prova nel corso del “click day”, è l’articolo 6 del decreto, nei commi c e d, a ratificare la fine del sistema di tracciabilità digitale dei rifiuti speciali che avrebbe consentito di controllare la movimentazione degli scarti pericolosi e di prevenire gli smaltimenti illeciti.
Si tratta di un fatto doppiamente grave: è un errore dal punto di vista economico - visto che dal 2009 a oggi per il Sistri sono stati spesi, solo in Veneto, circa 17 milioni di euro - e uno sbaglio sul fronte del contrasto alle ecomafie, a cui risulterà indubbiamente più facile sversare illecitamente i rifiuti tossici. Si torna così al vecchio regime cartaceo, basato su una documentazione facilmente falsabile: lo stesso che ha permesso negli ultimi anni di eludere lo smaltimento di enormi quantità di rifiuti, come dimostrano le decine di milioni di tonnellate di scarti nocivi di cui si perdono annualmente le tracce. A questo punto risulta evidente il paradosso che investe il governo: a parole annuncia di voler combattere la criminalità organizzata (che dallo smaltimento illecito guadagna oltre 20 miliardi di euro all’anno), nei fatti cancella l’unico sistema che avrebbe consentito - secondo la Direzione nazionale antimafia - di riportare alla piena legalità l’ambito dello smaltimento di scarti pericolosi.
Dal punto di vista quantitativo l’abrogazione del Sistri si traduce nella mancata possibilità di controllo delle 20.789 aziende specializzate nel trattamento di rifiuti speciali. Vuol dire allentare le verifiche su 1.700 officine autorizzate e su 600 discariche dove sono state installate apposite telecamere. Il risultato è che non sarà possibile monitorare in tempo reale gli spostamenti di oltre 80 mila camion dotati di sistemi di controllo satellitare, come invece avviene nel resto degli Stati dell’Unione europea.
Per queste ragioni il Partito democratico si batterà in Parlamento per impedire l’abolizione del Sistri.
mercoledì 31 agosto 2011
Rifuiti, Cgil: cancellazione Sistri regalo alle ecomafie
Fonte: Il Tempo
Roma, 29 ago. (Adnkronos) - ''Una manovra contro il lavoro e l'ambiente. Con la manovra di ferragosto (articolo 6 del decreto legge 13 agosto n.138) il governo ha sancito infatti la soppressione del Sistri (il Sistema di controllo sulla tracciabilità dei rifiuti) e l'abrogazione di tutte le norme con le quali, dal 2006, si è disciplinato il sistema. Con la manovra le norme che istituivano il Sistri e ne prevedevano l'avvio sono state quindi abrogate e di conseguenza, sono stati vanificati gli atti, le attività e gli interventi tesi a costruire e rendere efficace il sistema (implementazione del sistema di certificazione elettronica, iscrizione delle imprese, versamento del contributo dovuto, consulenze, interventi correttivi, ecc)''. E' scrive in una nota la Cgil. ''Una scelta imprevista, che interviene nel processo di realizzazione in corso d'opera e dimostra la volontà di rinuncia - da parte del governo - a contrastare con il massimo degli sforzi e dei sistemi oggi possibili, i traffici illeciti e le ecomafie (secondo Legambiente l'80% dei rifiuti sparisce nel nulla). In tempi di crisi, di difficoltà e di carenza di risorse finanziarie, è l'ennesimo sperpero di volontà, di impegno e di soldi; tutti quelli concretamente spesi in questi anni per la realizzazione del Sistri e ora per lo smantellamento di quanto fin qui realizzato. L'abrogazione assume così il carattere di una beffa, oltremodo dannosa, proprio per quegli operatori che hanno adottato comportamenti corretti, rigorosi e rispettosi delle norme e di quei soggetti che hanno lavorato alla realizzazione del sistema'', continua la Cgil. ''Davanti allo scempio di vaste aree del territorio usate e abusate per occultare i rifiuti, davanti all'inquinamento causato da gestioni irresponsabili e criminose, l'abrogazione del Sistri, è l'ennesima mortificazione di comportamenti virtuosi e rispettosi nei confronti dell'ambiente'', continua la Cgil. ''Per una corretta gestione integrata dei rifiuti nel rispetto di quanto previsto dalla Direttiva Quadro Europea sui Rifiuti (2008/98/Ce) il Sistri va confermato e fatto funzionare. Vanno adottati provvedimenti più incisivi per il rispetto e la salvaguardia dell'ambiente, a vantaggio del Paese e della salute dei suoi abitanti, affinchè, come in altri Paesi e nell'ottica della Strategia europea 20-20-20, si affermi, attraverso una economia più sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale (green economy) una reale e possibile crescita di qualità'', continua la nota. ''L'efficacia delle disposizioni legislative, (nonchè delle sanzioni introdotte con il Decreto Ambiente 231), non dipendono esclusivamente dal fatto che sono state approvate (o dall'ammontare delle sanzioni previste), quanto dalla loro adeguatezza nel sostenere la volontà alla base della loro istituzione; una volontà che ancor prima di essere giuridica, è culturale, politica e istituzionale. A questo livello vanno addebitate le ambiguità e le contraddizioni presenti nella manovra (e nel Decreto Ambiente 231) per le quali, insieme ai danni ulteriori che ne possono derivare, il governo porta la massima responsabilità'', conclude la Cgil.
29-AGO-11 15:03
Roma, 29 ago. (Adnkronos) - ''Una manovra contro il lavoro e l'ambiente. Con la manovra di ferragosto (articolo 6 del decreto legge 13 agosto n.138) il governo ha sancito infatti la soppressione del Sistri (il Sistema di controllo sulla tracciabilità dei rifiuti) e l'abrogazione di tutte le norme con le quali, dal 2006, si è disciplinato il sistema. Con la manovra le norme che istituivano il Sistri e ne prevedevano l'avvio sono state quindi abrogate e di conseguenza, sono stati vanificati gli atti, le attività e gli interventi tesi a costruire e rendere efficace il sistema (implementazione del sistema di certificazione elettronica, iscrizione delle imprese, versamento del contributo dovuto, consulenze, interventi correttivi, ecc)''. E' scrive in una nota la Cgil. ''Una scelta imprevista, che interviene nel processo di realizzazione in corso d'opera e dimostra la volontà di rinuncia - da parte del governo - a contrastare con il massimo degli sforzi e dei sistemi oggi possibili, i traffici illeciti e le ecomafie (secondo Legambiente l'80% dei rifiuti sparisce nel nulla). In tempi di crisi, di difficoltà e di carenza di risorse finanziarie, è l'ennesimo sperpero di volontà, di impegno e di soldi; tutti quelli concretamente spesi in questi anni per la realizzazione del Sistri e ora per lo smantellamento di quanto fin qui realizzato. L'abrogazione assume così il carattere di una beffa, oltremodo dannosa, proprio per quegli operatori che hanno adottato comportamenti corretti, rigorosi e rispettosi delle norme e di quei soggetti che hanno lavorato alla realizzazione del sistema'', continua la Cgil. ''Davanti allo scempio di vaste aree del territorio usate e abusate per occultare i rifiuti, davanti all'inquinamento causato da gestioni irresponsabili e criminose, l'abrogazione del Sistri, è l'ennesima mortificazione di comportamenti virtuosi e rispettosi nei confronti dell'ambiente'', continua la Cgil. ''Per una corretta gestione integrata dei rifiuti nel rispetto di quanto previsto dalla Direttiva Quadro Europea sui Rifiuti (2008/98/Ce) il Sistri va confermato e fatto funzionare. Vanno adottati provvedimenti più incisivi per il rispetto e la salvaguardia dell'ambiente, a vantaggio del Paese e della salute dei suoi abitanti, affinchè, come in altri Paesi e nell'ottica della Strategia europea 20-20-20, si affermi, attraverso una economia più sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale (green economy) una reale e possibile crescita di qualità'', continua la nota. ''L'efficacia delle disposizioni legislative, (nonchè delle sanzioni introdotte con il Decreto Ambiente 231), non dipendono esclusivamente dal fatto che sono state approvate (o dall'ammontare delle sanzioni previste), quanto dalla loro adeguatezza nel sostenere la volontà alla base della loro istituzione; una volontà che ancor prima di essere giuridica, è culturale, politica e istituzionale. A questo livello vanno addebitate le ambiguità e le contraddizioni presenti nella manovra (e nel Decreto Ambiente 231) per le quali, insieme ai danni ulteriori che ne possono derivare, il governo porta la massima responsabilità'', conclude la Cgil.
29-AGO-11 15:03
giovedì 18 agosto 2011
Este, arriva l'autovelox fisso sulla nuova Sr 10
Fonte Il Mattino di Padova
di Nicola Cesaro
18 agosto 2011
ESTE. Il distretto di polizia si rinforza e dichiara guerra a stragi del sabato sera e incidenti. E' pronto il «pianto d'intervento» del distretto di polizia locale Euganeo Estense, progetto che sta attendendo l'approvazione dei comuni interessati e che prevede, tra le altre cose, un investimento di 173 mila euro. Tra gli acquisti, autovelox e «casette» per accogliere i misuratori.
Il contenuto. Il progetto del distretto prevede per i prossimi mesi alcune importanti iniziative: la realizzazione di nuovi servizi di vigilanza stradale, in particolari negli orari notturni e festivi, con l'impiego di etilometri, narco-test e misuratori di velocità; la prevenzione dei comportamenti pericolosi dei minorenni; l'estensione del servizio di reperibilità dei vigili; una maggior presenza durante feste e manifestazioni sportive.
I nuovi arrivi. Il piano prevede anche l'acquisto di un misuratore di velocità fisso (35 mila euro) che dovrà essere posizionato lungo la nuova Sr 10, in territorio comunale di Este, dove già si sono verificati incidenti stradali mortali. La strada è priva di piazzole per la sosta che consentano la presenza di pattuglie, motivo per cui l'installazione di un apparecchio diventa fondamentale. Oltre a questa postazione fissa, il distretto ha previsto l'acquisto di un «documentatore di infrazioni semaforiche» (40 mila euro), ossia dispositivi che si attivano al passaggio dei veicoli con il rosso: vengono di fatto filmate e identificate le auto che violano l'incrocio. L'idea è di installare quest'apparecchiatura a Ospedaletto Euganeo, Solesino e Stanghella. Per la «buona visibilità» degli autovelox, nel carrello della spesa sono finiti anche degli «auto box per postazioni mobili» (10 mila euro): serviranno a rendere più visibili gli autovelox (e ad evitare contestazioni) e a permettere l'installazione dei misuratori di velocità anche in superfici sconnesse e impervie.
Le «casette per autovelox» che saranno collocate nelle nostre strade (dove non è ancora noto) saranno in tutto cinque: «Avranno la doppia funzione di fungere da deterrente costante e per accogliere la strumentazione», si legge nella relazione dei vigili. Calcolando che gli autovelox a disposizione del distretto sono due, spesso e volentieri i box rimarranno vuoti ma continueranno a scoraggiare gli automobilisti che corrono. Nel materiale richiesto dal distretto spicca anche un «sorpassometro» (20 mila), strumento che consente di accertare le infrazioni al divieto di sorpasso e che sarà installato lungo la nuova Sr 10, in un punto con doppia linea in cui l'infrazione in oggetto è frequente. Arriverà inoltre anche un «Droga test» (5 mila).
Altri acquisti. Per il centro di Arquà Petrarca sarà acquistato un dispositivo per il controllo dei varchi Ztl (20 mila). Oggi il controllo avviene con la presenza fisica sul posto di un operatore. Per facilitare il lavoro dei vigili, arriverà in dotazione anche un rilevatore digitale di incidenti (10 mila): con una normale fotocamera digitale sarà sufficiente riprendere la scena dell'incidente per avere una ricostruzione in scala dell'area interessata dal sinistro. Zero misurazioni, zero rilievi, zero calcoli: tutto sarà fatto dal software, con riduzione dei tempi dell'80%. In conto spesa vanno anche dispositivi in grado di rilevare gli ologrammi e le filigrane antifalsificazione delle principali patenti europee. La spesa di 173 mila euro è coperta da finanziamento regionale.
di Nicola Cesaro
18 agosto 2011
ESTE. Il distretto di polizia si rinforza e dichiara guerra a stragi del sabato sera e incidenti. E' pronto il «pianto d'intervento» del distretto di polizia locale Euganeo Estense, progetto che sta attendendo l'approvazione dei comuni interessati e che prevede, tra le altre cose, un investimento di 173 mila euro. Tra gli acquisti, autovelox e «casette» per accogliere i misuratori.
Il contenuto. Il progetto del distretto prevede per i prossimi mesi alcune importanti iniziative: la realizzazione di nuovi servizi di vigilanza stradale, in particolari negli orari notturni e festivi, con l'impiego di etilometri, narco-test e misuratori di velocità; la prevenzione dei comportamenti pericolosi dei minorenni; l'estensione del servizio di reperibilità dei vigili; una maggior presenza durante feste e manifestazioni sportive.
I nuovi arrivi. Il piano prevede anche l'acquisto di un misuratore di velocità fisso (35 mila euro) che dovrà essere posizionato lungo la nuova Sr 10, in territorio comunale di Este, dove già si sono verificati incidenti stradali mortali. La strada è priva di piazzole per la sosta che consentano la presenza di pattuglie, motivo per cui l'installazione di un apparecchio diventa fondamentale. Oltre a questa postazione fissa, il distretto ha previsto l'acquisto di un «documentatore di infrazioni semaforiche» (40 mila euro), ossia dispositivi che si attivano al passaggio dei veicoli con il rosso: vengono di fatto filmate e identificate le auto che violano l'incrocio. L'idea è di installare quest'apparecchiatura a Ospedaletto Euganeo, Solesino e Stanghella. Per la «buona visibilità» degli autovelox, nel carrello della spesa sono finiti anche degli «auto box per postazioni mobili» (10 mila euro): serviranno a rendere più visibili gli autovelox (e ad evitare contestazioni) e a permettere l'installazione dei misuratori di velocità anche in superfici sconnesse e impervie.
Le «casette per autovelox» che saranno collocate nelle nostre strade (dove non è ancora noto) saranno in tutto cinque: «Avranno la doppia funzione di fungere da deterrente costante e per accogliere la strumentazione», si legge nella relazione dei vigili. Calcolando che gli autovelox a disposizione del distretto sono due, spesso e volentieri i box rimarranno vuoti ma continueranno a scoraggiare gli automobilisti che corrono. Nel materiale richiesto dal distretto spicca anche un «sorpassometro» (20 mila), strumento che consente di accertare le infrazioni al divieto di sorpasso e che sarà installato lungo la nuova Sr 10, in un punto con doppia linea in cui l'infrazione in oggetto è frequente. Arriverà inoltre anche un «Droga test» (5 mila).
Altri acquisti. Per il centro di Arquà Petrarca sarà acquistato un dispositivo per il controllo dei varchi Ztl (20 mila). Oggi il controllo avviene con la presenza fisica sul posto di un operatore. Per facilitare il lavoro dei vigili, arriverà in dotazione anche un rilevatore digitale di incidenti (10 mila): con una normale fotocamera digitale sarà sufficiente riprendere la scena dell'incidente per avere una ricostruzione in scala dell'area interessata dal sinistro. Zero misurazioni, zero rilievi, zero calcoli: tutto sarà fatto dal software, con riduzione dei tempi dell'80%. In conto spesa vanno anche dispositivi in grado di rilevare gli ologrammi e le filigrane antifalsificazione delle principali patenti europee. La spesa di 173 mila euro è coperta da finanziamento regionale.
Record nella raccolta differenziata
Fonte Il Mattino di Padova
di Nicola Cesaro
12 agosto 2011
Battaglia la più virtuosa col 77,7%, seguono Vescovana, Solesino e Piacenza
ESTE. La raccolta differenziata dei rifiuti, un miracolo nei Comuni della Bassa Padovana: nel 1998 rappresentava solo il 6,7 per cento del totale delle immondizie e l'anno scorso è arrivata al 70,9%. Un dato impressionante, confermato qualche settimana fa nel corso dell'assemblea dei sindaci del Bacino Padova 3. Nel 1998 si differenziava un quindicesimo del rifiuto prodotto, oggi più di due terzi. Ben sette Comuni riciclano più del 75%, tredici fra il 70% e il 75%, quattordici fra il 65% e il 70%. La media del Bacino è una delle più alte d'Italia. I dati dicono che ogni cittadino produce quotidianamente 1,36 chili di rifiuti, 496,5 chili in un anno. Dei rifiuti non riciclabili, l'83,7% è secco, l'8,9% ingrombranti, il 6,3% spazzamento e, dato tristemente legato al 2010, l'1,1% arriva dal materiale che si è dovuto buttare per colpa dell'alluvione. Negli impianti di recupero vanno invece carta e cartone per il 39,8%, solo cartone per il 5,5%, vetro al 21,6%, plastica al 6,6% e multimateriale per il rimanente 26,5%. Quanto ai rifiuti particolari, il Bacino ha gestito 33.908 chili di piombo, 84.660 di pneumatici, 4.565 di neon e lampade fluorescenti, 15.863 di oli e grassi vegetali, 13.150 di oli filtri e grassi minerali, 2.160 di vernici inchiostri adesivi e resine non pericolose, 2.740 di toner e 69.340 provenienti dalla pulizia delle fognature. I comuni. Il più virtuoso è Battaglia, che ha chiuso il 2010 con il 77,7% di differenziata. Seguono Vescovana (77,5%), Solesino (77,1%), Piacenza d'Adige (77%) e Vighizzolo d'Este (76,5%). Il Comune che produce meno immondizia è invece Barbona, con 0,72 chili a cittadino. Vengono poi Sant'Urbano (0,94), Megliadino San Vitale (0,95), Arquà Petrarca (0,97) e Vescovana (1,01). Quelli che invece vanno oltre la media territoriale sono Solesino (2,19), Piacenza d'Adige (1,88), Monselice (1,74), Megliadino San Fidenzio (1,69) ed Este (1,62). Legata a questa graduatoria, c'è quella dei Comuni che producono più rifiuti recuperabili per abitante: Solesino (1,62), Piacenza d'Adige (1,30), Megliadino San Fidenzio (1,11), Montagnana (1,04) e Santa Margherita d'Adige (1,04), con la media di Bacino a 0,93 kg/giorno.
