martedì 14 agosto 2012

Bollette più leggere per il Comune

Fonte il Mattino di Padova
di Cristina Salvato

12.08.2012

LIMENA. Il Comune ha cambiato l’appalto per la fornitura elettrica e risparmierà oltre 200 mila euro in nove anni. Ha aderito alla Consip, la società per azioni del ministero dell’Economia e delle Finanze, che lavora solo per le pubbliche amministrazioni e consente risparmi nei servizi. «Con il nuovo appalto», spiega l’assessore ai lavori pubblici Marco Selmin, «abbiamo dato in concessione alla Consip per nove anni la fornitura e la manutenzione dell’illuminazione stradale e dei semafori, per una cifra pari a due milioni di euro complessivi. Il risparmio che ne avremo sarà di circa 25 o 30 mila euro l’anno. In più otterremo diversi lavori che altrimenti avremmo dovuto pagare a parte». La Consip pagherà le bollette dell’illuminazione stradale (che si aggirano intorno ai 170 mila euro l’anno per il Comune di Limena), eseguirà la manutenzione ordinaria dei lampioni e dei semafori (altri 20 mila euro circa) e la sistemazione della messa a terra di tutti i 2.500 lampioni stradali (3 mila euro di lavori).
«Sarà sempre in carico alla Consip la tinteggiatura dei pali della luce», prosegue Selmin, «e la sostituzione entro il primo anno di 500 lampadine con quelle a basso consumo, che consentiranno di risparmiare energia». Entro il terzo anno di attivazione dell’appalto, saranno eseguite opere di manutenzione straordinarie, specie la messa in sicurezza dei quadri elettrici, per ulteriori 20 mila euro. «La novità sarà poi la posa di quattro impianti fotovoltaici», conclude l’assessore, «sulla palestra, sul tetto della scuola media, al nido Andersen e nella casetta del quartiere Del Medico. Gli ultimi tre renderanno le strutture autosufficienti dal punto di vista energetico». Infine, per poter segnalare guasti alla rete di illuminazione pubblica e al semaforo, è stato attivato il numero verde gratuito 800689444.

martedì 22 maggio 2012

“SERVIZIO RIFIUTI SEMPRE PIÙ ONEROSO A CAUSA DI VOCI CHE PESANO SU TUTTI I CONTRIBUENTI”

Fonte la Piazza web

29-03-2012 | Pubblico e interesse all’incontro organizzato dall’associazione “Il Moraro” sul continuo aumento delle tariffe dei rifiuti. Nel corso della serata si è appreso che a marzo, la giunta del comune di Bagnoli sottoscriverà l’annuale contratto con il Bacino Padova Tre per la raccolta, il riciclo e lo smaltimento dei rifiuti, stabilendo le nuove tariffe per l’anno 2012. Nel 2011 il contratto prevedeva aumenti limitati tra il 2-3% ed il costo complessivo sarebbe dovuto passare da 318 mila euro del 2010 ai 340 mila nel 2011. Purtroppo invece gli aumenti reali sono stati contabilizzati in un minimo del +15 % ad oltre il 40%. I relatori della serata hanno evidenziato alcune delle operazioni che contribuiscono all’aumento dei costi sostenuti dalle famiglie. Innanzitutto ogni anno nel comune di Bagnoli si segnalano mancati pagamenti e crediti inesigibili pari a due-tre mila euro e bilanci negativi, come nel 2010, di circa 8 mila euro. Tali cifre vengono inserite negli anni successivi e divise tra tutte le utenze. La stessa operazione viene applicata anche per le utenze che si trasferiscono in altri comuni o cessano. Caso clamoroso la chiusura nel 2009 della base aeronautica di S. Siro che pagava ogni anno quasi 10 mila euro. Tale somma è stata recuperata tra tutte le utenze nel bilancio 2010 e rimane anche nei bilanci successivi. Nel 2011 il costo per la sola bollettazione e fatturazione è stato di quasi 70 mila euro (circa 45 euro per utenza). Inoltre si è fatto notare che lo scorso 3 novembre la giunta comunale di Bagnoli ha approvato una delibera per l’utilizzo di un veicolo di proprietà del Bacino Padova Tre per il servizio di pulizia urbana. A quanto sembra il veicolo nuovo sarà acquistato dal Bacino Padova Tre e il suo costo verrà inserito nel piano finanziario dei rifiuti del Comune di Bagnoli, da quest’anno fino al 2018 (diviso fra le utenze di Bagnoli). Si deve tener conto poi che nel calcolo della tariffa è compresa anche la raccolta dei rifiuti abbandonati lungo le strade e nella zona industriale. Dallo scorso anno è stato anche messo in funzione un apposito servizio su chiamata dei cittadini denominato “Città pulita” che non sembra dare comunque grandi frutti e presenta ancora alcune “falle” nel recupero dei rifiuti abbandonati.

sabato 19 maggio 2012

Atti trasmessi in Procura, Parco nei guai

Fonte Il Mattino di Padova
di Cristina Genesin
11 maggio 2012

MONSELICE. C’è già un’inchiesta aperta sul progetto di revamping, l’ammodernamento dell’impianto Italcementi di Monselice che prevede l’abbattimento di tre forni e la costruzione di un unico altoforno di 89 metri. È sul tavolo del pubblico ministero padovano Federica Baccaglini (al momento il fascicolo è senza indagati): ne consegue che a lei, probabilmente, finiranno gli atti trasmessi in procura dal Tar del Veneto con la sentenza dell’altro ieri che ha stoppato l’iter del progetto, bocciando i due fondamentali provvedimenti autorizzativi del revamping, l’autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Parco Colli il 13 dicembre 2010 e la delibera 316 della giunta della Provincia di Padova del 29 dicembre 2010.
A far decollare l’inchiesta era stato un esposto presentato il 26 dicembre 2011 dal comitato “E noi?”, assistito dall’avvocato Maria Pia Rizzo che, a questo punto, già preannuncia di depositare a giorni una memoria «per portare a conoscenza del pm Baccaglini questi ultimi provvedimenti giudiziari».
«La sentenza del Tar che ha accolto il ricorso del Comune di Baone ci dà pienamente ragione e fa i nostri stessi rilievi» sottolinea l’avvocato Rizzo, «Non solo sostiene che il revamping è in contrasto con le norme di tutela del Piano ambientale e di quello Paesaggistico. Ma aggiunge che il progetto di revamping è stato adottato in violazione delle norme di tutela ambientale del Parco Colli, è stato disposto in mancanza di un progetto unitario fra i Comuni coinvolti come previsto dalla legge regionale e, in più, con il parere negativo della Commissione tecnica del Parco».
Il legale rileva che il Comitato aveva denunciato «una serie di violazioni procedimentali attraverso le quali si è arrivati all’adozione del revamping. Quindi prendo atto con soddisfazione della pronuncia del Tar che ha rimesso gli atti alla procura per valutare eventuali reati, in particolare l’abuso d’ufficio. È quanto era stato richiesto anche dal comitato “E noi?”» commenta, «Con l’esposto abbiamo sollecitato la verifica della correttezza e della liceità di tutto l’iter procedimentale destinato a dare il via al revamping che non è una modernizzazione dell’esistente, ma un vero e proprio nuovo progetto». Un progetto simile è stato fatto dall’Italcementi negli Stati Uniti a Martinsburg in West Virginia.