I commenti. Tiberio Businaro (Carceri) ha sottolineato «come grazie al Bacino il territorio può contare su un risparmio di qualità, a tutela dell'ambiente in cui tutti viviamo. Un altro dato fondamentale, è la continuità con cui il consorzio si impegna nel migliorare i servizi». Giancarlo Piva (Este) ha ricordato invece altre iniziative particolari, come «quella dei detersivi alla spina per ridurre imballaggi e risparmiare materie prime». Soddisfatto Simone Borile, presidente del Bacino Padova 3: «I dati 2010 premiano gli sforzi profusi. Cercheremo comunque di impegnarci di più coinvolgendo ancora una volta i cittadini, ma anche le attività commerciali».
di Nicola Cesaro
12 agosto 2011
Battaglia la più virtuosa col 77,7%, seguono Vescovana, Solesino e Piacenza
ESTE. La raccolta differenziata dei rifiuti, un miracolo nei Comuni della Bassa Padovana: nel 1998 rappresentava solo il 6,7 per cento del totale delle immondizie e l'anno scorso è arrivata al 70,9%. Un dato impressionante, confermato qualche settimana fa nel corso dell'assemblea dei sindaci del Bacino Padova 3. Nel 1998 si differenziava un quindicesimo del rifiuto prodotto, oggi più di due terzi. Ben sette Comuni riciclano più del 75%, tredici fra il 70% e il 75%, quattordici fra il 65% e il 70%. La media del Bacino è una delle più alte d'Italia. I dati dicono che ogni cittadino produce quotidianamente 1,36 chili di rifiuti, 496,5 chili in un anno. Dei rifiuti non riciclabili, l'83,7% è secco, l'8,9% ingrombranti, il 6,3% spazzamento e, dato tristemente legato al 2010, l'1,1% arriva dal materiale che si è dovuto buttare per colpa dell'alluvione. Negli impianti di recupero vanno invece carta e cartone per il 39,8%, solo cartone per il 5,5%, vetro al 21,6%, plastica al 6,6% e multimateriale per il rimanente 26,5%. Quanto ai rifiuti particolari, il Bacino ha gestito 33.908 chili di piombo, 84.660 di pneumatici, 4.565 di neon e lampade fluorescenti, 15.863 di oli e grassi vegetali, 13.150 di oli filtri e grassi minerali, 2.160 di vernici inchiostri adesivi e resine non pericolose, 2.740 di toner e 69.340 provenienti dalla pulizia delle fognature. I comuni. Il più virtuoso è Battaglia, che ha chiuso il 2010 con il 77,7% di differenziata. Seguono Vescovana (77,5%), Solesino (77,1%), Piacenza d'Adige (77%) e Vighizzolo d'Este (76,5%). Il Comune che produce meno immondizia è invece Barbona, con 0,72 chili a cittadino. Vengono poi Sant'Urbano (0,94), Megliadino San Vitale (0,95), Arquà Petrarca (0,97) e Vescovana (1,01). Quelli che invece vanno oltre la media territoriale sono Solesino (2,19), Piacenza d'Adige (1,88), Monselice (1,74), Megliadino San Fidenzio (1,69) ed Este (1,62). Legata a questa graduatoria, c'è quella dei Comuni che producono più rifiuti recuperabili per abitante: Solesino (1,62), Piacenza d'Adige (1,30), Megliadino San Fidenzio (1,11), Montagnana (1,04) e Santa Margherita d'Adige (1,04), con la media di Bacino a 0,93 kg/giorno.
I commenti. Tiberio Businaro (Carceri) ha sottolineato «come grazie al Bacino il territorio può contare su un risparmio di qualità, a tutela dell'ambiente in cui tutti viviamo. Un altro dato fondamentale, è la continuità con cui il consorzio si impegna nel migliorare i servizi». Giancarlo Piva (Este) ha ricordato invece altre iniziative particolari, come «quella dei detersivi alla spina per ridurre imballaggi e risparmiare materie prime». Soddisfatto Simone Borile, presidente del Bacino Padova 3: «I dati 2010 premiano gli sforzi profusi. Cercheremo comunque di impegnarci di più coinvolgendo ancora una volta i cittadini, ma anche le attività commerciali».
Elude i domiciliari attirato dal rock
Fonte Il Mattino di Padova
di N.C.
28 luglio 2011
SOLESINO. Avrebbe dovuto essere agli arresti domiciliari e invece era alla festa della birra di Arteselle. E' stata probabilmente la passione per la musica rock a incastrare Gianni Malachin, 37 anni di Solesino. L'uomo è stato pescato l'altra sera alla «Beer Fest» della frazione solesinese, nella serata in cui si esibivano i No Speech, rock band di fama nazionale. Peccato che Malachin fosse oggetto di un provvedimento di resitrizione della libertà che gli imponeva di essere tra le mura di casa per tutta la notte. A gennaio il trentasettenne era stato arrestato in un hotel a Montegrotto: in quell'occasione, l'arresto era avvenuto mentre Malachin era a godersi attimi di relax in piscina. L'uomo era finito in manette per il furto di una Golf, rubata qualche mese prima nel Ferrarese. Il ladro era stato smascherato dal titolare dell'albergo, che su Malachin nutriva qualche sospetto e che aveva dunque chiesto il controllo della targa del suo veicolo parcheggiato all'ingresso dell'hotel. L'auto era risultata rubata. Per quel reato, Malachin aveva l'obbligo di risiedere a Solesino e soprattutto di rimanere ogni giorno nell'abitazione di via Casa Comunale dalle 22 alle 7. Mercoledì notte, all'1, i carabinieri di Solesino hanno però notato il suo volto tra le persone accorse ad Arteselle per lo spettacolo dei No Speech. Forse il trentasettenne non ha resistito all'invito della musica rock e si è concesso il lusso di uscire di casa. Malachin si è pure accorto di essere stato visto, e ha tentato la fuga a piedi, approfittando della folla. E' stato fermato e arrestato a pochi metri dallo stand gastronomico. Ieri è stato portato in carcere a Padova e processato con rito direttissimo. E' stato condannato a un anno e 4 mesi di reclusione. (n.c.)
di N.C.
28 luglio 2011
SOLESINO. Avrebbe dovuto essere agli arresti domiciliari e invece era alla festa della birra di Arteselle. E' stata probabilmente la passione per la musica rock a incastrare Gianni Malachin, 37 anni di Solesino. L'uomo è stato pescato l'altra sera alla «Beer Fest» della frazione solesinese, nella serata in cui si esibivano i No Speech, rock band di fama nazionale. Peccato che Malachin fosse oggetto di un provvedimento di resitrizione della libertà che gli imponeva di essere tra le mura di casa per tutta la notte. A gennaio il trentasettenne era stato arrestato in un hotel a Montegrotto: in quell'occasione, l'arresto era avvenuto mentre Malachin era a godersi attimi di relax in piscina. L'uomo era finito in manette per il furto di una Golf, rubata qualche mese prima nel Ferrarese. Il ladro era stato smascherato dal titolare dell'albergo, che su Malachin nutriva qualche sospetto e che aveva dunque chiesto il controllo della targa del suo veicolo parcheggiato all'ingresso dell'hotel. L'auto era risultata rubata. Per quel reato, Malachin aveva l'obbligo di risiedere a Solesino e soprattutto di rimanere ogni giorno nell'abitazione di via Casa Comunale dalle 22 alle 7. Mercoledì notte, all'1, i carabinieri di Solesino hanno però notato il suo volto tra le persone accorse ad Arteselle per lo spettacolo dei No Speech. Forse il trentasettenne non ha resistito all'invito della musica rock e si è concesso il lusso di uscire di casa. Malachin si è pure accorto di essere stato visto, e ha tentato la fuga a piedi, approfittando della folla. E' stato fermato e arrestato a pochi metri dallo stand gastronomico. Ieri è stato portato in carcere a Padova e processato con rito direttissimo. E' stato condannato a un anno e 4 mesi di reclusione. (n.c.)
domenica 17 luglio 2011
E il volontario pulisce il verde pubblico
Fonte Il Gazzettino
16 luglio 2011
(L.Lev.) Volontariato protagonista delle manutenzioni e della pulizia del verde di Rustega. Questa la convenzione stipulata dall'amministrazione comunale con la parrocchia Santa Maria Assunta della frazione. L'accordo avrà una durata sperimentale di un anno, ma Comune e parrocchia hanno già idea di proseguire ripetere la collaborazione anche per i prossimi anni. Quattro i compiti affidati ai volontari: lo sfalcio dell'erba, la manutenzione dei vialetti, la pulizia delle piste ciclabili e delle aree pubbliche. La manutenzione e la pulizia interesserà le aree verdi della frazione per una superficie complessiva di circa 5.500 metri quadri. I volontari utilizzeranno attrezzature della parrocchia che stipulerà una polizza assicurativa. Da parte sua, l'amministrazione comunale erogherà alla parrocchia un contributo annuale. «Siamo riusciti a coinvolgere direttamente gli abitanti di Rustega - spiega il vicesindaco Andrea Gumiero, titolare della delega per la frazione - grazie anche alla sensibilità dimostrata dal parroco don Luciano Marchioretto. Quest'iniziativa dimostra che gli spazi pubblici sono di tutti e se tutti contribuiamo a mantenerli in ordine chi ne trarrà giovamento sono tutti i residenti». «Con quest'accordo - aggiunge l'assessore alle Politiche sociali Sonia Dittadi - prosegue il percorso di promozione delle collaborazioni tra Comune e associazioni di volontariato».
16 luglio 2011
(L.Lev.) Volontariato protagonista delle manutenzioni e della pulizia del verde di Rustega. Questa la convenzione stipulata dall'amministrazione comunale con la parrocchia Santa Maria Assunta della frazione. L'accordo avrà una durata sperimentale di un anno, ma Comune e parrocchia hanno già idea di proseguire ripetere la collaborazione anche per i prossimi anni. Quattro i compiti affidati ai volontari: lo sfalcio dell'erba, la manutenzione dei vialetti, la pulizia delle piste ciclabili e delle aree pubbliche. La manutenzione e la pulizia interesserà le aree verdi della frazione per una superficie complessiva di circa 5.500 metri quadri. I volontari utilizzeranno attrezzature della parrocchia che stipulerà una polizza assicurativa. Da parte sua, l'amministrazione comunale erogherà alla parrocchia un contributo annuale. «Siamo riusciti a coinvolgere direttamente gli abitanti di Rustega - spiega il vicesindaco Andrea Gumiero, titolare della delega per la frazione - grazie anche alla sensibilità dimostrata dal parroco don Luciano Marchioretto. Quest'iniziativa dimostra che gli spazi pubblici sono di tutti e se tutti contribuiamo a mantenerli in ordine chi ne trarrà giovamento sono tutti i residenti». «Con quest'accordo - aggiunge l'assessore alle Politiche sociali Sonia Dittadi - prosegue il percorso di promozione delle collaborazioni tra Comune e associazioni di volontariato».
Pillon: «Una lobby "governa" i rifiuti» - ACEGAS/APS L’ad sull’inceneritore: «Investiti 100 milioni e non ci arriva materiale da bruciare»
Fonte Il Gazzettino
di Marco Giacon
12 luglio 2011
Ora non è più solo la parola di un tecnico, ora c’è anche quella dell’amministratore delegato nonché vicepresidente di AcegasAps, Cesare Pillon che ieri ha espresso tutta la sua preoccupazione e la sua rabbia per una situazione a dir poco "incresciosa". «Abbiamo investito 100 milioni di euro, soldi pubblici dei cittadini dei comuni di Padova e Trieste per fare nascere un termovalorizzatore che desse l’autosufficienza allo smaltimento nel territorio di Padova. Ebbene non ci arrivano i rifiuti che dovremmo avere perchè le discariche sono ancora aperte, anzi, alcune aumentano la capienza. Ho dei sospetti che la lobby delle discariche si stia muovendo contrariamente agli indirizzi di legge che obbligano alla loro chiusura. Noi siamo nati proprio su questo dettato, contenuto nel piano provinciale dei rifiuti del 29 novembre 2004 e nella delibera regionale 59 del novembre dello stesso anno. Di più: siamo stati autorizzati dalla Regione il 21 dicembre del 2009 ad aprire l’impianto. E un inceneritore non si apre se non c’è pianificazione. Si apre solo se quell’inceneritore avrà i rifiuti. Ora sono proprio curioso di vedere che cosa conterrà il nuovo piamo provinciale dei rifiuti in elaborazione. Perché se le discariche non chiudono ma si ampliano c’è da andare in tribunale».
Piccolo riassunto. L’inceneritore ha una capacità giornalierà di 600 tonnellate, esattamente quelle che produce l’intera provincia. Invece ne brucia 350 e le altre deve "trovarle" in giro per la Regione. Questo perché i rifiuti dell’Alta padovana, Bacino 1, non gli sono mai arrivati, anche se doveva riceverli. E non gli arriveranno visto che la discarica di Campodarsego non chiuderà.
«Posso dire che l’azienda farà tutto ciò che le è possibile per il conferimento corretto dei rifiuti» dichiara Pillon. «Comunque è un problema molto ampio. Basti pensare che il bacino Treviso 1 vorrebbe portarci i propri rifiuti, fatto che diminuirebbe per loro di molto la tariffa a cui oggi li smaltiscono, levando un problema a noi, ma le due Province non si mettono d’accordo».
di Marco Giacon
12 luglio 2011
Ora non è più solo la parola di un tecnico, ora c’è anche quella dell’amministratore delegato nonché vicepresidente di AcegasAps, Cesare Pillon che ieri ha espresso tutta la sua preoccupazione e la sua rabbia per una situazione a dir poco "incresciosa". «Abbiamo investito 100 milioni di euro, soldi pubblici dei cittadini dei comuni di Padova e Trieste per fare nascere un termovalorizzatore che desse l’autosufficienza allo smaltimento nel territorio di Padova. Ebbene non ci arrivano i rifiuti che dovremmo avere perchè le discariche sono ancora aperte, anzi, alcune aumentano la capienza. Ho dei sospetti che la lobby delle discariche si stia muovendo contrariamente agli indirizzi di legge che obbligano alla loro chiusura. Noi siamo nati proprio su questo dettato, contenuto nel piano provinciale dei rifiuti del 29 novembre 2004 e nella delibera regionale 59 del novembre dello stesso anno. Di più: siamo stati autorizzati dalla Regione il 21 dicembre del 2009 ad aprire l’impianto. E un inceneritore non si apre se non c’è pianificazione. Si apre solo se quell’inceneritore avrà i rifiuti. Ora sono proprio curioso di vedere che cosa conterrà il nuovo piamo provinciale dei rifiuti in elaborazione. Perché se le discariche non chiudono ma si ampliano c’è da andare in tribunale».
Piccolo riassunto. L’inceneritore ha una capacità giornalierà di 600 tonnellate, esattamente quelle che produce l’intera provincia. Invece ne brucia 350 e le altre deve "trovarle" in giro per la Regione. Questo perché i rifiuti dell’Alta padovana, Bacino 1, non gli sono mai arrivati, anche se doveva riceverli. E non gli arriveranno visto che la discarica di Campodarsego non chiuderà.
«Posso dire che l’azienda farà tutto ciò che le è possibile per il conferimento corretto dei rifiuti» dichiara Pillon. «Comunque è un problema molto ampio. Basti pensare che il bacino Treviso 1 vorrebbe portarci i propri rifiuti, fatto che diminuirebbe per loro di molto la tariffa a cui oggi li smaltiscono, levando un problema a noi, ma le due Province non si mettono d’accordo».
Rifiuti speciali, manca il Piano Più della metà smaltiti altrove
Fonte Il Corriere del Veneto
di Marco Bonet
14 luglio 2011
Nei primi 5 mesi di quest’anno già eguagliate
le esportazioni del 2010. Germania e Cina le destinazioni, costi altissimi. La Regione non si è ancora mossa
VENEZIA - È proprio vero che c’è sempre un Nord più a nord del Nord. Nei giorni in cui il Veneto ribadisce il suo niet alla «monnezza» di Napoli, perché «ciascuno deve pensare ai propri rifiuti» e «non si può sempre pensare di scaricare ad altri le schifezze di casa» e insomma, «chi pensa per sé pensa per tre», l’Agr, l’associazione che riunisce le principali aziende venete che si occupano di smaltimento e recupero, rivela preoccupata che nei primi cinque mesi del 2011 l’esportazione di rifiuti speciali, quelli cioè prodotti dalle imprese venete, è «stata pari a quella registrata in tutto l’arco dell’anno passato» e «il ricorso all’estero continua a essere in vertiginoso aumento ». Anche il Veneto, dunque, ha un Nord a cui chiedere aiuto. Un aiuto lautamente pagato, per di più. La Germania, che da tempo ha intuito le potenzialità del business dello smaltimento, attende infatti a braccia aperte i nostri rifiuti speciali e pericolosi, ossia ceneri e scorie varie, terra e rocce, pneumatici e amianto, per sotterrarli nelle sue miniere di sale abbandonate a 200-350 euro a tonnellata. Ma anche per la Cina siamo un cliente da coccolare, perché lì inviamo container e container di «Raee», una formula che sa di fantascienza e invece indica i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Sono computer, tivù, vecchi videoregistratori ma anche i nuovi, ma già superati, iPad, che loro pigliano, smontano, un po’ buttano e molto recuperano, a un prezzo che varia dai 100 ai 400 euro a tonnellata.
Ogni anno partono dal Veneto dirette a Nord o a Oriente circa 74 mila tonnellate di rifiuti speciali: un decimo del totale prodotto qui (811 mila tonnellate) e circa il 7% dei rifiuti complessivamente esportati da tutte le regioni settentrionali, che insieme coprono quasi il 60% del totale nazionale e, in particolare, quasi l’80% dei rifiuti speciali pericolosi (il Centro si ferma al 6%, il Sud sfiora il 32%). Per inciso: la normativa italiana ed europea vieta il conferimento in discarica di alcuni rifiuti speciali, che devono quindi essere inceneriti. Non avendo però l’Italia inceneritori adeguati e sufficienti, ecco che occorre spedire questi rifiuti all’estero. E lì diventano un problema di chi se li è presi. La nostra immondizia «speciale » la spediamo lontano ma non sempre. Anzi. Dall’elaborazione di Agr si scopre infatti che il Veneto esporta i suoi rifiuti anche in altre regioni italiane e in quantità di gran lunga superiore a quella che importa: il rapporto è di 379 mila tonnellate esportate contro 238 mila importate, dunque con un saldo negativo di 141 mila tonnellate. Sommando le 379 mila inviate oltre Veneto con le 74 mila inviate oltre Italia, se ne ricava che più della metà dei rifiuti pericolosi prodotti qui poi viene smaltita altrove. Il che ha due impatti negativi: il primo sull’ambiente, perché è chiaro che spostare container di amianto da una parte all’altra del Paese non è esattamente un toccasana, il secondo sull’economia perché certo se si smaltisse qui, qui ci sarebbero nuove aziende e nuovi occupati e magari nuovi investimenti nella ricerca e nelle tecnologie del settore.
Il ricorso all’estero, come detto, si rende indispensabile per via della mancanza di impianti adeguati, una situazione aggravata dall’assenza di un Piano regionale, senza il quale la Regione non può rilasciare alcun nullaosta alla costruzione. Il Piano, però, manca all’appello da dieci anni e ancora non si vede all’orizzonte, e difatti i progetti per i due termovalorizzatori presentati da Unindustria Treviso (che pure riguardano rifiuti speciali non pericolosi) giacciono da mesi in un cassetto polveroso della commissione Via. Il presidente di Agr, Salvo Renato Cerruto e il suo vice, Antonio Casotto, hanno incontrato nei giorni scorsi l’assessore all’Ambiente Maurizio Conte proprio per fare il punto sulla stesura del Piano. «Si è trattato di un incontro con risvolti senza dubbio positivi - dice Cerruto - sebbene l’assessore non abbia presentato una bozza e non abbia fissato scadenze. Condividiamo comunque le intenzioni dell’assessore di redigere un Piano unico sia per i rifiuti speciali sia per gli urbani. Due Piani diversi non avrebbero alcun senso». Casotto propone invece di creare un portale, sotto il controllo delle Province, «per disporre in tempo reale di dati affidabili circa la produzione, la movimentazione e il trattamento dei rifiuti. Il portale garantirebbe massima trasparenza e tempestività statistica». Anche sui rifiuti fermi al gate per Pechino.
di Marco Bonet
14 luglio 2011
Nei primi 5 mesi di quest’anno già eguagliate
le esportazioni del 2010. Germania e Cina le destinazioni, costi altissimi. La Regione non si è ancora mossa
VENEZIA - È proprio vero che c’è sempre un Nord più a nord del Nord. Nei giorni in cui il Veneto ribadisce il suo niet alla «monnezza» di Napoli, perché «ciascuno deve pensare ai propri rifiuti» e «non si può sempre pensare di scaricare ad altri le schifezze di casa» e insomma, «chi pensa per sé pensa per tre», l’Agr, l’associazione che riunisce le principali aziende venete che si occupano di smaltimento e recupero, rivela preoccupata che nei primi cinque mesi del 2011 l’esportazione di rifiuti speciali, quelli cioè prodotti dalle imprese venete, è «stata pari a quella registrata in tutto l’arco dell’anno passato» e «il ricorso all’estero continua a essere in vertiginoso aumento ». Anche il Veneto, dunque, ha un Nord a cui chiedere aiuto. Un aiuto lautamente pagato, per di più. La Germania, che da tempo ha intuito le potenzialità del business dello smaltimento, attende infatti a braccia aperte i nostri rifiuti speciali e pericolosi, ossia ceneri e scorie varie, terra e rocce, pneumatici e amianto, per sotterrarli nelle sue miniere di sale abbandonate a 200-350 euro a tonnellata. Ma anche per la Cina siamo un cliente da coccolare, perché lì inviamo container e container di «Raee», una formula che sa di fantascienza e invece indica i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Sono computer, tivù, vecchi videoregistratori ma anche i nuovi, ma già superati, iPad, che loro pigliano, smontano, un po’ buttano e molto recuperano, a un prezzo che varia dai 100 ai 400 euro a tonnellata.
Ogni anno partono dal Veneto dirette a Nord o a Oriente circa 74 mila tonnellate di rifiuti speciali: un decimo del totale prodotto qui (811 mila tonnellate) e circa il 7% dei rifiuti complessivamente esportati da tutte le regioni settentrionali, che insieme coprono quasi il 60% del totale nazionale e, in particolare, quasi l’80% dei rifiuti speciali pericolosi (il Centro si ferma al 6%, il Sud sfiora il 32%). Per inciso: la normativa italiana ed europea vieta il conferimento in discarica di alcuni rifiuti speciali, che devono quindi essere inceneriti. Non avendo però l’Italia inceneritori adeguati e sufficienti, ecco che occorre spedire questi rifiuti all’estero. E lì diventano un problema di chi se li è presi. La nostra immondizia «speciale » la spediamo lontano ma non sempre. Anzi. Dall’elaborazione di Agr si scopre infatti che il Veneto esporta i suoi rifiuti anche in altre regioni italiane e in quantità di gran lunga superiore a quella che importa: il rapporto è di 379 mila tonnellate esportate contro 238 mila importate, dunque con un saldo negativo di 141 mila tonnellate. Sommando le 379 mila inviate oltre Veneto con le 74 mila inviate oltre Italia, se ne ricava che più della metà dei rifiuti pericolosi prodotti qui poi viene smaltita altrove. Il che ha due impatti negativi: il primo sull’ambiente, perché è chiaro che spostare container di amianto da una parte all’altra del Paese non è esattamente un toccasana, il secondo sull’economia perché certo se si smaltisse qui, qui ci sarebbero nuove aziende e nuovi occupati e magari nuovi investimenti nella ricerca e nelle tecnologie del settore.
Il ricorso all’estero, come detto, si rende indispensabile per via della mancanza di impianti adeguati, una situazione aggravata dall’assenza di un Piano regionale, senza il quale la Regione non può rilasciare alcun nullaosta alla costruzione. Il Piano, però, manca all’appello da dieci anni e ancora non si vede all’orizzonte, e difatti i progetti per i due termovalorizzatori presentati da Unindustria Treviso (che pure riguardano rifiuti speciali non pericolosi) giacciono da mesi in un cassetto polveroso della commissione Via. Il presidente di Agr, Salvo Renato Cerruto e il suo vice, Antonio Casotto, hanno incontrato nei giorni scorsi l’assessore all’Ambiente Maurizio Conte proprio per fare il punto sulla stesura del Piano. «Si è trattato di un incontro con risvolti senza dubbio positivi - dice Cerruto - sebbene l’assessore non abbia presentato una bozza e non abbia fissato scadenze. Condividiamo comunque le intenzioni dell’assessore di redigere un Piano unico sia per i rifiuti speciali sia per gli urbani. Due Piani diversi non avrebbero alcun senso». Casotto propone invece di creare un portale, sotto il controllo delle Province, «per disporre in tempo reale di dati affidabili circa la produzione, la movimentazione e il trattamento dei rifiuti. Il portale garantirebbe massima trasparenza e tempestività statistica». Anche sui rifiuti fermi al gate per Pechino.
martedì 12 luglio 2011
All’ecocentro vietate le vendite
Fonte il Gazzettino
di Lorena Levorato
10 luglio 2011
Fino a 500 euro di multa per chi è sorpreso a commercializzare di rifiuti «riutilizzabili» all'ecocentro. Lo stabilisce una nuova ordinanza sindacale che vieta, nelle vicinanze del centro temporaneo di raccolta di via Francia a Peraga, dalle 7.30 alle 15 del sabato, qualsiasi attività di «di scambio, raccolta, recupero, trasporto, smaltimento e commercio di materiale, anche in buono stato, di ogni tipo di materiale, anche se in buono stato, e conferito come rifiuto all'interno e nelle immediate vicinanze del centro». Un provvedimento che ricalca quello già emanato un mese fa, ma che a differenza del precedente non ha più le condizioni della «contingibilità e urgenza». «Rispetto alla precedente ordinanza, è stata eliminata l'applicazione dell'arresto per chi è sorpreso a commercializzare materiali, ancor utilizzabili, all'interno dell'ecocentro o nelle sue vicinanze», ha spiegato il sindaco Nunzio Tacchetto. A base dell'ordinanza, i medesimi requisiti della precedente ovvero le «numerose segnalazioni, pervenute al Comune e all'ufficio ambiente», cui sono seguiti sopralluoghi e accertamenti da parte dei responsabili del settore dei Lavori pubblici. Verifiche ce hanno confermato la presenza il sabato mattina di persone, per lo di robivecchi e cenciaioli, che operano lo scambio e la raccolta di oggetti e materiali da considerarsi rifiuto destinato all'isola ecologica, ma ancora in buono stato. Questi comportamenti sono stati più volte avversati dai cittadini e «simili condotte sono state anche segnalate a Etra, la società che gestisce il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti solidi urbani nel Comune di Vigonza», si legge nel testo dell'ordinanza. Per chi non rispetterà le disposizioni dell'ordinanza, è prevista una sanzione pecuniaria amministrativa da 250 a 500 euro. L'amministrazione comunale, per limitare i disagi creati da veri e propri ecoingorghi del sabato mattina, ha istituito il divieto di sosta temporaneo, il sabato dalle 7 alle 15, nel tratto di parcheggio lato ovest di via Francia, adiacente l'entrata del centro di raccolta dei rifiuti.
di Lorena Levorato
10 luglio 2011
Fino a 500 euro di multa per chi è sorpreso a commercializzare di rifiuti «riutilizzabili» all'ecocentro. Lo stabilisce una nuova ordinanza sindacale che vieta, nelle vicinanze del centro temporaneo di raccolta di via Francia a Peraga, dalle 7.30 alle 15 del sabato, qualsiasi attività di «di scambio, raccolta, recupero, trasporto, smaltimento e commercio di materiale, anche in buono stato, di ogni tipo di materiale, anche se in buono stato, e conferito come rifiuto all'interno e nelle immediate vicinanze del centro». Un provvedimento che ricalca quello già emanato un mese fa, ma che a differenza del precedente non ha più le condizioni della «contingibilità e urgenza». «Rispetto alla precedente ordinanza, è stata eliminata l'applicazione dell'arresto per chi è sorpreso a commercializzare materiali, ancor utilizzabili, all'interno dell'ecocentro o nelle sue vicinanze», ha spiegato il sindaco Nunzio Tacchetto. A base dell'ordinanza, i medesimi requisiti della precedente ovvero le «numerose segnalazioni, pervenute al Comune e all'ufficio ambiente», cui sono seguiti sopralluoghi e accertamenti da parte dei responsabili del settore dei Lavori pubblici. Verifiche ce hanno confermato la presenza il sabato mattina di persone, per lo di robivecchi e cenciaioli, che operano lo scambio e la raccolta di oggetti e materiali da considerarsi rifiuto destinato all'isola ecologica, ma ancora in buono stato. Questi comportamenti sono stati più volte avversati dai cittadini e «simili condotte sono state anche segnalate a Etra, la società che gestisce il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti solidi urbani nel Comune di Vigonza», si legge nel testo dell'ordinanza. Per chi non rispetterà le disposizioni dell'ordinanza, è prevista una sanzione pecuniaria amministrativa da 250 a 500 euro. L'amministrazione comunale, per limitare i disagi creati da veri e propri ecoingorghi del sabato mattina, ha istituito il divieto di sosta temporaneo, il sabato dalle 7 alle 15, nel tratto di parcheggio lato ovest di via Francia, adiacente l'entrata del centro di raccolta dei rifiuti.
«Decidiamo se l’inceneritore è business»
Fonte il Gazzettino
10 luglio 2011
LEGA AL CONTRATTACCO Marcato: «La sinistra e il Comune devono chiarire»
«Ma insomma, dev’essere sempre tutto colpa della Provincia?» Il vicepresidente Roberto Marcato, Lega Nord, che già ne ha di suo visto che domani ci sarà un summit tra Pdl e Lega per decidere sul futuro dell’amministrazione, stavolta sul tema dei rifiuti se la prende con il Comune. «A sinistra ragionano come se loro non c’entrassero mai in niente. Ma non siamo mica noi i proprietari dell’inceneritore del S. Lazzaro, semmai lo è il Comune. Allora l’assessore Silvia Clai dell’IOdv che per cinque anni quando era all’opposizione in Provincia ha chiesto che venisse chiusa la prima linea, faccia lo stesso con il sindaco. E la stessa cosa faccia anche l’assessore all’Ambiente, Alessandro Zan di Sinistra Ecologià Libertà. Si prende il coraggio di dire allo stesso tempo che bisogna chiudere le discariche e ridimensionare l’inceneritore. Ma allora i rifiuti dove li mettiamo?».
Un fatto è certo. «Padova con l’inceneritore ha raggiunto l’autosufficienza nello smaltimento. Ora la politica, noi tutti, dobbiamo interrogarci. Questo impianto serve solo per noi oppure può diventare un business servendo anche altre zone della regione? Perchè se decidiamo questo allora possono andare bene sia le tre linee che le discariche. Ma conferire nell’inceneritore costa di più. Come fare per mantenere inalterata la qualità del servizio nel Bacino Padova 1, quello di Campodarsego, se la discarica dovesse chiudere? Sono domande che dobbiamo porci. La Provincia risponderà con il suo piano e la Regione con il proprio, ma chiedo che anche l’amministrazione di Padova ce lo dica una buona volta. Anche il Comune deve esporsi su questa vicenda. Perché è vero che l’impianto ha una autorizzazione regionale per tre linee ma la scelta se usarle o meno spetta ai proprietari».
10 luglio 2011
LEGA AL CONTRATTACCO Marcato: «La sinistra e il Comune devono chiarire»
«Ma insomma, dev’essere sempre tutto colpa della Provincia?» Il vicepresidente Roberto Marcato, Lega Nord, che già ne ha di suo visto che domani ci sarà un summit tra Pdl e Lega per decidere sul futuro dell’amministrazione, stavolta sul tema dei rifiuti se la prende con il Comune. «A sinistra ragionano come se loro non c’entrassero mai in niente. Ma non siamo mica noi i proprietari dell’inceneritore del S. Lazzaro, semmai lo è il Comune. Allora l’assessore Silvia Clai dell’IOdv che per cinque anni quando era all’opposizione in Provincia ha chiesto che venisse chiusa la prima linea, faccia lo stesso con il sindaco. E la stessa cosa faccia anche l’assessore all’Ambiente, Alessandro Zan di Sinistra Ecologià Libertà. Si prende il coraggio di dire allo stesso tempo che bisogna chiudere le discariche e ridimensionare l’inceneritore. Ma allora i rifiuti dove li mettiamo?».
Un fatto è certo. «Padova con l’inceneritore ha raggiunto l’autosufficienza nello smaltimento. Ora la politica, noi tutti, dobbiamo interrogarci. Questo impianto serve solo per noi oppure può diventare un business servendo anche altre zone della regione? Perchè se decidiamo questo allora possono andare bene sia le tre linee che le discariche. Ma conferire nell’inceneritore costa di più. Come fare per mantenere inalterata la qualità del servizio nel Bacino Padova 1, quello di Campodarsego, se la discarica dovesse chiudere? Sono domande che dobbiamo porci. La Provincia risponderà con il suo piano e la Regione con il proprio, ma chiedo che anche l’amministrazione di Padova ce lo dica una buona volta. Anche il Comune deve esporsi su questa vicenda. Perché è vero che l’impianto ha una autorizzazione regionale per tre linee ma la scelta se usarle o meno spetta ai proprietari».
Per bruciare i rifiuti
Fonte il Gazzettino
di Mauro Giacon
10 luglio 2011
Sembra facile. Chiudere le discariche e portare tutto nell’inceneritore. Ma c’è un piccolo particolare. Scaricare tutto in un buco sottoterra costa meno che portare il rifiuto a bruciare. «Dunque capisco AcegasAps quando dice che l’investimento va remunerato, ma bisogna che lo spieghi anche a Etra, che gestisce la discarica di Campodarsego. Dunque se AcegasAps vuole quei rifiuti dev’essere disposta ad andare incontro a Etra che altrimenti dovrebbe, per portarglieli, aumentare le sue tariffe». È Mauro Fecchio che parla, l’assessore provinciale incaricato di redarre il Piano provinciale dei rifiuti. «Guardi le discariche in provincia sono tre. Quella regionale di S. Urbano che serve per le emergenze. Ma è destinata ad esaurirsi verso il 2017-18. Quella di Campodarsego nella quale Etra vuole conferire altri 100mila metri cubi di spazzature prima di chiuderla, quindi entro qualche anno, e quella della Sesa di este che invece ha chiesto al vecchio consiglio provinciale un ampliamento di 400mila metri cubi». Quest’ultimo sembra francamente una enormità. «Ma mpiuttosto che far partire un camion da Castelbado per farlo scaricare nell’inceneritore meglio così» dice Fecchio con il suo solito spirito pratico. «Per quanto riguarda il Bacino Padova 4 quello della bassa padovana è ipotizzabile portare con poca spesa tutto nel forno. Dunque la situazione va verso un progressivo spostamento dell’equilibrio verso l’inceneritore, ma qualche discarica aperta serve, se non altro per metterci dentro gli scarti prodotti dal forno». Ma il vero problema è un altro. Ci dovrebbe essere un Ato unico che unisca i quattro bacini sotto l’ègida della Provincia. Siccome ancora i poteri non ce li abbiamo ho chiesto ai quattro bacini di ritrovarsi e di mettere a punto una politica armonizzata delle tariffe, perchè è questo il vero nodo che frena il conferimento dei rifiuti nell’inceneritore. Solo così potremmo dare un senso alla nostra autosufficienza nel campo dello smaltimento».
di Mauro Giacon
10 luglio 2011
Sembra facile. Chiudere le discariche e portare tutto nell’inceneritore. Ma c’è un piccolo particolare. Scaricare tutto in un buco sottoterra costa meno che portare il rifiuto a bruciare. «Dunque capisco AcegasAps quando dice che l’investimento va remunerato, ma bisogna che lo spieghi anche a Etra, che gestisce la discarica di Campodarsego. Dunque se AcegasAps vuole quei rifiuti dev’essere disposta ad andare incontro a Etra che altrimenti dovrebbe, per portarglieli, aumentare le sue tariffe». È Mauro Fecchio che parla, l’assessore provinciale incaricato di redarre il Piano provinciale dei rifiuti. «Guardi le discariche in provincia sono tre. Quella regionale di S. Urbano che serve per le emergenze. Ma è destinata ad esaurirsi verso il 2017-18. Quella di Campodarsego nella quale Etra vuole conferire altri 100mila metri cubi di spazzature prima di chiuderla, quindi entro qualche anno, e quella della Sesa di este che invece ha chiesto al vecchio consiglio provinciale un ampliamento di 400mila metri cubi». Quest’ultimo sembra francamente una enormità. «Ma mpiuttosto che far partire un camion da Castelbado per farlo scaricare nell’inceneritore meglio così» dice Fecchio con il suo solito spirito pratico. «Per quanto riguarda il Bacino Padova 4 quello della bassa padovana è ipotizzabile portare con poca spesa tutto nel forno. Dunque la situazione va verso un progressivo spostamento dell’equilibrio verso l’inceneritore, ma qualche discarica aperta serve, se non altro per metterci dentro gli scarti prodotti dal forno». Ma il vero problema è un altro. Ci dovrebbe essere un Ato unico che unisca i quattro bacini sotto l’ègida della Provincia. Siccome ancora i poteri non ce li abbiamo ho chiesto ai quattro bacini di ritrovarsi e di mettere a punto una politica armonizzata delle tariffe, perchè è questo il vero nodo che frena il conferimento dei rifiuti nell’inceneritore. Solo così potremmo dare un senso alla nostra autosufficienza nel campo dello smaltimento».