Il Tar accoglie il ricorso dei Comuni

Fonte Il Mattino di Padova
di Nicola Cesaro
12 maggio 2012

MONSELICE. «Una sentenza che demolisce i procedimenti di autorizzazione del revamping». Usano queste parole Giancarlo Piva e Francesco Corso, sindaci di Este e di Baone, nell’annunciare il pronunciamento del Tar Veneto sul ricorso dei due Comuni contro il progetto di revamping di Italcementi. Ieri il tribunale amministrativo veneto ha infatti pubblicato la sentenza 651/2012 che accoglie il ricorso del Comune di Baone (la 652, quella che dovrebbe accogliere anche il ricorso di Este, non è stata ancora pubblicata ma dovrebbe avere lo stesso esito) e che annulla clamorosamente due documenti fondamentali per la realizzazione del revamping. Il cui iter, di fatto, subisce un nuovo pesante stop.
La sentenza. La sentenza del Tar annulla l'autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Parco Colli il 13 dicembre 2010 e la delibera 316 della giunta della Provincia di Padova, approvata il 29 dicembre 2010 e che dava giudizio di compatibilità ambientale per il progetto. Contestualmente, il tribunale ha condannato il Parco Colli al pagamento delle spese processuali (per un totale di 4 mila euro) a favore dei ricorrenti. Non solo. Il Tar chiede la trasmissione della sentenza alla Procura di Padova, «ai fini di della verifica se l’illegittimo rilascio dell’autorizzazione paesaggistica impugnata abbia comportato la commissione di reati, in specie di abuso d’ufficio».
Le motivazioni. Il Tar sottolinea innanzi tutto che la sentenza del Consiglio di Stato numero 1185/2012 (quella che aveva rigettato il ricorso proposto da cittadini e comitati contro gli atti che hanno autorizzato il revamping) non influenza il giudizio di cui si sta trattando, visto che i ricorsi sono proposti da parti distinte (comitati prima e Comuni adesso). Venendo al tema vero e proprio, «il collegio osserva che il progetto autorizzato si pone in contrasto con le norme di tutela del Piano Ambientale» si legge nel dispositivo del Tar, che ricorda come «il primo comma dell’articolo 19 del Piano stabilisce che le cementerie non possono essere ubicate all’interno del perimetro del Parco».
Il tribunale sottolinea inoltre come interventi del genere non possano essere avviati solo «sulla base dell’avvenuta stipula delle convenzioni». Viene poi evidenziato un paradosso: «Con l’autorizzazione paesaggistica si afferma che l’intervento autorizzato è incompatibile con la tutela del paesaggio, ma diventa compatibile se la durata del ciclo produttivo conseguente all’intervento viene limitata a 28 anni». Che tradotto e semplificato vuol dire: perché un intervento diventa incompatibile tra 28 anni e non da subito?
Il Parco. Il tribunale va giù pesante sul Parco Colli. Secondo il Tar, il presidente dell’ente Chiara Matteazzi (ora non più in carica, ndr) nel rilasciare l’autorizzazione ha «adottato una determinazione in contrasto col parere della Commissione Tecnica. Doveva, prima della firma dell’atto, riproporre la questione alla commissione per fare conoscere le motivazioni da lei adottate», come previsto dal regolamento dell’ente. Il Tar va oltre e condanna anche un altro aspetto: il milione di euro promesso da Italcementi per far approvare il revamping: «La convenzione prevede che Italcementi versi all’ente Parco, per interventi di interesse pubblico volti al miglioramento di aree compromesse nonché alla messa in sicurezza di fronti collinari, la somma di un milione di euro. Si tratta di una cifra cospicua, non imposta da disposizioni di legge» e ancora «Si pone conseguentemente il dubbio che la somma costituisca un motivo di persuasione, affinché il presidente del Parco procedesse al rilascio dell’autorizzazione paesaggistica anche a costo di rilasciare un’autorizzazione illegittima». Da qui il vizio di eccesso di potere e la trasmissione degli atti alla Procura. Il Tar bacchetta anche la Soprintendenza, rea di non aver espresso alcun parere concreto sul revamping. «Ora ci aspettiamo che il Parco Colli ritorni al di sopra delle parti e che giochi questa partita senza indossare la maglia dell’Italcementi», è l’auspicio di Piva e Corso.

lunedì 16 aprile 2012

I cementifici bruceranno rifiuti, Clini prepara il decreto.

Fonte Peppe Croce
16 aprile 2012

Che il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, sia favorevole all’incenerimento dei rifiuti per superare l’emergenza immondizia in varie regioni italiane, ormai è un fatto noto.
Così come è noto che tra i favorevoli ci sia anche il collega del Mise Corrado Passera. Oggi è arrivata la conferma definitiva.
Con una nota stampa, infatti, il Ministero dell’Ambiente annuncia che entro fine mese arriverà un decreto che permetterà di bruciare più rifiuti negli inceneritori e di farlo anche nei cementifici e nelle altre industrie dotate di altoforno. Afferma lo stesso Clini:
«Vareremo entro fine mese un decreto che prevede l’impiego di combustibili solidi secondari nei processi industriali, in particolare nel settore del cemento, che aiuterà anche molte regioni ad uscire dallo stato di emergenza».
I combustibili solidi secondari (CSS) altro non sono che il vecchio combustibile da rifiuti (CDR, ma anche la versione ad “alta qualità”, neanche fosse latte fresco, denominata CDR-Q) che seguono la nuova standardizzazione europea UNI EN/TS 15359. Una specifica tecnica che in Italia ha inglobato quella del CDR e del CDE-Q grazie a un decreto del Governo Berlusconi, il 205/2010.
Cosa cambia tra il CDR, che a sua volta è l’evoluzione delle vecchie “ecoballe”, e il nuovo CCS? Molto poco. Nella presentazione di questo combustibile da rifiuti fatta a Rimini a Ecomondo 2011 da un dirigente di Ricerca Sistema Energetico (cioè del GSE), si afferma che il CSS non è altro che:
«Un vettore energetico solido ottenuto da rifiuti non pericolosi, utilizzato per il recupero di energia in impianti di incenerimento o co-incenerimento, rispondente alle specifiche e alla classificazione fornite dalla CEN/TS 15359»
Ma cosa c’è esattamente dentro? Quali sono gli ingredienti di un CSS a norma di legge? È difficilissimo saperlo, sia per questioni tecniche che per questioni mediatiche: dire che si brucia CSS è una cosa, dire che si bruciano rifiuti urbani è un’altra. Bisogna andare a cercare una ditta che ha tra i suoi servizi la produzione di CSS per capire cosa ci finisce dentro. Fra queste, la Dalena Ecologia S.r.l. di Taranto, che in una presentazione elenca cosa può essere trasformato in CSS:
  • Plastiche;
  • Pneumatici fuori uso;
  • Scarti in gomma;
  • Tessili e scarti del calzaturiero;
  • Frazioni secche combustibili.
Il passaggio dal CDR al CCS, però, ha causato fino ad oggi alcuni problemi burocratici a causa della poca chiarezza delle norme. Con il prossimo decreto di Clini, quindi, si potrà cuocere il cemento bruciando un combustibile derivato da plastica e copertoni senza incappare in cavilli sgradevoli. Ma non solo perché il CSS, come già il CDR e il CDR-Q, è considerato una fonte rinnovabile e quindi, se è usato negli inceneritori per produrre energia elettrica, da il diritto a ricevere gli incentivi statali.
Gli stessi incentivi che Clini e Passera hanno appena stroncato per fotovoltaico ed eolico, perciò vengono al contrario favoriti per gli inceneritori e persino per i cementifici, qualora avessero un impianto di cogenerazione calore-elettricità.
http://minambiente.it/home_it/showitem.html?item=/documenti/comunicati/comunicato_0354.html&lang=it


lunedì 9 aprile 2012

Fotovoltaico: quando il Comune rema contro

Fonte Forum Saperi PA
di Tiziano Marelli
3 Aprile 2012
Riprogongo qui un articolo molto interessante che fa comprendere le difficoltà che un semplice cittadino può incontrare nel rapporto con le burocrazia delle istituzioni.

Risale a circa due anni fa il mio “incontro ravvicinato” con il fotovoltaico e i problemi connessi alla sua installazione. Fu allora che mia moglie decise di ristrutturare una casa che possedeva in Sabina, in provincia di Roma; a lavori terminati ci saremmo poi trasferiti lì (e da qualche settimana è così). Una delle cose che avevamo ben chiara era quella di puntare sulle energie alternative. Ci informammo subito, e ci volle poco a capire che l’impresa si poteva rivelare titanica. In Comune ci dissero che bisognava parlarne con il tecnico, un architetto che non era presente tutti i giorni; dopo una serie di telefonate per fissare un appuntamento riuscimmo finalmente ad incontrarlo. Era evidente la sua perplessità, anche se non supportata da argomenti convincenti. Che, in ordine sparso, erano più o meno questi: dovrebbero esserci dei vincoli che impediscono lo stravolgimento (?) dei palazzi del centro storico, bisogna chiedere il parere alla Sovrintendenza delle Belle Arti, ma chi ve lo fa fare, cosa diranno gli abitanti del luogo di forestieri che arrivano e subito impiantano qualcosa di inedito (sì, saremmo stati i primi)… e via di questo passo. Comunque, il professionista preposto promise di informarsi e - meglio ancora! - di documentarsi. Da allora, per mesi, le telefonate a lui dirette andarono a vuoto, al massimo furono interlocutorie e a nulla valsero nemmeno alcuni miei appostamenti a mò di staffetta partigiana per avvisare mia moglie del suo arrivo negli uffici comunali e procedere noi con un blitz. Comunque, per noi l’intenzione rimaneva ferma, tanto che contattammo una società “ecologica” specializzata in energie alternative, commissionammo – con tanto di congruo anticipo - uno studio di fallibilità e bloccammo anche il materiale occorrente che “sennò aumenta, con il tempo che passa” (un consiglio extra-argomento: mai fare cose del genere, soprattutto con società che si spacciano alternative, eque e solidali, ma è molto meglio rivolgersi a chi si occupa di business puro e basta e non si traveste da “ecologico” finto; quanto versato allora non lo abbiamo naturalmente mai visto indietro, e probabilmente mai lo vedremo).
Il tempo passava e i consigli a desistere ci arrivavano da sempre più parti. Le ultime due eccezioni sollevate riguardavano il “decoro” del centro che sarebbe così stato “devastato” dai pannelli scuri (abbiamo risposto che in tutto il resto d’Europa una dichiarazione del genere sarebbe stata considerata una bestialità, ma che allora avremmo semmai puntato su tegole fotovoltaiche di ultima generazione, e che comunque le decine di padelle da parabola presenti anche in quella zona un po’ dovunque non avevano sollevato nessuna rivolta popolare), e il fatto che dal vicino castello (vanto e pregio del paese) avrebbero potuto protestare perché la vista, ai clienti che lo frequentano (da qualche anno è diventato un albergo di lusso), sarebbe potuta risultata fastidiosa e avrebbe provocato nel tempo un calo delle presenze e una perdita economica secca per tutta la comunità. Di stupidaggine in stupidaggine del genere, senza che nel frattempo mai l’architetto di cui sopra ci avesse dato conto della sua ricerca di “informazioni” (quali mai fossero queste, a tutt’oggi non ci è dato sapere), gli operai che procedevano alla ristrutturazione arrivarono al tetto: fra impalcatura e rifacimento incombente non c’era molto più tempo a disposizione per rimandare il da farsi, e questo accadde proprio nel periodo che lo scorso Governo stava traccheggiando sull’opportunità o meno di concedere ancora gli incentivi per le energie alternative, e in che quantità. Vista l’urgenza di dover prendere una decisione in poco tempo, a malincuore per non poter concorrere al riequilibrio energetico del Paese (con la “P” maiuscola, inteso come Italia) fummo costretti a rinunciare al progetto, ripiegando sulla “classica” energia elettrica, senza da allora riuscire a liberarci dalla sensazione di aver mancato una grande opportunità, se non anche ad un preciso dovere civico ed etico.
Bene, ho raccontato tutto questo perché da quando ho saputo che il prossimo stangatone governativo in programma a breve, e riferito all’aumento della bolletta della luce (si parla più o meno del 10%!) è in gran parte dovuto al bisogno di sostenere in maniera concreta gli incentivi per chi decide di passare al fotovoltaico e al solare, passo facilmente dalla risata più sfrenata all’incazzato nero tout court. Perché l’equazione facile facile è questa: succederà che contribuirò corposamente al finanziamento di qualcosa che volevo anch’io e non sono riuscito a portare termine “grazie” a chi ha osteggiato fino all’ultimo proprio quel qualcosa che invece il mio Governo vuole a tutti i costi che si espanda il più possibile, com’è giusto e sacrosanto.
Non solo. Proprio in queste ore leggo su Repubblica che secondo “Comuni rinnovabili”, il dossier annuale di Legambiente, grazie a oltre 400 mila impianti distribuiti su tutto il territorio nazionale, la produzione da fonti rinnovabili “nel 2011 ha raggiunto il 26,6% dei consumi elettrici complessivi italiani (eravamo al 23% nel 2010), e il 14% dei consumi energetici finali (eravamo all'8% nel 2000)”. L’articolo spiega anche che “Grazie a un mix di fonti pulite (…), ben 279 Comuni soddisfano una percentuale compresa tra il 50 e il 79% delle loro necessità, 1338 coprono tra il 20 e il 49%, mentre quelli autosufficienti per la sola elettricità sono oltre 2mila. E se (attenzione!, ndc) siete preoccupati per gli impatti sul paesaggio, è il caso di citare anche i 109 municipi dove questo obiettivo è centrato grazie esclusivamente al fotovoltaico installato sui tetti degli edifici”.
Il colmo per quanto mi riguarda è comunque raggiunto quando Legambiente, fra i tanti riconoscimenti da sottolineare cita anche quello andato alla Provincia di Roma per gli impianti fotovoltaici posizionati nelle scuole del territorio. Non eravamo i primi e non saremmo stati gli unici, quindi, a metterne uno da queste parti, ma si vede che ai tecnici della Provincia non sono bastate (se mai ha avuto il coraggio di farle) le fantasiose obiezioni di un altro tecnico - comunale e a mezzo servizio - per evitare di portare a termine un’impresa così doverosa, necessaria e rivolta al domani. Sorrido e basta, stavolta, così mi consolo e penso anch’io a quello che potrà succedere in futuro: magari prima o poi mi vien voglia di rimettere mano alle tegole, senza che nessuno abbia più la forza, la spocchia e l’ardire di metterci anche solo minimamente becco.