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«Linea diretta con i sindaci»
Fonte Il Mattino di Padova
di Renzo Mazzaro
9 luglio 2011
VENEZIA. Il gruppo consiliare del Pdl ha avuto un'idea: mettere a disposizione dei sindaci una linea dedicata per comunicazioni con la Regione. Vogliono fare da interlocutori diretti. Uno dice: bello, ma potevano anche pensarci prima. No. I vertici del partito, gelosi dell'iniziativa, hanno messo i bastoni tra le ruote. Vedono un'invasione di campo, una sostituzione di ruolo. I vertici del Pdl Veneto sono Alberto Giorgetti coordinatore e Marino Zorzato vice. Il gruppo in Regione è presieduto da Dario Bond e da Piergiorgio Cortelazzo, vice. Inutile cercare conferme: sembra che tutti siano andati a Mirabello, in quel di Ferrara, non a ballare il tango della gelosia ma ad ascoltare Angelino Alfano che debutta come segretario del Pdl. Alle 18,54 le agenzie informano che l'erede di Berlusconi «è accolto da un'ovazione». Il telefono può suonare, chi lo sente? Meglio confermare che l'incontro con i sindaci si tiene stamattina a Limena, ore 10, nella sala Falcone Borsellino del municipio (via Roma 44). L'invito firmato da Bond e Cortelazzo annuncia anche la presenza di Giorgetti che Zorzato. Nel Pdl vanno due a due. Seguirà pranzo al ristorante «Tirovino», luogo ideale per far pagare il conto al coordinatore di casa, il più affannato a rincorrere i promotori dell'incontro. Tra questi ultimi c'è Leonardo Padrin, primo firmatario di un progetto di legge statale d'iniziativa regionale, per cambiare la legge elettorale, sostenuto da 31 consiglieri di tutti i partiti, esclusi solo i leghisti. Nel Pdl hanno firmato tutti meno, guarda caso, Mauro Mainardi eletto nel listino bloccato e Marino Zorzato, piovuto nel listino addirittura dal parlamento. Tant'è che ancora adesso non rinuncia al titolo di «on.» Padrin, da dove nasce questo progetto di legge? «Dalla volontà di riportare la sovranità nelle mani dell'elettore. Vogliamo che si torni alle preferenze e le persone siano elette indipendentemente dalla posizione in lista. La proposta è sostenuta da uno schieramento trasversale mai registrato prima. Chiunque può prenderne visione in internet cliccando www.scegliamolinoi.com e c'è anche un gruppo in facebook «basta nominati scegliamoli noi». Ridiamo la sovranità al popolo e togliamola alle segreterie dei partiti». Peccato che la proposta di legge vada in mano ad un parlamento di nominati. Difficile sperare che si suicidino. «Noi chiederemo ai sindaci di far approvare dai consigli comunali delle delibere di sostegno. La manderemo a tutti i consiglieri regionali d'Italia. Per quanto ci riguarda l'abbiamo firmata quasi tutti nel Pdl. Senza contare che una convergenza così estesa e trasversale nel Veneto è stupefacente, se si pensa che tre anni fa a sostenere l'abolizione del listino bloccato eravamo solo Bond e io». Bravi, siete stati dei precursori. «I precursori di solito prendono una medaglia alla memoria, noi invece siamo ancora qua. Chiediamo alle altre Regioni di approvare un testo analogo, intendiamo dare vita ad una mobilitazione bipartisan per sconfiggere le caste che si sono impadronite dei partiti e da lì governano il paese. La stessa proposta di abolire il listino bloccato nella legge regionale, è oggi condivisa da tutti». Purtroppo ha a che fare con l'approvazione del nuovo statuto: a che punto siamo dopo 11 anni? «Novità non ce ne sono ma direi che siamo vicini alla chiusura. E' un fatto rivoluzionario che questo cambiamento venga avviato dal partito che governa la Regione, che proprio da noi parta la rivolta contro un sistema di nominati. Il fatto è che sta crescendo nel Paese sta un'onda più grande di quello che pensano a Roma. Le primarie erano sufficenti un anno fa, oggi non bastano più».
di Renzo Mazzaro
9 luglio 2011
VENEZIA. Il gruppo consiliare del Pdl ha avuto un'idea: mettere a disposizione dei sindaci una linea dedicata per comunicazioni con la Regione. Vogliono fare da interlocutori diretti. Uno dice: bello, ma potevano anche pensarci prima. No. I vertici del partito, gelosi dell'iniziativa, hanno messo i bastoni tra le ruote. Vedono un'invasione di campo, una sostituzione di ruolo. I vertici del Pdl Veneto sono Alberto Giorgetti coordinatore e Marino Zorzato vice. Il gruppo in Regione è presieduto da Dario Bond e da Piergiorgio Cortelazzo, vice. Inutile cercare conferme: sembra che tutti siano andati a Mirabello, in quel di Ferrara, non a ballare il tango della gelosia ma ad ascoltare Angelino Alfano che debutta come segretario del Pdl. Alle 18,54 le agenzie informano che l'erede di Berlusconi «è accolto da un'ovazione». Il telefono può suonare, chi lo sente? Meglio confermare che l'incontro con i sindaci si tiene stamattina a Limena, ore 10, nella sala Falcone Borsellino del municipio (via Roma 44). L'invito firmato da Bond e Cortelazzo annuncia anche la presenza di Giorgetti che Zorzato. Nel Pdl vanno due a due. Seguirà pranzo al ristorante «Tirovino», luogo ideale per far pagare il conto al coordinatore di casa, il più affannato a rincorrere i promotori dell'incontro. Tra questi ultimi c'è Leonardo Padrin, primo firmatario di un progetto di legge statale d'iniziativa regionale, per cambiare la legge elettorale, sostenuto da 31 consiglieri di tutti i partiti, esclusi solo i leghisti. Nel Pdl hanno firmato tutti meno, guarda caso, Mauro Mainardi eletto nel listino bloccato e Marino Zorzato, piovuto nel listino addirittura dal parlamento. Tant'è che ancora adesso non rinuncia al titolo di «on.» Padrin, da dove nasce questo progetto di legge? «Dalla volontà di riportare la sovranità nelle mani dell'elettore. Vogliamo che si torni alle preferenze e le persone siano elette indipendentemente dalla posizione in lista. La proposta è sostenuta da uno schieramento trasversale mai registrato prima. Chiunque può prenderne visione in internet cliccando www.scegliamolinoi.com e c'è anche un gruppo in facebook «basta nominati scegliamoli noi». Ridiamo la sovranità al popolo e togliamola alle segreterie dei partiti». Peccato che la proposta di legge vada in mano ad un parlamento di nominati. Difficile sperare che si suicidino. «Noi chiederemo ai sindaci di far approvare dai consigli comunali delle delibere di sostegno. La manderemo a tutti i consiglieri regionali d'Italia. Per quanto ci riguarda l'abbiamo firmata quasi tutti nel Pdl. Senza contare che una convergenza così estesa e trasversale nel Veneto è stupefacente, se si pensa che tre anni fa a sostenere l'abolizione del listino bloccato eravamo solo Bond e io». Bravi, siete stati dei precursori. «I precursori di solito prendono una medaglia alla memoria, noi invece siamo ancora qua. Chiediamo alle altre Regioni di approvare un testo analogo, intendiamo dare vita ad una mobilitazione bipartisan per sconfiggere le caste che si sono impadronite dei partiti e da lì governano il paese. La stessa proposta di abolire il listino bloccato nella legge regionale, è oggi condivisa da tutti». Purtroppo ha a che fare con l'approvazione del nuovo statuto: a che punto siamo dopo 11 anni? «Novità non ce ne sono ma direi che siamo vicini alla chiusura. E' un fatto rivoluzionario che questo cambiamento venga avviato dal partito che governa la Regione, che proprio da noi parta la rivolta contro un sistema di nominati. Il fatto è che sta crescendo nel Paese sta un'onda più grande di quello che pensano a Roma. Le primarie erano sufficenti un anno fa, oggi non bastano più».
venerdì 8 luglio 2011
AITEC La produzione è in calo e i prezzi dei combustibili fossili hanno subìto fortissimi incrementi
I cementieri in crisi puntano sui rifiuti
IL GAZZETTINO Giovedì 23 Giugno 2011,
ROMA - «Il settore delle costruzioni ha perso 25 miliardi in 3 anni, corrispondenti ad un taglio di oltre il 18% dei volumi di attività. Un’ulteriore flessione è prevista nel 2011 (-0,5%)». A sottolinearlo è il presidente di Aitec (Associazione italiana tecnico economica cemento di Confindustria), Alvise Zillo Monte Xillo, aprendo i lavori dell’Assemblea annuale. «Complessivamente, l’industria del cemento risente della stagnazione preoccupante delle costruzioni e non coglie il faticoso recupero dell’economia che è trainato essenzialmente dall’export», ha spiegato il presidente Aitec, precisando che «nel 2010 la produzione di cemento in Italia ha di poco superato le 34 milioni di tonnellate. La distanza dal picco storico dei volumi produttivi del 2006 (quasi 48 milioni di tonnellate) rimane pertanto ancora rilevante, pari a circa il 30%. Anche i consumi di cemento hanno registrato un’analoga contrazione, con un pesante lascito in termini di sovracapacità produttiva. Da circa tre anni - ha sottolineato Zillo - scontiamo la fine del ciclo espansivo delle costruzioni».
«Ad aggravare la situazione anche il fortissimo incremento del costo dei combustibili fossili», osserva Zillo: «Il prezzo del pet-coke è quasi raddoppiato. Inoltre, il prezzo dell’elettricità sta influendo pesantemente sui costi di produzione delle aziende cementiere. I dati evidenziano un incremento della bolletta energetica superiore al 15% rispetto ad inizio 2010».
Le cementerie italiane, spiega l’Aitec, scontano un ulteriore gap competitivo. Infatti esse possono raggiungere solo l’8% di sostituzione calorica dei combustibili fossili con quelli alternativi, come i rifiuti, contro il 61% della Germania, il 38% dell’Austria e il 27% della Francia. «Siamo di fronte ad un doppio paradosso - ha affermato Zillo - il settore cementiero deve subire l’aumento dei combustibili fossili causato dalla ripresa internazionale, della quale non beneficia. In aggiunta sopporta maggiormente l’onere per lo sviluppo delle energie alternative, ma gli viene impedito di sfruttare un’importante fonte alternativa quale il combustibile da rifiuti. Questa doppia penalizzazione si traduce in una forte perdita di competitività rispetto alla concorrenza europea. Che senso ha per un paese come l’Italia, dove molti Comuni sono letteralmente sommersi dai rifiuti - si chiede il presidente - impedire che si sviluppi la tecnologia più semplice di recupero, che l’utilizzo dei rifiuti nelle cementerie e nelle centrali elettriche sparse lungo la Penisola?».
L’industria di settore chiede perciò, come ribadito anche dal vicepresidente Aitec, Carlo Colaiacovo «una chiara politica di sviluppo industriale e infrastrutturale, serietà e certezza dei processi autorizzativi e un maggior senso di responsabilità».
IL GAZZETTINO Giovedì 23 Giugno 2011,
ROMA - «Il settore delle costruzioni ha perso 25 miliardi in 3 anni, corrispondenti ad un taglio di oltre il 18% dei volumi di attività. Un’ulteriore flessione è prevista nel 2011 (-0,5%)». A sottolinearlo è il presidente di Aitec (Associazione italiana tecnico economica cemento di Confindustria), Alvise Zillo Monte Xillo, aprendo i lavori dell’Assemblea annuale. «Complessivamente, l’industria del cemento risente della stagnazione preoccupante delle costruzioni e non coglie il faticoso recupero dell’economia che è trainato essenzialmente dall’export», ha spiegato il presidente Aitec, precisando che «nel 2010 la produzione di cemento in Italia ha di poco superato le 34 milioni di tonnellate. La distanza dal picco storico dei volumi produttivi del 2006 (quasi 48 milioni di tonnellate) rimane pertanto ancora rilevante, pari a circa il 30%. Anche i consumi di cemento hanno registrato un’analoga contrazione, con un pesante lascito in termini di sovracapacità produttiva. Da circa tre anni - ha sottolineato Zillo - scontiamo la fine del ciclo espansivo delle costruzioni».
«Ad aggravare la situazione anche il fortissimo incremento del costo dei combustibili fossili», osserva Zillo: «Il prezzo del pet-coke è quasi raddoppiato. Inoltre, il prezzo dell’elettricità sta influendo pesantemente sui costi di produzione delle aziende cementiere. I dati evidenziano un incremento della bolletta energetica superiore al 15% rispetto ad inizio 2010».
Le cementerie italiane, spiega l’Aitec, scontano un ulteriore gap competitivo. Infatti esse possono raggiungere solo l’8% di sostituzione calorica dei combustibili fossili con quelli alternativi, come i rifiuti, contro il 61% della Germania, il 38% dell’Austria e il 27% della Francia. «Siamo di fronte ad un doppio paradosso - ha affermato Zillo - il settore cementiero deve subire l’aumento dei combustibili fossili causato dalla ripresa internazionale, della quale non beneficia. In aggiunta sopporta maggiormente l’onere per lo sviluppo delle energie alternative, ma gli viene impedito di sfruttare un’importante fonte alternativa quale il combustibile da rifiuti. Questa doppia penalizzazione si traduce in una forte perdita di competitività rispetto alla concorrenza europea. Che senso ha per un paese come l’Italia, dove molti Comuni sono letteralmente sommersi dai rifiuti - si chiede il presidente - impedire che si sviluppi la tecnologia più semplice di recupero, che l’utilizzo dei rifiuti nelle cementerie e nelle centrali elettriche sparse lungo la Penisola?».
L’industria di settore chiede perciò, come ribadito anche dal vicepresidente Aitec, Carlo Colaiacovo «una chiara politica di sviluppo industriale e infrastrutturale, serietà e certezza dei processi autorizzativi e un maggior senso di responsabilità».
sabato 2 luglio 2011
Meno fondi e famiglie in crisi, chiudono le prime scuole cattoliche
Fonte Il Corriere della Sera
2 luglio 2011
di Angela Pederiva
Meno fondi e famiglie in crisi,
chiudono le prime scuole cattoliche
Due materne Treviso. «Presto anche a Padova, Verona e Vicenza». La Fism: a settembre 2mila bimbi senza posto. Appello del vescovo Gardin alla Regione: «Intervenga sul governo per salvarle»
Nelle province di Padova e Treviso, 3 bambini su 4 frequentano le scuole materne parrocchiali (archivio)
Mancano i soldi, chiudono due materne
Via libera a nuovi asili «Ma vi pagate le maestre» .
TREVISO - Fede e carità non le abbandonano, ma la speranza non basta più. La mannaia dei tagli ai contributi si è definitivamente abbattuta sulle scuole paritarie del Veneto, dove secondo le stime della Fism (la Federazione che le raggruppa) sono circa duemila i bambini che da settembre non troveranno più posto nelle materne parrocchiali. Le prime due scuole hanno già annunciato la chiusura nel Trevigiano,madiverse altre sarebbero prossime alla serrata in tutto il Veneto. Fine delle attività, per ora, al patronato Don Bosco di San Polo di Piave e al nido dell’Istituto Zanotti di Treviso. «Ma altri sedici asili nella Marca trevigiana - riferisce Giancarlo Frare, presidente provinciale della Federazione - ridurranno le sezioni e licenzieranno insegnanti. Nulla a che vedere con un crollo delle nascite, bensì con l’insostenibilità delle spese.
E pensare che le materne paritarie del Veneto fanno risparmiare allo Stato 580 milioni di euro, a fronte dei 530 complessivamente stanziati da Roma per gli asili italiani». Quella che si profila appare sempre più come una vera e propria emergenza sociale, destinata ad allargarsi anche al resto del territorio regionale. «Un paio di scuole chiuderanno nel Vicentino - conta Ugo Lessio, presidente veneto della Fism - altrettante nel Padovano e nel Veronese, ancora di più nel Polesine, provincia che soffre parecchio a causa di un’organizzazione su singole sezioni. A differenza di tutte le altre regioni, in Veneto e inparticolare nelle province di Treviso e di Padova tre bambini su quattro vanno all’asilo parrocchiale, siamo cioè di fronte a un caso unico nel suo genere a livello nazionale. Martedì prossimo faremo il punto della situazione nel direttivo regionale, siamo molto preoccupati perché alla crisi di risorse rischia di far seguito una crisi di motivazioni».
In allarme anche le gerarchie ecclesiastiche, tanto che ha preso posizione direttamente monsignor Gianfranco Agostino Gardin, vescovo di Treviso: «Molti parroci si trovano in situazioni tali per cui andare avanti risulta praticamente impossibile. Bisognerà arrivare alla chiusura delle scuole, il che è drammatico, soprattutto se penso alle famiglie giovani e ai genitori che lavorano. Questa preoccupazione ormai toglie il sonno ai sacerdoti. Mi appello alla Regione - continua il vescovo trevigiano - affinché si faccia portavoce di questo problema presso il governo. Davvero credo che i politici dovrebbero farsi carico di questa richiesta, vorrei dire di questa insistenza, perché la questione si risolva, diversamente il pedaggio da pagare sarebbe davvero pesantissimo ». Secca è però la replica di Remo Sernagiotto, assessore regionale al Sociale: «Non voglio più sentir parlare della Fism in riferimento alla Regione. Se le scuole hanno problemi con i Comuni o con lo Stato, se la prendano con loro. Ricordo che sono stato io a stanziare dpprima 12 milioni, poi ad aumentare la dotazione a 14milioni e quindi a confermare quest’ultimo importo. Per le inadempienze di altri non possiamo rispondere noi».
2 luglio 2011
di Angela Pederiva
Meno fondi e famiglie in crisi,
chiudono le prime scuole cattoliche
Due materne Treviso. «Presto anche a Padova, Verona e Vicenza». La Fism: a settembre 2mila bimbi senza posto. Appello del vescovo Gardin alla Regione: «Intervenga sul governo per salvarle»
Nelle province di Padova e Treviso, 3 bambini su 4 frequentano le scuole materne parrocchiali (archivio)
Mancano i soldi, chiudono due materne
Via libera a nuovi asili «Ma vi pagate le maestre» .
TREVISO - Fede e carità non le abbandonano, ma la speranza non basta più. La mannaia dei tagli ai contributi si è definitivamente abbattuta sulle scuole paritarie del Veneto, dove secondo le stime della Fism (la Federazione che le raggruppa) sono circa duemila i bambini che da settembre non troveranno più posto nelle materne parrocchiali. Le prime due scuole hanno già annunciato la chiusura nel Trevigiano,madiverse altre sarebbero prossime alla serrata in tutto il Veneto. Fine delle attività, per ora, al patronato Don Bosco di San Polo di Piave e al nido dell’Istituto Zanotti di Treviso. «Ma altri sedici asili nella Marca trevigiana - riferisce Giancarlo Frare, presidente provinciale della Federazione - ridurranno le sezioni e licenzieranno insegnanti. Nulla a che vedere con un crollo delle nascite, bensì con l’insostenibilità delle spese.
E pensare che le materne paritarie del Veneto fanno risparmiare allo Stato 580 milioni di euro, a fronte dei 530 complessivamente stanziati da Roma per gli asili italiani». Quella che si profila appare sempre più come una vera e propria emergenza sociale, destinata ad allargarsi anche al resto del territorio regionale. «Un paio di scuole chiuderanno nel Vicentino - conta Ugo Lessio, presidente veneto della Fism - altrettante nel Padovano e nel Veronese, ancora di più nel Polesine, provincia che soffre parecchio a causa di un’organizzazione su singole sezioni. A differenza di tutte le altre regioni, in Veneto e inparticolare nelle province di Treviso e di Padova tre bambini su quattro vanno all’asilo parrocchiale, siamo cioè di fronte a un caso unico nel suo genere a livello nazionale. Martedì prossimo faremo il punto della situazione nel direttivo regionale, siamo molto preoccupati perché alla crisi di risorse rischia di far seguito una crisi di motivazioni».
In allarme anche le gerarchie ecclesiastiche, tanto che ha preso posizione direttamente monsignor Gianfranco Agostino Gardin, vescovo di Treviso: «Molti parroci si trovano in situazioni tali per cui andare avanti risulta praticamente impossibile. Bisognerà arrivare alla chiusura delle scuole, il che è drammatico, soprattutto se penso alle famiglie giovani e ai genitori che lavorano. Questa preoccupazione ormai toglie il sonno ai sacerdoti. Mi appello alla Regione - continua il vescovo trevigiano - affinché si faccia portavoce di questo problema presso il governo. Davvero credo che i politici dovrebbero farsi carico di questa richiesta, vorrei dire di questa insistenza, perché la questione si risolva, diversamente il pedaggio da pagare sarebbe davvero pesantissimo ». Secca è però la replica di Remo Sernagiotto, assessore regionale al Sociale: «Non voglio più sentir parlare della Fism in riferimento alla Regione. Se le scuole hanno problemi con i Comuni o con lo Stato, se la prendano con loro. Ricordo che sono stato io a stanziare dpprima 12 milioni, poi ad aumentare la dotazione a 14milioni e quindi a confermare quest’ultimo importo. Per le inadempienze di altri non possiamo rispondere noi».
Rifiuti, a Barbona solo 7 etti a testa
Fonte Il Gazzettino
di Ferdinando Garavello
2 luglio 2011
Signori, si ricicla. Applausi a scena aperta per i dati, diffusi ieri dal Bacino Padova3, riguardanti le informazioni e le medie sulla raccolta di rifiuti nella bassa padovana. Sette Comuni possono vantare più del 75 per cento di «prodotto» riciclabile conferito. Si tratta di Battaglia Terme (77,7%), Vescovana (77,5%), Solesino (77,1%), Piacenza d'Adige (77%) e Vighizzolo d'Este (76,5%). 13 località sono tra il 70% e il 75%, e 14 sono tra il 65% e il 70%. e 3 si attestano tra il 60% e il 65%. La media del bacino si colloca quindi al 70,9%: ai primi posti a livello nazionale.
Il rapporto pubblicato dall'ente sviscera accuratamente ogni aspetto legato alle abitudini dei residenti dell'area a sud del capoluogo, che producono quotidianamente un chilo e tre etti di «scoasse». Ogni abitante della bassa è responsabile, a fine anno, della produzione di quasi mezza tonnellata di rifiuti.
Solesino si merita la medaglia d'oro per chili al giorno pro capite: 2,19. Seguono Piacenza d'Adige (1,88), Monselice (1,74), Megliadino San Fidenzio (1,69) ed Este (1,62). I più virtuosi sono invece gli abitanti di Barbona, che si fermano a quota sette etti. Sotto il chilo rimangono pure Sant'Urbano, Megliadino San Vitale e Arquà Petrarca. Barbona capeggia anche la classifica del minor apporto di secco non riciclabile con un invidiabile pacchettino del peso di due etti al giorno. Vescovana (0,22), Sant'Urbano (0,23), Carceri (0,25) e Megliadino San Vitale (0,25) rimangono abbondantemente sotto la media di bacino, che è circa di 4 etti. Per quanto concerne invece i rifiuti recuperabili la palma va a Solesino, che doppia quasi la media della zona con un chilo e sei etti al dì.
Il documento passa poi a valutare il lavoro in discarica. La parte non riciclabile che viene smaltita nelle strutture è composta dall'80 per cento di secco, dal 9 per cento di ingombranti e dal 6 per cento di materiale da spazzamento. Sul versante del compostaggio l'umido è il 46% mentre il verde è il 53%. I costi per i cittadini sono fra i più bassi del Veneto.
di Ferdinando Garavello
2 luglio 2011
Signori, si ricicla. Applausi a scena aperta per i dati, diffusi ieri dal Bacino Padova3, riguardanti le informazioni e le medie sulla raccolta di rifiuti nella bassa padovana. Sette Comuni possono vantare più del 75 per cento di «prodotto» riciclabile conferito. Si tratta di Battaglia Terme (77,7%), Vescovana (77,5%), Solesino (77,1%), Piacenza d'Adige (77%) e Vighizzolo d'Este (76,5%). 13 località sono tra il 70% e il 75%, e 14 sono tra il 65% e il 70%. e 3 si attestano tra il 60% e il 65%. La media del bacino si colloca quindi al 70,9%: ai primi posti a livello nazionale.
Il rapporto pubblicato dall'ente sviscera accuratamente ogni aspetto legato alle abitudini dei residenti dell'area a sud del capoluogo, che producono quotidianamente un chilo e tre etti di «scoasse». Ogni abitante della bassa è responsabile, a fine anno, della produzione di quasi mezza tonnellata di rifiuti.
Solesino si merita la medaglia d'oro per chili al giorno pro capite: 2,19. Seguono Piacenza d'Adige (1,88), Monselice (1,74), Megliadino San Fidenzio (1,69) ed Este (1,62). I più virtuosi sono invece gli abitanti di Barbona, che si fermano a quota sette etti. Sotto il chilo rimangono pure Sant'Urbano, Megliadino San Vitale e Arquà Petrarca. Barbona capeggia anche la classifica del minor apporto di secco non riciclabile con un invidiabile pacchettino del peso di due etti al giorno. Vescovana (0,22), Sant'Urbano (0,23), Carceri (0,25) e Megliadino San Vitale (0,25) rimangono abbondantemente sotto la media di bacino, che è circa di 4 etti. Per quanto concerne invece i rifiuti recuperabili la palma va a Solesino, che doppia quasi la media della zona con un chilo e sei etti al dì.
Il documento passa poi a valutare il lavoro in discarica. La parte non riciclabile che viene smaltita nelle strutture è composta dall'80 per cento di secco, dal 9 per cento di ingombranti e dal 6 per cento di materiale da spazzamento. Sul versante del compostaggio l'umido è il 46% mentre il verde è il 53%. I costi per i cittadini sono fra i più bassi del Veneto.
Stop a topi e zanzare Etra fa scattare la disinfestazione
Fonte Il Mattino di Padova
26 giugno 2011
CAMPOSAMPIERO. Stop a zanzare e topi: al via gli interventi del servizio di disinfestazione e derattizzazione nell'Alta Padovana (territorio Usl 15 più i comuni di Rubano e Selvazzano). Nel periodo estivo è necessario combattere la diffusione delle zanzare e limitarne la presenza per evitare la trasmissione di virus. Iniziati nei mesi primaverili, con l'arrivo dell'estate quindi si intensificano da parte di Etra e delle Usl gli interventi di disinfestazione nei tombini e nelle alberature lungo strade, parchi pubblici, scuole. Entrambi gli interventi vengono eseguiti tra aprile e settembre in tutte le zone abitate. Per Campodoro, Campodarsego, Borgoricco, Camposampiero, Galliera, Piazzola, San Giorgio in Bosco, Vigodarzere, Vigonza, Villafranca e Tombolo il servizio di disinfestazione viene effettuato anche nelle aree private. Gli interventi sono 2: uno tra giugno e luglio, l'altro ad agosto. Per i restanti comuni l'intervento è limitato alle aree pubbliche. A Etra è affidata anche la derattizzazione con la posa di mangiatoie e bocconi avvelenati.
26 giugno 2011
CAMPOSAMPIERO. Stop a zanzare e topi: al via gli interventi del servizio di disinfestazione e derattizzazione nell'Alta Padovana (territorio Usl 15 più i comuni di Rubano e Selvazzano). Nel periodo estivo è necessario combattere la diffusione delle zanzare e limitarne la presenza per evitare la trasmissione di virus. Iniziati nei mesi primaverili, con l'arrivo dell'estate quindi si intensificano da parte di Etra e delle Usl gli interventi di disinfestazione nei tombini e nelle alberature lungo strade, parchi pubblici, scuole. Entrambi gli interventi vengono eseguiti tra aprile e settembre in tutte le zone abitate. Per Campodoro, Campodarsego, Borgoricco, Camposampiero, Galliera, Piazzola, San Giorgio in Bosco, Vigodarzere, Vigonza, Villafranca e Tombolo il servizio di disinfestazione viene effettuato anche nelle aree private. Gli interventi sono 2: uno tra giugno e luglio, l'altro ad agosto. Per i restanti comuni l'intervento è limitato alle aree pubbliche. A Etra è affidata anche la derattizzazione con la posa di mangiatoie e bocconi avvelenati.
Abbandonano rifiuti: scoperti e multati
Fonte il Mattino di Padova
di Nicola Stievano
11 giugno 2011
CONSELVE. Tolleranza zero nei confronti di chi abbandona rifiuti e controlli a tappeto sui sacchi abbandonati in strada. A partire dal quartiere Donatori di Sangue, nel quale sono già stati individuati alcuni responsabili. Nei giorni scorsi un nuovo controllo da parte degli agenti di polizia locale insieme agli operatori del Bacino Padova 3: i sacchetti di immondizia sono stati aperti alla ricerca di prove per risalire ai «colpevoli». E subito ci sono stati i primi riscontri. «Da tempo stiamo tenendo sotto controllo il quartiere - spiega il sindaco Antonio Ruzzon - e abbiamo già individuato alcune persone che si sono distinte per la propria inciviltà. Si tratta sia di cittadini italiani che stranieri, residenti nei condomini dello stesso quartiere. Saranno multati e lo stesso accadrà a chi continuerà ad abbandonare i rifiuti. Periodicamente abbiamo anche ripulito i marciapiedi occupati dall'immondizia ma l'obiettivo è quello di fare in modo che questi gesti per nulla rispettosi degli altri residenti e degli spazi pubblici non si ripetano». «Nel quartiere - aggiunge il sindaco - al momento mancano le telecamere di videosorveglianza, siamo in attesa di altri fondi per installarle, ma ciò non ci impedisce di tenere la zona sotto controllo, come altri punti della città che abbiamo passato al setaccio in questi giorni. Con la collaborazione del Bacino Padova 3 continueremo finché non avremo individuato tutti i responsabili».
di Nicola Stievano
11 giugno 2011
CONSELVE. Tolleranza zero nei confronti di chi abbandona rifiuti e controlli a tappeto sui sacchi abbandonati in strada. A partire dal quartiere Donatori di Sangue, nel quale sono già stati individuati alcuni responsabili. Nei giorni scorsi un nuovo controllo da parte degli agenti di polizia locale insieme agli operatori del Bacino Padova 3: i sacchetti di immondizia sono stati aperti alla ricerca di prove per risalire ai «colpevoli». E subito ci sono stati i primi riscontri. «Da tempo stiamo tenendo sotto controllo il quartiere - spiega il sindaco Antonio Ruzzon - e abbiamo già individuato alcune persone che si sono distinte per la propria inciviltà. Si tratta sia di cittadini italiani che stranieri, residenti nei condomini dello stesso quartiere. Saranno multati e lo stesso accadrà a chi continuerà ad abbandonare i rifiuti. Periodicamente abbiamo anche ripulito i marciapiedi occupati dall'immondizia ma l'obiettivo è quello di fare in modo che questi gesti per nulla rispettosi degli altri residenti e degli spazi pubblici non si ripetano». «Nel quartiere - aggiunge il sindaco - al momento mancano le telecamere di videosorveglianza, siamo in attesa di altri fondi per installarle, ma ciò non ci impedisce di tenere la zona sotto controllo, come altri punti della città che abbiamo passato al setaccio in questi giorni. Con la collaborazione del Bacino Padova 3 continueremo finché non avremo individuato tutti i responsabili».
Monitorati antenne e tralicci dell'alta tensione
Fonte il Mattino di Padova
di Cristina Salvato
11 giugno 2011
ALBIGNASEGO. Antenne e tralicci dell'alta tensione tenuti sott'occhio nei prossimi mesi: è in via di definizione un piano per monitorare i livelli d'emissione delle antenne di telefonia nel territorio e delle linee d'alta tensione che l'attraversano. I dati già rilevati su due antenne mostrano che i livelli di emissioni sono ampiamente entro i limiti previsti dalla legge. «Ad aprile il nostro Comune ha assegnato un incarico triennale allo studio d'ingegneria Sinpro Ambiente Srl - precisa l'assessore al'Ambiente Filippo Montin -. L'incarico prevede che lo studio rilevi i valori relativi ai campi elettromagnetici ad alta frequenza prodotti dagli impianti della telefonia mobile e quelli a bassa frequenza prodotti da elettrodotti». Già un rilevamento è stato eseguito il mese scorso in un'abitazione privata in via Monte Sabotino: i valori medi si attestano su 0.22 V/m con un picco massimo di 1.22 (quindi ampiamente sotto i limiti, perché i valori previsti dalla normativa vanno dai 6 V/m e 20 V/m). Il piano d'interventi prevede che siano monitorate tutte le antenne: se comunque qualche residente fosse interessato a far eseguire una misurazione presso la propria abitazione, può inviare una richiesta all'indirizzo mail ambiente@obizzi.it, indicando l'indirizzo dell'abitazione, la distanza approssimativa da antenne o elettrodotti, la disponibilità di una terrazza ove posizionare l'antenna e il piano dell'abitazione. La ditta valuterà la richiesta e l'effettiva utilità della misurazione. Il posizionamento della centralina durerà circa 4 settimane e non necessita di collegamento elettrico, perchè la centralina di rilevamento è alimentata a panelli solari. Anche l'Arpav ha provveduto a marzo a rilevare i valori di un'antenna in via Cavuor, risultata anch'essa ampiamente sotto i limiti di legge. I dati sono visibili sul sito del Comune.
di Cristina Salvato
11 giugno 2011
ALBIGNASEGO. Antenne e tralicci dell'alta tensione tenuti sott'occhio nei prossimi mesi: è in via di definizione un piano per monitorare i livelli d'emissione delle antenne di telefonia nel territorio e delle linee d'alta tensione che l'attraversano. I dati già rilevati su due antenne mostrano che i livelli di emissioni sono ampiamente entro i limiti previsti dalla legge. «Ad aprile il nostro Comune ha assegnato un incarico triennale allo studio d'ingegneria Sinpro Ambiente Srl - precisa l'assessore al'Ambiente Filippo Montin -. L'incarico prevede che lo studio rilevi i valori relativi ai campi elettromagnetici ad alta frequenza prodotti dagli impianti della telefonia mobile e quelli a bassa frequenza prodotti da elettrodotti». Già un rilevamento è stato eseguito il mese scorso in un'abitazione privata in via Monte Sabotino: i valori medi si attestano su 0.22 V/m con un picco massimo di 1.22 (quindi ampiamente sotto i limiti, perché i valori previsti dalla normativa vanno dai 6 V/m e 20 V/m). Il piano d'interventi prevede che siano monitorate tutte le antenne: se comunque qualche residente fosse interessato a far eseguire una misurazione presso la propria abitazione, può inviare una richiesta all'indirizzo mail ambiente@obizzi.it, indicando l'indirizzo dell'abitazione, la distanza approssimativa da antenne o elettrodotti, la disponibilità di una terrazza ove posizionare l'antenna e il piano dell'abitazione. La ditta valuterà la richiesta e l'effettiva utilità della misurazione. Il posizionamento della centralina durerà circa 4 settimane e non necessita di collegamento elettrico, perchè la centralina di rilevamento è alimentata a panelli solari. Anche l'Arpav ha provveduto a marzo a rilevare i valori di un'antenna in via Cavuor, risultata anch'essa ampiamente sotto i limiti di legge. I dati sono visibili sul sito del Comune.
lunedì 27 giugno 2011
Il deputato leghista Massimo Bitonci: «I napoletani affoghino nei loro rifiuti»
Fonte Il Mattino di Padova
27 giungo 2011
CITTADELLA. «Il governatore Zaia ha mille volte ragione, in Veneto non accetteremo mai i rifiuti napoletani. Siamo stufi di risolvere i loro problemi, si arrangi De Magistris, l'unto del Signore, mediocre magistrato e sindaco senza valore». Parole dure quelle di Massimo Bitonci, deputato della Lega e sindaco di Cittadella.