sabato 7 aprile 2012

Raccolta del verde troppo cara Il Comune obbliga al «fai da te»

Fonte L'Arena
di Vittorio Zambaldo

TREGNAGO. Sospeso il «porta a porta» per gli scarti vegetali: per smaltirli i cittadini devono andare all'isola ecologica
Il sindaco: «Il mantenimento del servizio avrebbe comportato aumenti tariffari del 10-12 per cento su tutti i cittadini, anche quelli senza il giardino»


 06/04/2012
Sparisce la raccolta del verde, cioè del materiale residuo di potature dei giardini, da parte del Comune di Tregnago, mentre rimane attivo lo smaltimento attraverso l'isola ecologica a disposizione gratuita dei cittadini. La decisione, assieme a quella di un maggior controllo sui conferimenti all'isola ecologica, ha provocato qualche disagio, con code al cancello dell'isola ecologica, motivate dal fatto che l'incaricato era tenuto a chiedere un documento di identità a chi entrava per il conferimento e la compilazione di una dichiarazione sul materiale trasportato. «Abbiamo tenuto il controllo del documento e annullato la dichiarazione», fanno sapere il sindaco Renato Ridolfi e l'assessore all'ecologia Claudio Ferrari, «perché abbiamo notato che con maggior controllo è crollato il conferimento di rifiuti da altri paesi, che portavano un costo aggiuntivo per le tasche dei tregnaghesi chiamati a pagare lo smaltimento». Dunque in questa stagione di potature si potrà continuare a portare all'isola ecologica i residui dei tagli ma non ci sarà più il servizio di prelievo porta a porta in una prospettiva di riorganizzazione e razionalizzazione dei costi. «Abbiamo scelto di sacrificare questo servizio», spiegano sindaco e assessore, «per non gravare ulteriormente sulle famiglie già oberate di spese in questo periodo di crisi economica. Il mantenimento del servizio di raccolta avrebbe comportato la necessità di aumentare la tariffa del 10-12 per cento, mentre ci sarà un aumento minimo, al 3 per cento, che è l'indice di adeguamento Istat all'inflazione, dato che la tassa era invariata da oltre due anni». Il costo della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti urbani è stato per il 2011 di 465mila euro, interamente coperti dalla Tarsu, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani che è a carico dei cittadini. «Già lo scorso anno abbiamo raggiunto il 65 per cento di raccolta differenziata», fa sapere l'assessore Ferrari, «limite che la legge avrebbe imposto per quest'anno, ma per il 2012 contiamo di migliorare ulteriormente, grazie ai controlli più stretti all'isola ecologica». «In realtà è stato sospeso un servizio che negli altri Comuni non è mai stato erogato», aggiunge il sindaco, «ma era un qualcosa in più offerto ai nostri concittadini e che oggi potrebbe essere garantito solo con un aumento consistente della Tarsu. Peraltro non è giusto che la raccolta del verde, di chi dispone di grandi giardini attorno a casa, gravi su tutta la cittadinanza, anche su chi vive in appartamento: insomma, il verde di pochi non può essere pagato da tutti». Tuttavia per chi non volesse trasferire erba e ramaglie all'isola ecologica o non ne avesse la possibilità se non facendosi aiutare da qualcuno, il Comune ha deciso di mantenere la possibilità del prelievo a casa con un servizio a pagamento. È sufficiente richiederlo in Comune, pagare 10 euro a chiamata e 0,10 centesimi a metro quadrato del proprio giardino: è stato calcolato che il proprietario di una villetta con giardino e siepe di modeste dimensioni, che volesse utilizzare questo servizio, avrebbe un costo complessivo di una trentina di euro, chiamata e trasporto compresi. «A seguito dell'introduzione dell'Imposta municipale unica (Imu), la tassa sui fabbricati e sui terreni, da parte del governo, l'amministrazione ha scelto di mantenere inalterate e non aumentare le aliquote, nonostante i continui tagli dei trasferimenti statali che solo per il 2012 supereranno per Tregnago i 75mila euro», spiega il sindaco, «e nelle nostre intenzioni l'aumento dell'Irpef doveva portare nuove risorse per investimenti a favore dei cittadini mentre il ricavato sarà totalmente assorbito dai tagli dei trasferimenti statali».