E la solidarietà dove la mettiamo? «Ma quale solidarietà, Napoli è uno scandalo europeo. Perché mai dovremmo pagare la mala gestione di altri? In Veneto ogni provincia, ogni sindaco cerca i siti e le discariche dove smaltire, provvede alla raccolta differenziata che a Napoli, se va bene, arriverà tra dieci anni. L'ho detto in un filo diretto col pubblico di un'emittente romana seguitissima. Non c'è stato uno che mi abbia dato torto».
E l'emergenza sanitaria? «Finché non succede qualcosa di grave a Napoli non cambierà nulla. Ma li ha visti come gettano i sacchi dalle finestre?». Sì, ma c'è chi getta benzina sul fuoco. «La camorra? Comincino a ribellarsi, a non pagare il pizzo». E nel frattempo? «Che affoghino tra i loro rifiuti, a quel punto cercheranno da soli un po' di aria».
27 giungo 2011
CITTADELLA. «Il governatore Zaia ha mille volte ragione, in Veneto non accetteremo mai i rifiuti napoletani. Siamo stufi di risolvere i loro problemi, si arrangi De Magistris, l'unto del Signore, mediocre magistrato e sindaco senza valore». Parole dure quelle di Massimo Bitonci, deputato della Lega e sindaco di Cittadella.
E la solidarietà dove la mettiamo? «Ma quale solidarietà, Napoli è uno scandalo europeo. Perché mai dovremmo pagare la mala gestione di altri? In Veneto ogni provincia, ogni sindaco cerca i siti e le discariche dove smaltire, provvede alla raccolta differenziata che a Napoli, se va bene, arriverà tra dieci anni. L'ho detto in un filo diretto col pubblico di un'emittente romana seguitissima. Non c'è stato uno che mi abbia dato torto».
E l'emergenza sanitaria? «Finché non succede qualcosa di grave a Napoli non cambierà nulla. Ma li ha visti come gettano i sacchi dalle finestre?». Sì, ma c'è chi getta benzina sul fuoco. «La camorra? Comincino a ribellarsi, a non pagare il pizzo». E nel frattempo? «Che affoghino tra i loro rifiuti, a quel punto cercheranno da soli un po' di aria».
I giudici sconfissero la Santa Inquisizione del vescovo Bortignon
Fonte Il Mattino di Padova
di Albino Salmaso
E' in libreria da pochi giorni il libro «Angeli o demoni i nostri bimbi? Storia di una montatura anticomunista: il processo ai pionieri di Pozzonovo» (Cierre edizioni; 12,5 euro) che il deputato del Pd Alessandro Naccarato ha scritto dopo aver consultato gli archivi dei tribunali con le due sentenze che hanno dichiarato assolti i 7 imputati (uno dei quali morto durante l'istruttoria). Una pagina di storia e una ferita ancora aperta, che riapre il dibattito sulla I Repubblica e l'immediato dopoguerra. La sentenza segna la vittoria della giustizia dei tribunali nati con la Repubblica e la Costituzione, sui metodi della Santa Inquisizione che comminava condanne e scomuniche agli atei e comunisti. di Albino Salmaso PADOVA. Ma quale Peppone e don Camillo di Guareschi, la vera sfida da «guerra fredda» tra Chiesa e Pci negli anni Cinquanta si è consumata a Pozzonovo con il processo a 7 militanti comunisti accusati di insegnare ai bambini-pionieri dell'Asi a «bestemmiare e a fare cose brutte nella sezione e nel cinema Tersicore». Assolti in primo grado il 28 gennaio 1955 dal tribunale di Padova e in appello a Venezia il 24 novembre 1955 Arnesio Baratto, Casimiro Baretta (morto durante l'istruttoria), Alide dalla Montà, Vincenzina Furlan, Ottorino Quaglia, Antonietta Rossati e Mario Talpo non hanno mai ricevuto le scuse ufficiali del parroco don Cesare Morosinotto e dell'allora vescovo Girolamo Bortignon, ispiratori dell'operazione condotta con i principi della Congregazione della Santa Inquisizione dell'eretica pravità, fondata da papa Paolo III nel 1542. Una storia sepolta negli archivi dei tribunali che Alessandro Naccarato, deputato Pd, coltivando il vizio della memoria, ha riportato a galla col libro «Angeli o demoni i nostri bimbi?». IL PERIODO STORICO. Il voto del 1948 che ha sancito la vittoria della Dc di De Gasperi con il 48,5% e la sconfitta del Fronte Popolare con il 30,1% non ha rassicurato il Vaticano che ha affidato ai comitati civici di Luigi Gedda una campagna di scontro frontale all'insegna dello slogan «Nel segreto della cabina, Dio ti vede Stalin no». A Padova la Dc ottiene la maggioranza assoluta con il 55,7% all'assemblea costituente del 1946, che diventa addirittura il 65,5% nel 1948 e il 59,7% nel 1953. Sul fronte opposto il Pci incassa il 14% e il Psi l'11% ma la Chiesa apre un nuovo fronte: quello dell'egemonia dell'educazione dei bambini. Il Pci di Togliatti, legato a doppio filo al Pcus di Mosca, ha creato l'Asi, l'Associazione pionieri italiani, una rete alternativa ai patronati delle parrocchie. Il manuale dell'Api è scritto da Gianni Rodari e nel fumetto dell'eroe positivo Atomino si esaltano queste virtù: «Rispetto della parola data, essere giusti, leali, modesti e amici di chi lavora e soffre». Può mai far paura ai patronati? Certo che no. Ma il Vaticano attacca: «Volete voi che i vostri figli diventino immorali, violenti, ribelli, atei? Genitori attenzione!. Il pericolo per i vostri figli è l'A.P.I.» tanto che il 28 luglio 1950 la Sacra Congregazione del Sant'Uffizio promulga il Monito contro l'associazione.
IL CASO POZZONOVO. Il clima è rovente e lo scontro finisce nei tribunali di Reggio Emilia, Modena, Novara e Torino ma solo a Pozzonovo diventa un caso nazionale, con il direttore dell'Unità Davide Lajolo, il mitico comandante partigiano Ulisse, e Umberto Terracini, presidente dell'assemblea costituente scesi in campo a difendere i 7 imputati assieme a Giancarlo Pertegato, direttore del Lavoratore e poi inviato del Corriere della Sera. Sul fronte opposto, dei colpevolisti, il Gazzettino e la Difesa del Popolo, house organ della diocesi e del vescovo Girolamo Bortignon, che il 17 giugno 1951 muove l'assalto. La prima pagina del settimanale esce con il titolo: Angeli o demoni i nostri bimbi? Perché siano angeli Pio X ha aperto loro le porte dei tabernacoli. Perché diventino demoni il Partito Comunista ha creato l'API». LE ACCUSE. Il «caso Pozzonovo» inizia nel luglio 1953 quando suor Battistina Gurian ascolta Gabriella Ferro cantare una canzone oscena: la bimba ha 3 anni e la suora interroga Orazio Rossati, secondo cui nella sezione del Pci di Pozzonovo si riuniscono 40 bambini e durante gli incontri «gli adulti insegnano a bestemmiare Dio e la Madonna, a insultare la religione e il papa. Gli adulti fanno anche spogliare i bambini più grandi e dopo aver spento la luce, insegnano a fare cose brutte. I bimbi sono addestrati al pugilato e i più bravi nelle bestemmie ricevono come premi biscotti e denaro». Secondo Rossati, gli insegnanti erano sua zia Antonietta Rossati, Vincenzina Furlan, Alide Della Montà e tre uomini dei quali non conosceva i nomi e tra i bimbi che frequentavano la sede dell'Api c'erano Anna Baratto, Maria Meneghini, Settimo dal Buono, Anita dalla Montà, Gabriella e Silvina Ferro, Tiziano Merlin, Antonio Rossati, Giulietta Sartori e Teresina Vanzan. Suor Battistina racconta tutto al parroco don Cesare Morosinotto, che interroga i bambini e poi fa rapporto al vescovo Bortignon e a Pozzonovo si costituisce un piccolo tribunale dell'Inquisizione con i sospettati costretti a firmare delle dichiarazioni di colpevolezza. Si muovono i carabinieri col maresciallo Matteo Lavarra che il 7 agosto 1951 convoca i bambini: nel suo rapporto all'autorità giudiziaria del 29 agosto scrive che «non è stato possibile accertare alcunché di concreto sull'effettiva esistenza dei fatti». Tutto finito? No, perché il pm Josè Schivo chiede al giudice istruttore Checchini di avviare un'indagine formale che porterà al processo.
L'OFFENSIVA DEL VESCOVO. Monsignor Bortignon è un guerriero di Dio e nelle sue omelie in Duomo lancia strali contro «il materialismo, l'ateismo, il sacrilegio, la bestemmia, l'immoralità e l'odio». E la Difesa del Popolo pubblica il 18 ottobre un atto d'accusa: le località dove si fa attività antireligiosa sono Anguillara, Prozzolo di Camponogara, Camin, Campagna Lupia, Camponogara, Conselve, Megliadino San Vitrale, Monselice, Mejaniga, Mortise, Pianiga, Piove di Sacco, Ponso, Premaore di Camponogara, Solesino. Per rendere più chiare le accuse, il vescovo scrive che a Megliadino San Vitale «Fanciulli dai 10 ai 13 anni ripetono con frequenza una canzonaccia intessuta di bestemmie. Il Pci reagisce con rabbia: il Lavoratore pubblica un lungo articolo con la riproduzione fotografica delle ritrattazioni fatte in canonica da Provo Bertazzo, Pietro Bertazzo e Pietro Dal Buono: «...Dichiaro che non è vero quello che ho scritto da don Cesare riguardo i dirigenti comunisti... L'ho scritto perché mi ha costretto don Ottavio. I comunisti non insegnano né a bestemmiare né a fare cose brutte». IL PROCESSO. Il 29 dicembre 1954 il presidente Italo Ingrascì e i giudici a latere Ludovico Parma e Leonardo Mastrocola dichiarano aperto il processo con un capo d'imputazione sterminato: associazione a delinquere, atti osceni, spettacoli osceni, atti di libidine violenti, violenza carnale, corruzione di minorenni, sequestro di persona e violenza privata. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Ettore Gallo, che diventerà presidente della Corte costituzionale e da Emilio Rosini, poi deputato e presidente del Tar del Veneto; sul versante opposto per le parti civili Pio Maturo, Mario de Luca e Giuseppe Ghedini, papà di Niccolò, il legale di Berlusconi. Alle 22,15 del 28 gennaio 1955 Italo Ingrascì legge la sentenza: gli imputati sono tutti assolti «perché il fatto non sussiste». «Se effettivamente fossero avvenuti due tre volte alla settimana dei peccaminosi incontri, è assurdo pensare che il parroco non avrebbe potuto scoprirli facendo irruzione nella stanza o curiosando dietro i vetri della porta d'ingresso» si legge nella sentenza. Quanto ai racconti dei bambini, bisogna «considerare lo stato di miseria, l'ambiente familiare, la mancanza di un'adeguata educazione, la vita vagabonda dei ragazzini spesso abbandonati a loro stessi, costretti ad elemosinare e a vivere, come le piccole Ferro, con altri sette fratelli nella più oscena promiscuità in un'unica stanza con i genitori, con gravi effetti negativi nella loro sfera psichica e sessuale». LE REAZIONI E IL VOTO DI CRESCENTE. Il Pci esulta per la vittoria e convoca il 1 febbraio una convention alla Gran Guardia con il segretario Franco Busetto, l'avvocato Emilio Rosini, Concetto Marchesi e Umberto Terracini. Il rettore firmatario dell'appello contro il fascismo sottolinea il vero punto dello scontro: «La Costituzione affida allo Stato il compito di provvedere all'educazione nazionale, ma sulla scuola italiana la Chiesa cattolica accampa diritti che non le sono riconosciuti. Noi vogliamo garantire la libertà a tutti: insegnanti e studenti». Il vescovo Bortignon convoca il 3 febbraio un'adunata in Duomo e come rappresaglia impone alla Dc di approvare una mozione in cui si vieta al Pci l'uso del teatro Verdi, della Gran Guardia e delle altre sale del Comune. Qualche giorno dopo la mozione sostenuta da Merlin e Bettiol passa con 22 sì e 14 no, ma il sindaco Cesare Crescente si astiene e non applicherà mai quel divieto. E' la nascita della Dc laica.
di Albino Salmaso
E' in libreria da pochi giorni il libro «Angeli o demoni i nostri bimbi? Storia di una montatura anticomunista: il processo ai pionieri di Pozzonovo» (Cierre edizioni; 12,5 euro) che il deputato del Pd Alessandro Naccarato ha scritto dopo aver consultato gli archivi dei tribunali con le due sentenze che hanno dichiarato assolti i 7 imputati (uno dei quali morto durante l'istruttoria). Una pagina di storia e una ferita ancora aperta, che riapre il dibattito sulla I Repubblica e l'immediato dopoguerra. La sentenza segna la vittoria della giustizia dei tribunali nati con la Repubblica e la Costituzione, sui metodi della Santa Inquisizione che comminava condanne e scomuniche agli atei e comunisti. di Albino Salmaso PADOVA. Ma quale Peppone e don Camillo di Guareschi, la vera sfida da «guerra fredda» tra Chiesa e Pci negli anni Cinquanta si è consumata a Pozzonovo con il processo a 7 militanti comunisti accusati di insegnare ai bambini-pionieri dell'Asi a «bestemmiare e a fare cose brutte nella sezione e nel cinema Tersicore». Assolti in primo grado il 28 gennaio 1955 dal tribunale di Padova e in appello a Venezia il 24 novembre 1955 Arnesio Baratto, Casimiro Baretta (morto durante l'istruttoria), Alide dalla Montà, Vincenzina Furlan, Ottorino Quaglia, Antonietta Rossati e Mario Talpo non hanno mai ricevuto le scuse ufficiali del parroco don Cesare Morosinotto e dell'allora vescovo Girolamo Bortignon, ispiratori dell'operazione condotta con i principi della Congregazione della Santa Inquisizione dell'eretica pravità, fondata da papa Paolo III nel 1542. Una storia sepolta negli archivi dei tribunali che Alessandro Naccarato, deputato Pd, coltivando il vizio della memoria, ha riportato a galla col libro «Angeli o demoni i nostri bimbi?». IL PERIODO STORICO. Il voto del 1948 che ha sancito la vittoria della Dc di De Gasperi con il 48,5% e la sconfitta del Fronte Popolare con il 30,1% non ha rassicurato il Vaticano che ha affidato ai comitati civici di Luigi Gedda una campagna di scontro frontale all'insegna dello slogan «Nel segreto della cabina, Dio ti vede Stalin no». A Padova la Dc ottiene la maggioranza assoluta con il 55,7% all'assemblea costituente del 1946, che diventa addirittura il 65,5% nel 1948 e il 59,7% nel 1953. Sul fronte opposto il Pci incassa il 14% e il Psi l'11% ma la Chiesa apre un nuovo fronte: quello dell'egemonia dell'educazione dei bambini. Il Pci di Togliatti, legato a doppio filo al Pcus di Mosca, ha creato l'Asi, l'Associazione pionieri italiani, una rete alternativa ai patronati delle parrocchie. Il manuale dell'Api è scritto da Gianni Rodari e nel fumetto dell'eroe positivo Atomino si esaltano queste virtù: «Rispetto della parola data, essere giusti, leali, modesti e amici di chi lavora e soffre». Può mai far paura ai patronati? Certo che no. Ma il Vaticano attacca: «Volete voi che i vostri figli diventino immorali, violenti, ribelli, atei? Genitori attenzione!. Il pericolo per i vostri figli è l'A.P.I.» tanto che il 28 luglio 1950 la Sacra Congregazione del Sant'Uffizio promulga il Monito contro l'associazione.