sabato 3 marzo 2012

Este e Baone continuano la battaglia

Fonte Il Mattino di Padova
2 marzo 2012

Il Consiglio di Stato ha deciso: il revamping è pienamente legittimo. Mercoledì l'alto organo giurisdizionale ha ribaltato la sentenza del Tar Veneto che aveva definito incompatibile il progetto di ristrutturazione del cementificio Italcementi. Secondo il Consiglio di Stato, il revamping altro non è che «un generale rinnovamento degli impianti con conseguenti miglioramenti dell'impatto ambientale e delle emissioni». Sempre a detta del supremo organo giudiziario amministrativo, la convenzione tra Italcementi, Parco e Comune di Monselice (quella che di fatto sanciva la via della ristrutturazione dell'impianto) era pienamente legittima.
La partita è dunque chiusa? Sotto il profilo giudiziario, restano in piedi in realtà altri due ricorsi, entrambi portati avanti dai Comuni di Este e Baone. Sono gli ultimi “baluardi” legali alla battaglia contro la ristrutturazione di Italcementi. Il primo è stato presentato al Tar contro la delibera della Provincia di Padova che ha autorizzato il revamping, il secondo al Consiglio di Stato (dopo che il Tar lo ha respinto) per contestare l'esclusione di Este e Baone dalla convenzione a tre tra cementificio, Parco e Monselice. «Ed è su quest'ultimo punto che noi facciamo ancora affidamento – conferma Francesco Corso, sindaco di Baone – La risposta del Consiglio di Stato non ha alcun riflesso su questo ricorso. Crediamo di poter vincere e di poter essere ammessi tra gli attori della convenzione. Ricordo che il cementificio è a 450 metri dai confini di Baone. E' insensato non chiedere il nostro parere». C'è però un rischio, a rigor di logica e di sensibilità: che, anche se ammessi, il Comune di Este e Baone restino una minoranza rispetto agli altri tre enti. «La convenzione poggia su un presupposto – risponde il sindaco di Este, Giancarlo Piva – e cioè che tutti gli attori hanno pari dignità e pari dignità hanno le istanze che ciascuno porta». «E la conferma arriva dall'atteggiamento del Comune di Monselice – continua Corso – che non si è minimamente opposto al nostro ricorso. Sarebbe cosa buona che anche Italcementi riconoscesse la dignità delle nostre due municipalità. Deve essere chiara una cosa: non ci sentiamo marginali». Diversa la situazione per il ricorso al Tar sulla delibera provinciale, che inevitabilmente verrà condizionata dall'epilogo giudiziario degli ultimi giorni: «Abbiamo dato mandato ai nostri legali di studiare quanto espresso dal Consiglio di Stato e di valutare se tecnicamente questo potrà avere effetti negativi sul Tar – confermano i due sindaci – In ogni caso non ritireremo il nostro ricorso, vada come vada». In generale, tuttavia, Piva e Corso incassano il colpo “sportivamente”: «Siamo sempre stati garantisti e non possiamo che rispettare una sentenza del genere. E' evidente che una parte, non la nostra, ha ottenuto la ragione. Detto questo, siamo estremamente amareggiati dall'esito della consultazione. E' evidente che il progetto revamping ha creato una frattura nella società, e che questa parte si è vista “espropriare” una parte di territorio e di futuro».

La sentenza del Consiglio di Stato che ha stabilito che il progetto del Revamping dello stabilimento Italcementi rispetta pienamente la normativa regionale del Parco Colli, è stata accolta con grande soddisfazione da parte dei lavoratori. «Dopo due anni di incertezze, finalmente, è arrivata la conferma che il progetto di investimento dell’Italcementi sostenuto dalle nostre organizzazioni sindacali unitamente alla Rsu, può proseguire gli iter per le autorizzazioni e contiamo, al più presto, anche la sua realizzazione – scrivono in una nota Fillea Cgil e Filca Cisl – Abbiamo sempre sostenuto che questo progetto di importante rinnovamento tecnologico coniuga in modo positivo le prospettive di continuità del lavoro con un netto miglioramento dell’impatto ambientale. A nostro avviso si tratta di un importante intervento di “green economy” progettato per il raggiungimento degli obiettivi di abbattimento delle emissioni di CO2 stabiliti da accordi internazionali, nonché in linea con le indicazioni dei maggiori organismi internazionali per la promozione dello sviluppo sostenibile. La nostra scelta, fin dall’inizio, è stata quella di affrontare il confronto tecnico con l’Italcementi e di contrattare, oltre agli impegni a tutela dei livelli occupazionali, anche le regole per programmare, in modo trasparente e partecipato con la comunità locale, il controllo e la promozione del continuo miglioramento dell’abbattimento delle emissioni di questo processo industriale. Per questo siamo convinti che la prospettiva del rinnovamento di questo impianto, sia un patrimonio da difendere e da sostenere da parte di tutta la comunità locale. Anche l’ente Parco Colli esce rafforzato in quanto dimostra di coniugare la tutela dell’ambiente e del paesaggio con l’attività industriale programmata».

Fonte Il Mattino di Padova
2 marzo 2012

La sentenza del Consiglio di Stato che ha stabilito che il progetto del Revamping dello stabilimento Italcementi rispetta pienamente la normativa regionale del Parco Colli, è stata accolta con grande soddisfazione da parte dei lavoratori.
«Dopo due anni di incertezze, finalmente, è arrivata la conferma che il progetto di investimento dell’Italcementi sostenuto dalle nostre organizzazioni sindacali unitamente alla Rsu, può proseguire gli iter per le autorizzazioni e contiamo, al più presto, anche la sua realizzazione – scrivono in una nota Fillea Cgil e Filca Cisl –
Abbiamo sempre sostenuto che questo progetto di importante rinnovamento tecnologico coniuga in modo positivo le prospettive di continuità del lavoro con un netto miglioramento dell’impatto ambientale. A nostro avviso si tratta di un importante intervento di “green economy” progettato per il raggiungimento degli obiettivi di abbattimento delle emissioni di CO2 stabiliti da accordi internazionali, nonché in linea con le indicazioni dei maggiori organismi internazionali per la promozione dello sviluppo sostenibile.
La nostra scelta, fin dall’inizio, è stata quella di affrontare il confronto tecnico con l’Italcementi e di contrattare, oltre agli impegni a tutela dei livelli occupazionali, anche le regole per programmare, in modo trasparente e partecipato con la comunità locale, il controllo e la promozione del continuo miglioramento dell’abbattimento delle emissioni di questo processo industriale. Per questo siamo convinti che la prospettiva del rinnovamento di questo impianto, sia un patrimonio da difendere e da sostenere da parte di tutta la comunità locale. Anche l’ente Parco Colli esce rafforzato in quanto dimostra di coniugare la tutela dell’ambiente e del paesaggio con l’attività industriale programmata».

Il Consiglio di Stato ha deciso I lavori possono partire

Fonte Il Mattino di Padova

Il Consiglio di Stato accende il semaforo verde al revamping Italcementi. Con la sentenza depositata ieri, i giudici romani hanno dato ragione al cementificio e capovolto la sentenza del Tar del Veneto, che aveva congelato il progetto. Incompatibile, secondo il Tribunale amministrativo veneto, con le norme del Parco regionale dei Colli Euganei. Un’interpretazione non condivisa dal Consiglio di Stato, secondo cui invece l’intervento è pienamente legittimo. Strada spianata, dunque, per il maxi progetto di ristrutturazione del cementificio, che prevede un investimento di 160 milioni di euro per realizzare un nuovo forno, una torre a cicloni alta 89 metri. Il tutto con un forte abbattimento delle emissioni e la permanenza del cementificio per altri 28 anni.
Un verdetto accolto naturalmente con soddisfazione da parte dell’azienda. «Siamo sempre stati convinti delle nostre buone ragioni – commenta a caldo Eric Goulignac, direttore della cementeria – e la sentenza del massimo organo della giustizia amministrativa conferma, anche nel merito e in modo inequivocabile, la correttezza della posizione di Italcementi, non solo sotto il profilo della piena conformità al diritto dell'iter fin qui seguito, ma riconoscendo altresì la coerenza del progetto industriale con le normative di ogni livello».
Con la sentenza depositata ieri, i giudici della Quinta sezione del Consiglio di Stato hanno, in pratica, sconfessato la lettura delle norme del Parco Colli data dal Tar. Il tribunale amministrativo veneto, il 9 maggio 2011, aveva annullato l’autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Parco Regionale dei Colli Euganei e la delibera della Giunta provinciale che attestava la compatibilità ambientale del revamping. Atti che, per il Tar, si riferivano a «un impianto nuovo che apre un diverso ciclo produttivo destinato a durare 28 anni, sostituendo un impianto in via di chiusura».
Non è così, invece, secondo il Consiglio di Stato, che ha accolto l’impostazione dell’azienda: si tratta solo di «un generale rinnovamento degli impianti con conseguenti miglioramenti dell’impatto ambientale e delle emissioni». In sostanza, il Tar avrebbe preso troppo alla lettera le dichiarazioni di Italcementi sul fatto che, senza il revamping, il cementificio sarebbe stato destinato alla chiusura. Anche quanto alla procedura seguita, per il Consiglio di Stato si è trattato di un iter corretto. «Nel caso di specie è stato applicato l’art. 19 comma 3 del piano ambientale – scrivono i giudici – che prevede una convenzione con l’azienda interessata per giungere ad una soluzione di adeguamento-ristrutturazione degli impianti, definendo le modalità e i tempi di prosecuzione dell’attività, i tempi di dismissione e i programmi di investimento, coordinando le azioni di contenimento dell’impatto ambientale e paesistico». Insomma la convenzione, firmata tra Italcementi, Parco e Comune di Monselice era del tutto legittima. «Probabilmente la via più semplice per mitigare le condizioni esistenti – argomenta ancora la sentenza – soprattutto in presenza di una grave situazione economica come quella attuale, sia per le attività d’impresa sia per i bilanci pubblici». Insomma, «non vi è la creazione di un nuovo impianto – concludono i giudici – ma la sostituzione di rilevanti strutture che comporterà un impatto globale notevolmente migliorativo dell’esistente, aggiungendo anche un termine per la fine dell’attività industriale e la rinaturalizzazione successiva del sito, il tutto nel rispetto delle norme vigenti».

Revamping di Italcementi: ok del Consiglio di Stato, esultano i dipendenti

Fonte il Mattino di Padova
29 febbraio 2012

MONSELICE. Il Consiglio di Stato accende il semaforo verde per il progetto di revamping degli impianti Italcementi. Con la sentenza depositata ieri, i giudici romani danno ragione al cementificio e ribaltano la sentenza del Tar del Veneto, che aveva congelato il piano. Un progetto incompatibile, secondo il Tribunale amministrativo, con le norme del Parco regionale dei Colli Euganei.
Questa interpretazione non è condivisa dal Consiglio di Stato, secondo cui l’intervento è pienamente legittimo. Strada spianata, dunque, per il maxi-progetto di ristrutturazione del cementificio, che prevede un investimento di 160 milioni di euro per realizzare un nuovo forno, una torre a cicloni alta 89 metri (in un primo tempo era stata prevista di 130 metri). Il tutto con un forte abbattimento delle emissioni e la permanenza dello stabilimento in zona per altri 28 anni.
Oltre che dai dirigenti di Italcemneti, soddisfazione per la decisione è manifestata dai dipendenti e dal sindaco Francesco Lunghi. Gli ambientalisti accusano il colpo, ma non demordono. E con Francesco Miazzi fanno sapere di non considerare chiusa la partita.


1 marzo 2012
Il Tar aveva dato ragione ai comitati

La sentenza del Consiglio di Stato riporta a galla il progetto affossato, dieci mesi fa, dal Tar del Veneto. Un progetto da 160 milioni di euro, per la ristrutturazione radicale del cementificio di Monselice, tramite la sostituzione degli attuali tre forni, ormai obsoleti, con uno di nuova concezione. Impianto simile a uno già realizzato da Italcementi negli Stati Uniti.
Si comincia a parlare di revamping all'inizio del 2010. Inizialmente il progetto presentato dall’azienda di Pesenti prevede una torre alta 110 metri, torre che poi verrà "abbassata" a 89.
Ma non è solo della torre, che si discute: si parla di lavoro, ambiente, rispetto delle leggi del Parco naturale regionale dei Colli Euganei.
La questione apre un vasto dibattito, tra scioperi, manifestazioni e divisioni trasversali anche ai partiti. Spacca anche la maggioranza, che in Consiglio comunale in parte vota contro il sindaco Francesco Lunghi, sostenitore della prima ora del progetto. Questo mentre altri 27 Comuni si esprimono contro.
Poi il vento cambia direzione: Italcementi, Parco Colli Euganei e Comune di Monselice siglano la convenzione, che dopo un rimpasto di giunta anche il nuovo Consiglio comunale ratifica. Arrivano il via libera dal Parco Colli e quello dalla Provincia di Padova. La strada pare in discesa, ma fioccano anche i ricorsi: il 9 maggio dello scorso anno, il Tar del Veneto accoglie quello dei comitati. Italcementi ricorre in appello. E salva il revamping. (f.se.)



Miazzi non getta la spugna «La partita resta aperta»
E’ indubbio che la sentenza del Consiglio di Stato accolga pienamente le tesi di Italcementi e dei suoi sostenitori, ma per noi rimane incredibile che il revamping possa essere paragonato al cambio di una semplice caldaia o che una torre di 89 metri in piena area Parco possa essere considerata un manufatto di “qualità architettonica apprezzabile, in linea con le tendenze dell’architettura contemporanea”».