IL CASO POZZONOVO. Il clima è rovente e lo scontro finisce nei tribunali di Reggio Emilia, Modena, Novara e Torino ma solo a Pozzonovo diventa un caso nazionale, con il direttore dell'Unità Davide Lajolo, il mitico comandante partigiano Ulisse, e Umberto Terracini, presidente dell'assemblea costituente scesi in campo a difendere i 7 imputati assieme a Giancarlo Pertegato, direttore del Lavoratore e poi inviato del Corriere della Sera. Sul fronte opposto, dei colpevolisti, il Gazzettino e la Difesa del Popolo, house organ della diocesi e del vescovo Girolamo Bortignon, che il 17 giugno 1951 muove l'assalto. La prima pagina del settimanale esce con il titolo: Angeli o demoni i nostri bimbi? Perché siano angeli Pio X ha aperto loro le porte dei tabernacoli. Perché diventino demoni il Partito Comunista ha creato l'API». LE ACCUSE. Il «caso Pozzonovo» inizia nel luglio 1953 quando suor Battistina Gurian ascolta Gabriella Ferro cantare una canzone oscena: la bimba ha 3 anni e la suora interroga Orazio Rossati, secondo cui nella sezione del Pci di Pozzonovo si riuniscono 40 bambini e durante gli incontri «gli adulti insegnano a bestemmiare Dio e la Madonna, a insultare la religione e il papa. Gli adulti fanno anche spogliare i bambini più grandi e dopo aver spento la luce, insegnano a fare cose brutte. I bimbi sono addestrati al pugilato e i più bravi nelle bestemmie ricevono come premi biscotti e denaro». Secondo Rossati, gli insegnanti erano sua zia Antonietta Rossati, Vincenzina Furlan, Alide Della Montà e tre uomini dei quali non conosceva i nomi e tra i bimbi che frequentavano la sede dell'Api c'erano Anna Baratto, Maria Meneghini, Settimo dal Buono, Anita dalla Montà, Gabriella e Silvina Ferro, Tiziano Merlin, Antonio Rossati, Giulietta Sartori e Teresina Vanzan. Suor Battistina racconta tutto al parroco don Cesare Morosinotto, che interroga i bambini e poi fa rapporto al vescovo Bortignon e a Pozzonovo si costituisce un piccolo tribunale dell'Inquisizione con i sospettati costretti a firmare delle dichiarazioni di colpevolezza. Si muovono i carabinieri col maresciallo Matteo Lavarra che il 7 agosto 1951 convoca i bambini: nel suo rapporto all'autorità giudiziaria del 29 agosto scrive che «non è stato possibile accertare alcunché di concreto sull'effettiva esistenza dei fatti». Tutto finito? No, perché il pm Josè Schivo chiede al giudice istruttore Checchini di avviare un'indagine formale che porterà al processo.
L'OFFENSIVA DEL VESCOVO. Monsignor Bortignon è un guerriero di Dio e nelle sue omelie in Duomo lancia strali contro «il materialismo, l'ateismo, il sacrilegio, la bestemmia, l'immoralità e l'odio». E la Difesa del Popolo pubblica il 18 ottobre un atto d'accusa: le località dove si fa attività antireligiosa sono Anguillara, Prozzolo di Camponogara, Camin, Campagna Lupia, Camponogara, Conselve, Megliadino San Vitrale, Monselice, Mejaniga, Mortise, Pianiga, Piove di Sacco, Ponso, Premaore di Camponogara, Solesino. Per rendere più chiare le accuse, il vescovo scrive che a Megliadino San Vitale «Fanciulli dai 10 ai 13 anni ripetono con frequenza una canzonaccia intessuta di bestemmie. Il Pci reagisce con rabbia: il Lavoratore pubblica un lungo articolo con la riproduzione fotografica delle ritrattazioni fatte in canonica da Provo Bertazzo, Pietro Bertazzo e Pietro Dal Buono: «...Dichiaro che non è vero quello che ho scritto da don Cesare riguardo i dirigenti comunisti... L'ho scritto perché mi ha costretto don Ottavio. I comunisti non insegnano né a bestemmiare né a fare cose brutte». IL PROCESSO. Il 29 dicembre 1954 il presidente Italo Ingrascì e i giudici a latere Ludovico Parma e Leonardo Mastrocola dichiarano aperto il processo con un capo d'imputazione sterminato: associazione a delinquere, atti osceni, spettacoli osceni, atti di libidine violenti, violenza carnale, corruzione di minorenni, sequestro di persona e violenza privata. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Ettore Gallo, che diventerà presidente della Corte costituzionale e da Emilio Rosini, poi deputato e presidente del Tar del Veneto; sul versante opposto per le parti civili Pio Maturo, Mario de Luca e Giuseppe Ghedini, papà di Niccolò, il legale di Berlusconi. Alle 22,15 del 28 gennaio 1955 Italo Ingrascì legge la sentenza: gli imputati sono tutti assolti «perché il fatto non sussiste». «Se effettivamente fossero avvenuti due tre volte alla settimana dei peccaminosi incontri, è assurdo pensare che il parroco non avrebbe potuto scoprirli facendo irruzione nella stanza o curiosando dietro i vetri della porta d'ingresso» si legge nella sentenza. Quanto ai racconti dei bambini, bisogna «considerare lo stato di miseria, l'ambiente familiare, la mancanza di un'adeguata educazione, la vita vagabonda dei ragazzini spesso abbandonati a loro stessi, costretti ad elemosinare e a vivere, come le piccole Ferro, con altri sette fratelli nella più oscena promiscuità in un'unica stanza con i genitori, con gravi effetti negativi nella loro sfera psichica e sessuale». LE REAZIONI E IL VOTO DI CRESCENTE. Il Pci esulta per la vittoria e convoca il 1 febbraio una convention alla Gran Guardia con il segretario Franco Busetto, l'avvocato Emilio Rosini, Concetto Marchesi e Umberto Terracini. Il rettore firmatario dell'appello contro il fascismo sottolinea il vero punto dello scontro: «La Costituzione affida allo Stato il compito di provvedere all'educazione nazionale, ma sulla scuola italiana la Chiesa cattolica accampa diritti che non le sono riconosciuti. Noi vogliamo garantire la libertà a tutti: insegnanti e studenti». Il vescovo Bortignon convoca il 3 febbraio un'adunata in Duomo e come rappresaglia impone alla Dc di approvare una mozione in cui si vieta al Pci l'uso del teatro Verdi, della Gran Guardia e delle altre sale del Comune. Qualche giorno dopo la mozione sostenuta da Merlin e Bettiol passa con 22 sì e 14 no, ma il sindaco Cesare Crescente si astiene e non applicherà mai quel divieto. E' la nascita della Dc laica.
Il telefonino raddoppia il rischio di tumori
Fonte Il Mattino di Padova
PADOVA. «Chi sta tanto al cellulare ha più del doppio della possibilità di ammalarsi di tumori benigni o maligni alla testa». A dirlo è uno studio padovano, guidato dal professor Angelo Levis. Il 74enne professore emerito, già direttore del dipartimento di Biologia dell'ateneo patavino dal 1978 al 1993, mette in guardia chi usa telefonini o cordless senza utilizzare l'auricolare. «Da un decennio circa il dibattito è aperto: da un lato c'è chi paventa i rischi, dall'altro chi dà conclusioni tutto sommato rassicuranti - spiega Levis, pioniere degli studi sull'elettromagnetismo - la verità è che il rischio più che raddoppia, soprattutto se si comincia ad usare il cellulare prima dei 20 anni».
Il professor Levis anticipa così i risultati di un lavoro che sta per essere pubblicato sull'«Environmental Health», una delle riviste di settore più autorevoli. Uno studio nel quale Padova fa la parte del leone: oltre a Levis c'è Spiridione Garbisa, ordinario di Istologia e esperto di cancerogenesi, e Nadia Minicucci, che fa parte dell'istituto di Neuroscienze del Cnr.
Con loro anche due professori di altre città: Valerio Gennaro, epidemiologo dell'istituto tumori di Genova e Paolo Ricci, responsabile dell'osservatorio epidemiologico di Mantova. C'è anche un precedente nelle aule di tribunale: nel dicembre 2009 c'è stata a Brescia la prima sentenza che riconosceva la «malattia professionale» a Innocenzo Marcolini, 57 anni, colpito da tumore al nervo trigemino a causa, secondo i giudici, della troppa esposizione al cellulare. Un pronunciamento che fa da punto di partenza per tutti quelli che vorranno intentare una causa simile: perito di parte era proprio Levis, che contribuì a dimostrare il nesso causale.
Ecco la sintesi della ricerca, per chi sta «lungamente attaccato al cellulare o al cordless raddoppia il rischio di ammalarsi di tumori benigni o maligni al cervello, ai nervi cranici (in particolare quello acustico), alle ghiandole salivari (la parotide soprattutto)». Levis e il suo gruppo ricordano quindi l'importanza delle misure cautelari: un auricolare può salvare la vita, soprattutto per bambini e adolescenti. Levis non risparmia frecciate. «Abbiamo trovato 18 errori metodologici negli studi che sembrano rassicurare sulla questione, e anche per l'organizzazione mondiale della Sanità non è facile esprimersi, forse per i grandi interessi economici che girano attorno alla delicata questione». A Padova poi c'è anche l'Apple, presieduta dall'architetto Laura Masiero, che si occupa di andare nelle scuole a fare formazione sulle problematiche dell'elettrosmog da molti anni, grazie anche al contributo del Comune di Padova. A parlare con i ragazzi vanno anche i ricercatori dell'università di Padova, per far capire loro l'importanza della non sottovalutazione del problema: si può risolvere con un auricolare, non è difficile.
10 giugno 2011
PADOVA. «Chi sta tanto al cellulare ha più del doppio della possibilità di ammalarsi di tumori benigni o maligni alla testa». A dirlo è uno studio padovano, guidato dal professor Angelo Levis. Il 74enne professore emerito, già direttore del dipartimento di Biologia dell'ateneo patavino dal 1978 al 1993, mette in guardia chi usa telefonini o cordless senza utilizzare l'auricolare. «Da un decennio circa il dibattito è aperto: da un lato c'è chi paventa i rischi, dall'altro chi dà conclusioni tutto sommato rassicuranti - spiega Levis, pioniere degli studi sull'elettromagnetismo - la verità è che il rischio più che raddoppia, soprattutto se si comincia ad usare il cellulare prima dei 20 anni».
Il professor Levis anticipa così i risultati di un lavoro che sta per essere pubblicato sull'«Environmental Health», una delle riviste di settore più autorevoli. Uno studio nel quale Padova fa la parte del leone: oltre a Levis c'è Spiridione Garbisa, ordinario di Istologia e esperto di cancerogenesi, e Nadia Minicucci, che fa parte dell'istituto di Neuroscienze del Cnr.
Con loro anche due professori di altre città: Valerio Gennaro, epidemiologo dell'istituto tumori di Genova e Paolo Ricci, responsabile dell'osservatorio epidemiologico di Mantova. C'è anche un precedente nelle aule di tribunale: nel dicembre 2009 c'è stata a Brescia la prima sentenza che riconosceva la «malattia professionale» a Innocenzo Marcolini, 57 anni, colpito da tumore al nervo trigemino a causa, secondo i giudici, della troppa esposizione al cellulare. Un pronunciamento che fa da punto di partenza per tutti quelli che vorranno intentare una causa simile: perito di parte era proprio Levis, che contribuì a dimostrare il nesso causale.
Ecco la sintesi della ricerca, per chi sta «lungamente attaccato al cellulare o al cordless raddoppia il rischio di ammalarsi di tumori benigni o maligni al cervello, ai nervi cranici (in particolare quello acustico), alle ghiandole salivari (la parotide soprattutto)». Levis e il suo gruppo ricordano quindi l'importanza delle misure cautelari: un auricolare può salvare la vita, soprattutto per bambini e adolescenti. Levis non risparmia frecciate. «Abbiamo trovato 18 errori metodologici negli studi che sembrano rassicurare sulla questione, e anche per l'organizzazione mondiale della Sanità non è facile esprimersi, forse per i grandi interessi economici che girano attorno alla delicata questione». A Padova poi c'è anche l'Apple, presieduta dall'architetto Laura Masiero, che si occupa di andare nelle scuole a fare formazione sulle problematiche dell'elettrosmog da molti anni, grazie anche al contributo del Comune di Padova. A parlare con i ragazzi vanno anche i ricercatori dell'università di Padova, per far capire loro l'importanza della non sottovalutazione del problema: si può risolvere con un auricolare, non è difficile.
10 giugno 2011
Traffico di rifiuti tossici: 7 a giudizio
Fonte il Mattino di Padova
NOVENTA. Tutti a giudizio. Così ha deciso l'altro giorno Maria Rosaria Minutolo, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Venezia, nei confronti degli amministratori della Ecolando di Sant'Angelo di Piove, della Rossato Fortunato srl di Pianiga e della Cal srl di Fossò. Tutte e tre le aziende sono coinvolte in un traffico di rifiuti pericolosi e tossici. La prima udienza del processo si terrà a Dolo il 22 settembre. Il giudice per le indagini preliminari ha accolto la richiesta del sostituto procuratore Giorgio Gava, titolare dell'inchiesta che aveva fatto finire nei guai i sette amministratori accusati di aver riutilizzato il legno delle vecchie traversine della ferrovia per palizzate da giardino e mobili vari invece di smaltirle. In Tribunale a Dolo compariranno dunque Loris Candian (45 anni, di Noventa Padovana), titolare della «Cal», Sandro Rossato (58, padovano), titolare della «Rossato», Michele Bernardi (43, Mirano) e Roberto Scantamburlo (44, Martellago), dirigenti della Rossato, Tiziano e Nicola Lando (rispettivamente 60 e 34 anni, Campolongo Maggiore) titolari della «EcoLando» ed Enrico Rossato (35 anni, Fossò). L'indagine per traffico di rifiuti pericolosi e tossici risale a sei anni fa, quando tre degli indagati erano finiti anche in manette. Secondo l'accusa, avevano adottato un sistema ingegnoso per riciclare tonellate e tonnellate di materiale che avrebbero dovuto smaltire. In particolare, com'era emerso nel corso delle indagini, invece di eliminare nei regolari impianti le vecchie traversine della ferrovia riutilizzavano l'ingente quantità di legno per realizzare palizzate da giardino e mobili di vario genere. Le vecchie traversine, impregnate di una sostanza altamente cancerogena, il creosoto, venivano triturate e riutilizzate. Secondo le indagini coordinate dal sostituto procuratore Gava sarebbero stati ben tre milioni solo tra il 2001 e il 2003, e un altro milione e mezzo nei tre anni successivi, i chili di legno impregnato di creosoto (un distillato dal petrolio) finiti nei giardini e nelle case di mezza Italia anziché in discariche attrezzate, o distrutti in base a procedimenti controllati. A scoprirlo erano stati gli investigatori del Corpo forestale dello Stato e della Guardia di finanza di Mestre dopo mesi di indagini e intercettazioni. Le traversine provenivano sia dalla revisione della vicina linea ferroviaria Venezia-Padova, sulla quale in quegli anni si stavano svolgendo i lavori per l'alta velocità, sia da altre linee. Le nuove acquisizioni scientifiche sul creosoto, la sostanza con la quale veniva impregnate le traversine per farle durare di più evitando che marcissero, avevano consigliato di considerarle rifiuti pericolosi e quindi con uno speciale trattamento per smaltirle. Da anni la Rossato di Pianiga aveva l'appalto per smaltirle, ma gli investigatori avevano scoperto che non seguiva i protocolli previsti dalla normativa sui rifiuti pericolosi. Per tutto il 2003 e il 2004 le traversine venivano riciclate come palizzate e, mescolate con altri tipo di legname, triturate e usate per i pannelli truciolari venduti poi ai mobilifici. Il magistrato, nelle scorse udienze, aveva accolto la costituzione di parte civile della Provincia di Venezia e del comune di Sant'Angelo, rappresentate dai legali Elio Zaffalon e Luca Partesotti, respingendo invece quella presentata a sua volta da Legambiente, che voleva farlo per ovviare a quella che è stata definita l'inerzia di altri quattro Comuni.
24 aprile 2011
NOVENTA. Tutti a giudizio. Così ha deciso l'altro giorno Maria Rosaria Minutolo, giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Venezia, nei confronti degli amministratori della Ecolando di Sant'Angelo di Piove, della Rossato Fortunato srl di Pianiga e della Cal srl di Fossò. Tutte e tre le aziende sono coinvolte in un traffico di rifiuti pericolosi e tossici. La prima udienza del processo si terrà a Dolo il 22 settembre. Il giudice per le indagini preliminari ha accolto la richiesta del sostituto procuratore Giorgio Gava, titolare dell'inchiesta che aveva fatto finire nei guai i sette amministratori accusati di aver riutilizzato il legno delle vecchie traversine della ferrovia per palizzate da giardino e mobili vari invece di smaltirle. In Tribunale a Dolo compariranno dunque Loris Candian (45 anni, di Noventa Padovana), titolare della «Cal», Sandro Rossato (58, padovano), titolare della «Rossato», Michele Bernardi (43, Mirano) e Roberto Scantamburlo (44, Martellago), dirigenti della Rossato, Tiziano e Nicola Lando (rispettivamente 60 e 34 anni, Campolongo Maggiore) titolari della «EcoLando» ed Enrico Rossato (35 anni, Fossò). L'indagine per traffico di rifiuti pericolosi e tossici risale a sei anni fa, quando tre degli indagati erano finiti anche in manette. Secondo l'accusa, avevano adottato un sistema ingegnoso per riciclare tonellate e tonnellate di materiale che avrebbero dovuto smaltire. In particolare, com'era emerso nel corso delle indagini, invece di eliminare nei regolari impianti le vecchie traversine della ferrovia riutilizzavano l'ingente quantità di legno per realizzare palizzate da giardino e mobili di vario genere. Le vecchie traversine, impregnate di una sostanza altamente cancerogena, il creosoto, venivano triturate e riutilizzate. Secondo le indagini coordinate dal sostituto procuratore Gava sarebbero stati ben tre milioni solo tra il 2001 e il 2003, e un altro milione e mezzo nei tre anni successivi, i chili di legno impregnato di creosoto (un distillato dal petrolio) finiti nei giardini e nelle case di mezza Italia anziché in discariche attrezzate, o distrutti in base a procedimenti controllati. A scoprirlo erano stati gli investigatori del Corpo forestale dello Stato e della Guardia di finanza di Mestre dopo mesi di indagini e intercettazioni. Le traversine provenivano sia dalla revisione della vicina linea ferroviaria Venezia-Padova, sulla quale in quegli anni si stavano svolgendo i lavori per l'alta velocità, sia da altre linee. Le nuove acquisizioni scientifiche sul creosoto, la sostanza con la quale veniva impregnate le traversine per farle durare di più evitando che marcissero, avevano consigliato di considerarle rifiuti pericolosi e quindi con uno speciale trattamento per smaltirle. Da anni la Rossato di Pianiga aveva l'appalto per smaltirle, ma gli investigatori avevano scoperto che non seguiva i protocolli previsti dalla normativa sui rifiuti pericolosi. Per tutto il 2003 e il 2004 le traversine venivano riciclate come palizzate e, mescolate con altri tipo di legname, triturate e usate per i pannelli truciolari venduti poi ai mobilifici. Il magistrato, nelle scorse udienze, aveva accolto la costituzione di parte civile della Provincia di Venezia e del comune di Sant'Angelo, rappresentate dai legali Elio Zaffalon e Luca Partesotti, respingendo invece quella presentata a sua volta da Legambiente, che voleva farlo per ovviare a quella che è stata definita l'inerzia di altri quattro Comuni.