È questa la prima riflessione, a caldo, di Francesco Miazzi, consigliere comunale e fondatore del comitato “Lasciateci Respirare”, protagonista, insieme al comitato “E Noi?”, dei ricorsi contro il revamping.
Sotto il profilo giudiziario, la vicenda, in realtà, non è ancora chiusa. Restano pendenti, infatti, i ricorsi al Consiglio di Stato e l’altro ricorso al Tar del Veneto, proposti dai Comuni di Este e Baone. Per i comitati, dunque, non è ancora detta l’ultima parola. «Su come si sia sviluppato questo progetto, su come si sia giunti alle nuove autorizzazioni di cava, sulle pressioni politiche che in questi anni sono state esercitate a tutti i livelli, abbiamo un nostro pensiero che al momento teniamo per noi – commenta Miazzi – Non intendiamo rassegnarci a vedere questi cementifici trasformarsi in inceneritori di rifiuti – attacca il consigliere – per sopperire all’evidente crisi del mercato del cemento, una crisi irreversibile che colpirà quegli stessi lavoratori ora utilizzati come ariete per rompere l’opposizione sociale a questo progetto. La cassa integrazione che sta interessando anche gli stabilimenti dove il revamping è cosa fatta, l’inevitabile riduzione di personale che questi “nuovi cementifici” comportano – argomenta Miazzi – dovevano e devono far riflettere soprattutto quel sindacato che in modo acritico ha sposato tutte le tesi aziendali. La nostra speranza è che ci sia una presa di posizione forte, finora sottotono, di tutte le componenti sociali, di tutte quelle realtà economiche inevitabilmente danneggiate da questo progetto. Continuiamo a coltivare il sogno di uno sviluppo alternativo che dia sì risposte occupazionali, ma in modo rispettoso della nuova vocazione di questo territorio. Chi pensa che la faccenda sia chiusa e archiviata, potrebbe fare un calcolo sbagliato, perché non lasceremo nulla d’intentato, nel tentativo di riportare alla ragione i nostri amministratori e tutti i sostenitori di questo progetto».
Lunedì alle 21 i Comitati propongono un incontro aperto per una valutazione sulla sentenza e per discutere eventuali nuove proposte di mobilitazione, in Villa Mantua Benavides a Valle San Giorgio. (f.se.)









lunedì 27 febbraio 2012

Coltan, il dramma dell'Africa in un cellulare

Fonte La Stampa
di
26 febbraio 2012

L'estrazione del mix di columbite e tantalite essenziale per la maggior parte dei congegni elettronici alimenta l'infinita guerra civile del Congo
Quanto costa davvero un telefonino? Non sto parlando di offerte e sconti e promozioni, ma del suo impatto, delle sue conseguenze, per così dire.
Chi possiede un cellulare sa (o dovrebbe sapere) che cos’è il coltan. Si tratta di un minerale, anzi di una combinazione di minerali, columbite e tantalite, essenziale per la fabbricazione di tutti i gadget elettronici perché serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione. Dai cellulari alle cellule fotovoltaiche, dalle telecamere ai computer portatili fino all'industria aerospaziale, agli air bag, ai visori notturni, alle fibre ottiche, il coltan è presente e sempre più ricercato. Il suo valore, minimo fino a una cinquantina di anni fa, è in costante ascesa. Estrarlo non è semplice, si tratta di frantumare minutamente pietre in grandi cave all’aperto. Tipico lavoro da miniera, di quello duro, antico.
Ma non è solo questo, il punto è che il coltan, il suo sfruttamento, il suo commercio in gran parte illegale, sono alla base della interminabile guerra che devasta la repubblica democratica del Congo, l'ex Congo belga già provato dal feroce colonialismo di Leopoldo II, che è una delle più importanti zone di estrazione. I proventi della vendita del minerale servono infatti a pagare i soldati e ad acquistare nuove armi alimentando la lotta tra gruppi paramilitari e guerriglieri nella regione di Kivu, nella parte orientale del Paese e nei vicini Rwanda e Uganda. Un commercio senza regole con strane interazioni tra gruppi armati locali, multinazionali dell’elettronica occidentali e asiatiche e organizzazioni criminali internazionali.
Un tema di cui l’Onu si occupa senza successo fin dal 2002 e che si traduce in una catena di conflitti e sfruttamento, lavoro minorile compreso perché sono i bambini, specie i più piccoli – rapiti o comprati alle famiglie - i più adatti a calarsi nelle strette buche da cui si estraggono le pietre che contengono il coltan. A salari da fame. Secondo un rapporto di Watch International del 2009, la manodopera locale prende l’equivalente di 18 centesimi di euro per ogni kg di coltan estratto, che per i bambini scende a una paga giornaliera di 9 centesimi. Il prezzo di mercato del minerale arriva fino ai 600 dollari al kg.
Un’attività svolta senza alcuna regola né sicurezza per un mercato che ne è altrettanto privo. Se infatti il cosiddetto “protocollo di Kimberley”, di cui molte associazioni chiedono un omologo, ha posto un minimo di regole al mercato dei diamanti, per il coltan non esiste nulla del genere, malgrado l’amministrazione americana nella riforma di Wall Street abbia introdotto un articolo, il 1502, che prevede per i produttori di apparati elettronici quali grandi consumatori di coltan, l’obbligo della certificazione sulla sua provenienza. In mancanza di un organo di controllo, infatti, si tratta di mera autocertificazione. Sta quindi alla libera iniziativa delle singole aziende garantire che le apparecchiature elettroniche prodotte provengano da zone conflict-free e da una produzione legale. Quante lo faranno?

Il primo cittadino si difende «I conti sono in ordine»

Fonte Il Mattino di Padova
di F. Segato

19 febbraio 2012

«È tutta una montatura, messa in piedi da un gruppo di dissidenti. Si dice tranquillo il sindaco di Solesino, Walter Barin, il cui nome spunta tra quelli degli ex vertici della Bcc di Lusia, indagati dalla Guardia di finanza. La vicenda ha avuto ampio risalto sulla stampa rodigina. Ma per il momento non sarebbe ancora partito alcun avviso di garanzia. «Io sono uscito di scena con l’assemblea del 23 ottobre scorso – spiega Barin – quando è stato nominato il nuovo Cda, perché per il nuovo statuto della banca la carica di sindaco non era compatibile con la presenza nel Cda».
In verità, l’assemblea di ottobre fu piuttosto turbolenta: nei mesi precedenti c’era stata l’ispezione della Banca d’Italia, che aveva redatto un rapporto con l'esito dell'ispezione, segnalando tutto quello che non andava. «Rapporto che abbiamo ricevuto solo il 2 agosto – ricorda Barin – per cui non avremmo potuto presentarlo alla precedente assemblea».
All'assemblea di ottobre arriva quindi la relazione sulle conclusioni della Banca d'Italia e la nomina del nuovo Cda. C'è chi fa pesare il "doppio ruolo" di Barin, sindaco e presidente della banca, e a quel punto lui si fa da parte. Ai vertici della Bcc restano comunque 7 esponenti della precedente gestione: nel Cda il presidente Schiro e il vice Marassi, Gastaldello, Cestari e Mazzuccato, nel nuovo collegio sindacale Andriotto e Tognolo. Ma come sarebbe maturato questo “buco” da 11 milioni? “Non c’è niente di vero – assicura Barin – Le sofferenze oggi ci sono in tutte le banche. Se una ditta che è stata solida per 30 anni si trova in difficoltà, e si tenta di sorreggerla, è un reato? Io dico che è un dovere morale». Circola pure la voce che tra le beneficiarie dei finanziamenti vi fosse l’Immobiliare Barin di Solesino, vicina al sindaco. «I miei conti con la banca sono tutti in ordine – controbatte Barin – non ci sono sofferenze mie o di persone a me vicine: sfido chiunque a dimostrare il contrario. È una campagna denigratoria di cui qualcuno dovrà rispondere». (f.se.)