24 aprile 2011
giovedì 23 giugno 2011
Torna la voglia di votare Padova boom col 43,8% Bassa e Colli «disertano»
Fonte il Mattino di Padova, di Claudio Baccarin
Merito dei temi proposti dai quattro quesiti. O di un'aria politica che sta cambiando. Fatto sta che ai padovani sembra tornata la voglia di partecipare ai referendum come dimostra il dato finale dell'affluenza in città, pari al 43,85% registrato alle 22 di ieri sera, mentre la media provinciale è del 42,98. Oggi seggi aperti dalle 7 alle 15. Referendum numero 1 (servizi pubblici locali): alle 12 percentuale del 13,74, alle 19 si arriva al 33,54%, alle 22 al 43,85. A livello veneto Padova è alle spalle di Vicenza (44,72%) e di Belluno (43,31%). Un dato che ci riconosce quasi tre punti in più della media nazionale. Ma il faro è Reggio Emilia che schizza, addirittura, al 54,60%. Referendum numero 2 (tariffa dell'acqua): a mezzogiorno il dato è 13,75%, alle 19 si tocca il 33,55%. Referendum numero 3 (centrali nucleari): alle 12 l'affluenza è pari al 13,73%, sette ore più tardi siamo al 33,52%. Referendum numero 4 (legittimo impedimento): la prima rilevazione fa registrare il 13,74%, alle 19 il 33,51%. Non mancano, naturalmente, netti «distinguo» fra comune e comune. Per quanto riguarda il quesito numero 1, l'affluenza più significativa è quella che si registra, alle 22, a Battaglia Terme (49,93%); a seguire Fontaniva (49,50%), Cittadella (48,58%), Sant'Elena d'Este (48,49) e San Martino di Lupari (47,95%). Il capoluogo è al 43,85%. In fondo alla graduatoria Masi (32,33%), Vo' Euganeo (34,52%), Solesino (35,43%), Santa Margherita d'Adige (35,60%). Sul fronte del referendum numero 2 (ore 17) la palma va ancora a Battaglia (39,87%), Padova conferma il 36,53%. Piacenza d'Adige conferma la «maglia nera» (23,06%). E veniamo alla consultazione sulle centrali nucleari. Dato delle ore 17. Battaglia conferma il primato (39,80%); alle sue spalle Fontaniva (39,30%). Qui Piacenza d'Adige arretra ulteriormente al 22,97%. Padova città è attestato al 36,48%. Ultima scheda per il legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei ministri. Dato ore 17. Sempre Battaglia Terme in testa all'indice della partecipazione (39,77%). Fontaniva sale al 39,32%. Padova staziona al 36,47%. Il tema, evidentemente, non appassiona gli elettori di Piacenza d'Adige (solo il 23,06% decide di andare ai seggi), di Boara Pisani (24,02%), di Saletto (24,55%).
13 giugno 2011
Merito dei temi proposti dai quattro quesiti. O di un'aria politica che sta cambiando. Fatto sta che ai padovani sembra tornata la voglia di partecipare ai referendum come dimostra il dato finale dell'affluenza in città, pari al 43,85% registrato alle 22 di ieri sera, mentre la media provinciale è del 42,98. Oggi seggi aperti dalle 7 alle 15. Referendum numero 1 (servizi pubblici locali): alle 12 percentuale del 13,74, alle 19 si arriva al 33,54%, alle 22 al 43,85. A livello veneto Padova è alle spalle di Vicenza (44,72%) e di Belluno (43,31%). Un dato che ci riconosce quasi tre punti in più della media nazionale. Ma il faro è Reggio Emilia che schizza, addirittura, al 54,60%. Referendum numero 2 (tariffa dell'acqua): a mezzogiorno il dato è 13,75%, alle 19 si tocca il 33,55%. Referendum numero 3 (centrali nucleari): alle 12 l'affluenza è pari al 13,73%, sette ore più tardi siamo al 33,52%. Referendum numero 4 (legittimo impedimento): la prima rilevazione fa registrare il 13,74%, alle 19 il 33,51%. Non mancano, naturalmente, netti «distinguo» fra comune e comune. Per quanto riguarda il quesito numero 1, l'affluenza più significativa è quella che si registra, alle 22, a Battaglia Terme (49,93%); a seguire Fontaniva (49,50%), Cittadella (48,58%), Sant'Elena d'Este (48,49) e San Martino di Lupari (47,95%). Il capoluogo è al 43,85%. In fondo alla graduatoria Masi (32,33%), Vo' Euganeo (34,52%), Solesino (35,43%), Santa Margherita d'Adige (35,60%). Sul fronte del referendum numero 2 (ore 17) la palma va ancora a Battaglia (39,87%), Padova conferma il 36,53%. Piacenza d'Adige conferma la «maglia nera» (23,06%). E veniamo alla consultazione sulle centrali nucleari. Dato delle ore 17. Battaglia conferma il primato (39,80%); alle sue spalle Fontaniva (39,30%). Qui Piacenza d'Adige arretra ulteriormente al 22,97%. Padova città è attestato al 36,48%. Ultima scheda per il legittimo impedimento del presidente del Consiglio e dei ministri. Dato ore 17. Sempre Battaglia Terme in testa all'indice della partecipazione (39,77%). Fontaniva sale al 39,32%. Padova staziona al 36,47%. Il tema, evidentemente, non appassiona gli elettori di Piacenza d'Adige (solo il 23,06% decide di andare ai seggi), di Boara Pisani (24,02%), di Saletto (24,55%).
13 giugno 2011
Mosquito stopper installati
Fonte il Mattino di Padova
2 giugno 2011
VIGONZA. Sono già stati posizionati i primi 100 dei circa 300 dispositivi mosquito stopper nel quartiere Alzavola a Peraga. «Il quartiere residenziale si presta per la prova su ampia scala dell'utilizzo di questi dispositivi che contrastano la proliferazione dei fastidiosi insetti incubo delle notti estive - dichiara l'assessore all'ambiente Alberto Rizzo - la disinfestazione non basta, occorre sempre tenere presente gli accorgimenti per evitare che le zanzare comuni e le zanzare tigre prolifichino, come non lasciare mai recipienti con acqua stagnante segnalare i luoghi degradati all'ufficio ambiente ed usare le zanzariere. Si sono verificati episodi di febbri dovute a infezioni trasmesse da questi fastidiosi insetti, fortunatamente sono casi isolati. Credo comunque - conclude Rizzo - che la prevenzione e utilizzare metodi non chimici come il "mosquito stopper" possa essere l'arma vincente in questa difficile battaglia». Lo stesso assessore, insieme alla ditta fornitrice, ha posizionato il marchingegno nel quartiere per rendersi conto sul campo della loro efficacia. «Devo dire che sono rimasto stupito: alzando le grate dei tombini fuoriuscivano le zanzare disturbate ma dopo aver posizionato questi coperchi di plastica gli insetti rimanevano intrappolati nei condotti. Ho collaborato volentieri per la posa anche per sollevare i nostri addetti alle manutenzioni che si prodigano sempre con impegno», conclude Rizzo. (g.a.)
2 giugno 2011
VIGONZA. Sono già stati posizionati i primi 100 dei circa 300 dispositivi mosquito stopper nel quartiere Alzavola a Peraga. «Il quartiere residenziale si presta per la prova su ampia scala dell'utilizzo di questi dispositivi che contrastano la proliferazione dei fastidiosi insetti incubo delle notti estive - dichiara l'assessore all'ambiente Alberto Rizzo - la disinfestazione non basta, occorre sempre tenere presente gli accorgimenti per evitare che le zanzare comuni e le zanzare tigre prolifichino, come non lasciare mai recipienti con acqua stagnante segnalare i luoghi degradati all'ufficio ambiente ed usare le zanzariere. Si sono verificati episodi di febbri dovute a infezioni trasmesse da questi fastidiosi insetti, fortunatamente sono casi isolati. Credo comunque - conclude Rizzo - che la prevenzione e utilizzare metodi non chimici come il "mosquito stopper" possa essere l'arma vincente in questa difficile battaglia». Lo stesso assessore, insieme alla ditta fornitrice, ha posizionato il marchingegno nel quartiere per rendersi conto sul campo della loro efficacia. «Devo dire che sono rimasto stupito: alzando le grate dei tombini fuoriuscivano le zanzare disturbate ma dopo aver posizionato questi coperchi di plastica gli insetti rimanevano intrappolati nei condotti. Ho collaborato volentieri per la posa anche per sollevare i nostri addetti alle manutenzioni che si prodigano sempre con impegno», conclude Rizzo. (g.a.)
mercoledì 8 giugno 2011
lunedì 6 giugno 2011
I pannolini 'usa e getta' contro i lavabili, l'ambiente dice no ad entrambi
Fonte: Adnkronos
Roma, 6 giu. - (Adnkronos/Ign) - Non avrà lo spessore di invenzioni che hanno cambiato il mondo e che magari hanno fruttato il Nobel a chi le ha messe a disposizione della comunità, ma si può affermare, senza timore di smentite, che il pannolino usa e getta ha rappresentato una vera e propria rivoluzione per intere generazioni di famiglie. Una svolta che compie 50 anni, perché è nel 1961 che l'ingegnere chimico americano Victor Mills, fondatore della Pampers, lancia sul mercato il pannolino monouso, non senza averlo prima sperimentato sui suoi nipotini.
Un'intuizione niente male negli anni del boom economico e demografico, un business di sicuro avvenire che però mostrerà i primi risultati solo qualche tempo dopo, all'inizio degli anni Settanta, quando il prodotto viene perfezionato con l'introduzione del nastro adesivo al posto della classica spilla da balia e della forma 'a clessidra', che dà più garanzie sotto il profilo anatomico e della comodità per il pupo.
Il rivoluzionario pannolino sbarca in Italia nello stesso anno in cui fa la sua apparizione nelle case statunitensi, ma anche per la versione nostrana occorrerà attendere qualche anno prima di constatarne l'impiego 'di massa'. Alla fine degli anni Settanta arrivano altre importanti novità, per la gioia delle mamme, dei papà e degli stessi bimbi, come il gel assorbente che ne riduce il volume di circa la metà o come gli adesivi sistemati in posizione frontale per rendere meno complesse le operazioni del cambio.
Piano piano il pannolino usa e getta diventa più ''tecnologico' con le versioni 'per maschietto' e 'per femminuccia' e successivamente con quelle che si adattano alle diverse etù dei piccoli: 'primi giorni', 'primi mesi', 'primi passi'. Un'evoluzione del mercato che conferma il successo di un'invenzione forse banale ma che ha cambiato in modo significativo una parte non secondaria della vita domestica nei primi due anni e mezzo di vita del bambino.
C'è però il rovescio della medaglia, rappresentato dall'impatto che il pannolino (usato) ha sull'ecosistema. Non è una cosa da poco, perché nei suoi primi due anni e mezzo-tre di vita un bambino cambia dai 4mila 500 ai 5mila pannolini (valutando mediamente 6 cambi al giorno fino al primo anno di vita, 5 cambi fino al secondo anno e 3 fino al terzo anno) che si trasformeranno in due tonnellate di rifiuti non riciclabili.
I pannolini usa e getta sono costituiti in gran parte di plastica, e per realizzarne uno soltanto servono circa 4 litri di acqua e 100 grammi di polpa di legno. Questo significa che, pur se inconsapevolmente, ogni bambino italiano, nei primi tre anni di vita, 'brucia' 20 alberi di grandi dimensioni.
Per cercare di arginare il fenomeno, in molti propongono il pannolino lavabile come la soluzione più ecologica. Tanto che molti Comuni mettono a disposizione degli incentivi. Ma anche questa soluzione nasconde qualche insidia per l'ambiente.
"Da un'indagine svolta dal ministero dell'Ambiente britannico risulta che nessuna delle due soluzioni è ambientalmente migliore" spiega all'Adnkronos, Marcello Somma, direttore dello sviluppo sostenibile in Fater che aggiunge: "mentre con il monouso abbiamo un problema legato al fine vita del prodotto, con il lavabile il 'costo ambientale' riguarda l'energia e l'acqua impiegati durante il ciclo vita del prodotto".
Il bilancio di Co2, dunque, "è praticamente identico". L'indagine, infatti, evidenzia che l’utilizzo di pannolini 'usa e getta' per 2 anni e mezzo per un solo bambino corrisponde mediamente all’emissione di 550 kg di Co2. L’utilizzo di pannolini lavabili, lavati in condizioni standard, invece corrisponde mediamente all’emissione di 570 kg di Co2.
Quanto ai monouso, aggiunge Somma, "il problema sul fine vita del prodotto c'è e non può essere ignorato. Per questo, in quanto leader di mercato, ci siamo impegnati entro i prossimi 5 anni, a non mandare i nostri prodotti in discarica".
Anche perchè, conclude Somma, "la vera sostenibilità vuol dire non scendere a compromessi. Non si può chiedere ai cittadini di tornare indietro di 50 anni. Servono, dunque, nuove soluzioni".
Oppure, bisogna sperare che l'evoluzione della specie ci porti a bambini che imparino prima a farla come gli adulti: in bagno.
Roma, 6 giu. - (Adnkronos/Ign) - Non avrà lo spessore di invenzioni che hanno cambiato il mondo e che magari hanno fruttato il Nobel a chi le ha messe a disposizione della comunità, ma si può affermare, senza timore di smentite, che il pannolino usa e getta ha rappresentato una vera e propria rivoluzione per intere generazioni di famiglie. Una svolta che compie 50 anni, perché è nel 1961 che l'ingegnere chimico americano Victor Mills, fondatore della Pampers, lancia sul mercato il pannolino monouso, non senza averlo prima sperimentato sui suoi nipotini.
Un'intuizione niente male negli anni del boom economico e demografico, un business di sicuro avvenire che però mostrerà i primi risultati solo qualche tempo dopo, all'inizio degli anni Settanta, quando il prodotto viene perfezionato con l'introduzione del nastro adesivo al posto della classica spilla da balia e della forma 'a clessidra', che dà più garanzie sotto il profilo anatomico e della comodità per il pupo.
Il rivoluzionario pannolino sbarca in Italia nello stesso anno in cui fa la sua apparizione nelle case statunitensi, ma anche per la versione nostrana occorrerà attendere qualche anno prima di constatarne l'impiego 'di massa'. Alla fine degli anni Settanta arrivano altre importanti novità, per la gioia delle mamme, dei papà e degli stessi bimbi, come il gel assorbente che ne riduce il volume di circa la metà o come gli adesivi sistemati in posizione frontale per rendere meno complesse le operazioni del cambio.
Piano piano il pannolino usa e getta diventa più ''tecnologico' con le versioni 'per maschietto' e 'per femminuccia' e successivamente con quelle che si adattano alle diverse etù dei piccoli: 'primi giorni', 'primi mesi', 'primi passi'. Un'evoluzione del mercato che conferma il successo di un'invenzione forse banale ma che ha cambiato in modo significativo una parte non secondaria della vita domestica nei primi due anni e mezzo di vita del bambino.
C'è però il rovescio della medaglia, rappresentato dall'impatto che il pannolino (usato) ha sull'ecosistema. Non è una cosa da poco, perché nei suoi primi due anni e mezzo-tre di vita un bambino cambia dai 4mila 500 ai 5mila pannolini (valutando mediamente 6 cambi al giorno fino al primo anno di vita, 5 cambi fino al secondo anno e 3 fino al terzo anno) che si trasformeranno in due tonnellate di rifiuti non riciclabili.
I pannolini usa e getta sono costituiti in gran parte di plastica, e per realizzarne uno soltanto servono circa 4 litri di acqua e 100 grammi di polpa di legno. Questo significa che, pur se inconsapevolmente, ogni bambino italiano, nei primi tre anni di vita, 'brucia' 20 alberi di grandi dimensioni.
Per cercare di arginare il fenomeno, in molti propongono il pannolino lavabile come la soluzione più ecologica. Tanto che molti Comuni mettono a disposizione degli incentivi. Ma anche questa soluzione nasconde qualche insidia per l'ambiente.
"Da un'indagine svolta dal ministero dell'Ambiente britannico risulta che nessuna delle due soluzioni è ambientalmente migliore" spiega all'Adnkronos, Marcello Somma, direttore dello sviluppo sostenibile in Fater che aggiunge: "mentre con il monouso abbiamo un problema legato al fine vita del prodotto, con il lavabile il 'costo ambientale' riguarda l'energia e l'acqua impiegati durante il ciclo vita del prodotto".
Il bilancio di Co2, dunque, "è praticamente identico". L'indagine, infatti, evidenzia che l’utilizzo di pannolini 'usa e getta' per 2 anni e mezzo per un solo bambino corrisponde mediamente all’emissione di 550 kg di Co2. L’utilizzo di pannolini lavabili, lavati in condizioni standard, invece corrisponde mediamente all’emissione di 570 kg di Co2.
Quanto ai monouso, aggiunge Somma, "il problema sul fine vita del prodotto c'è e non può essere ignorato. Per questo, in quanto leader di mercato, ci siamo impegnati entro i prossimi 5 anni, a non mandare i nostri prodotti in discarica".
Anche perchè, conclude Somma, "la vera sostenibilità vuol dire non scendere a compromessi. Non si può chiedere ai cittadini di tornare indietro di 50 anni. Servono, dunque, nuove soluzioni".
Oppure, bisogna sperare che l'evoluzione della specie ci porti a bambini che imparino prima a farla come gli adulti: in bagno.
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