Buco da 11 milioni di euro alla Banca Adige Po

Fonte Il Mattino di Padova
di F. Segato
18 febbraio 2012

Terremoto sulla Banca Adige Po, nel mirino della Guardia di finanza per un presunto buco da 11 milioni di euro. A carico della "vecchia guardia", 13 ex componenti degli organi collegiali del Credito cooperativo di Lusia, l'accusa è di aver tenuto nascosto ai soci una perdita di bilancio che supera gli 11 milioni di euro. Tra loro anche un nome che balza agli occhi, quello del sindaco di Solesino Walter Barin, a lungo vicepresidente e per tre mesi, fino all’ottobre scorso, presidente della Banca. Che ha sede a Lusia ma conta quattro filiali anche nel Padovano.
L’indagine, condotta dal Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Rovigo, è stata coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica di Verona, Federica Ormanni. Dall’esame dei documenti contabili, i finanzieri hanno ricostruito la reale situazione economico-patrimoniale dell'Istituto di credito: situazione che sarebbe stata occultata ai soci. Il “buco” accumulatosi negli ultimi cinque anni ammonta a 11.244.017 euro. Una perdita di bilancio determinata dalle perdite sui crediti inesigibili, che gli stessi organi della Banca avevano concesso a soggetti privi dei necessari requisiti di solvibilità e senza le prescritte garanzie.
In pratica, la banca avrebbe concesso una serie di finanziamenti ad imprese che non presentavano una sufficiente solvibilità. La stessa perdita è stata, poi, occultata attraverso l’omesso stralcio dei crediti inesigibili, che sono stati imputati in bilancio gonfiando artificiosamente il valore dell’attivo patrimoniale. Le accuse ipotizzate a carico dei componenti degli organi della Banca vanno dal reato di falso in bilancio a quello di false comunicazioni sociali. Resta il riserbo delle Fiamme gialle sui nomi dei 13 indagati, ma si tratterebbe di tutti i componenti del Cda e del Collegio dei sindaci che amministravano la banca all'epoca dei fatti contestati: Brunetto Piola, all'epoca presidente, l’attuale presidente Antonio Schiro, Giorgio Marassi, Walter Barin, Arnaldo Gastaldello, Renato Cestari, Emanuele Ermolli, Federico Ferretto, Stefano Mazzuccato, Orlando Manfredini e i membri del collegio dei sindaci Andrea Previati, Andrea Vittorio Andriotto e Ivan Tognolo.
Le Fiamme gialle hanno segnalato all’autorità giudiziaria anche la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, per non avere adottato i previsti modelli organizzativi e gestionali. I reati in questione si riferiscono all'assemblea dei soci che si è tenuta il 23 maggio 2010 per l'approvazione del bilancio del 2009 a Sanguinetto di Cerea (Verona). Per questo la competenza è nelle mani della Procura veronese. Nel corso di quella seduta, per l'approvazione del bilancio del 2009, il Cda ha riferito solo un passivo di 1 milione e 731mila euro: secondo i finanzieri, invece, la reale situazione dell’istituto di credito era ben diversa. Dal canto suo, la banca ribadisce: la solidità dell’istituto non è in pericolo, i risparmiatori non rischiano nulla e dal 2012 è previsto il ritorno dei conti all’attivo. Il nuovo Cda sta già lavorando per il recupero dei crediti.

Omesse ritenute, prosciolto Francescon

 Fonte Il Mattino di Padova
23 febbraio 2012

Salvato dalla prescrizione? O semplicemente prosciolto perché è decorso troppo tempo per l’esercizio dell’azione penale e - come prevede la legge - non si è potuto entrare nel merito processuale per stabilire l’ estraneità ai fatti contestati. Il risultato, comunque, non cambia per l’imputato: sentenza di non doversi procedere a carico di Maurizio Francescon, 59enne di Solesino, attuale direttore di Confesercenti Padova, accusato di omesse ritenute del sostituto d’imposta per un importo di 100.871 in qualità di legale rappresentante di Cescot Veneto, un centro di formazione nel settore del turismo. A difenderlo l’avvocato Carlo Cappellaro. Ieri l’udienza prevista davanti al giudice Domenica Gambardella che, assente per motivi personali, è stata sostituita dal collega Claudio Elampini. E quest’ultimo, preso atto dei documenti, per ragioni di economia processuale ha emesso la sentenza di proscioglimento dopo aver accertato che era maturato il termine della prescrizione. L’inchiesta era stata avviata dal pm Paolo Luca in seguito a un controllo dell’Agenzia delle Entrate,dal quale risultava il mancato versamento del sostituto d’imposta nei termini per la dichiarazione annuale: la società che riceve prestazioni da collaboratori esterni non legati da un rapporto di lavoro dipendente, infatti, è tenuta a versare delle somme al Fisco a titolo d’imposta. Il direttore Francescon, tuttora al vertice di Cescot, spiega l’accaduto: «Il centro di formazione utilizza contributi pubblici per la sua attività. E nel 2004 quei fondi sono stati erogati in ritardo: anziché saldare le ritenute d’imposta a marzo, lo abbiamo fatto tra settembre e ottobre. Poiché si trattava di somme superiori ai 50 mila euro, è scattato il penale. Non è piacevole quanto successo, ma è stato il ritardo dei contributi che ha fatto slittare la liquidazione delle imposte».
Cristina Genesin

Piani di telefonia preparati da Polab

 Fonte Il Tirreno
di Guido Bini 
 

NAVACCHIO
Per decidere dove piazzare le antenne per i cellulari i Comuni possono fare da sé oppure rivolgersi a Polab.
Da sempre e rigorosamente dalla parte delle amministrazioni pubbliche, in nove anni questa azienda del Polo di Navacchio è divenuta leader del settore, collaborando con 14 Regioni e realizzando piani di telefonia mobile per oltre 400 comuni italiani. Anche per questo motivo, se oggi c’è bisogno di un esperto che sappia dare delucidazioni in materia di inquinamento da campi elettromagnetici, ecco che si chiama Alfio Turco, che di Polab è stato il fondatore assieme a Benedetto Michelozzi. Di pochi giorni fa l’ultimo intervento televisivo di Turco, ospite su Rai Uno della trasmissione “Occhio alla spesa”. «Quando si parla di inquinamento - ci spiega Turco - ci vengono subito in mente i rifiuti o le emissioni di gas inquinanti. Difficile che qualcuno pensi all’inquinamento da campo elettromagnetico, che spesso sottovalutato è invece sempre più presente nelle nostre case, generato dai cellulari ma anche dalle consolle di giochi, dal forno a microonde o dal semplice asciugacapelli».
Entrambi fisici, Turco e Michelozzi si avvicinarono al Polo Tecnologico nel 2001, con l’idea di fornire alle aziende del territorio servizi di qualificazione dei prodotti al fine della marcatura “CE”. Il Polo sostenne l’idea imprenditoriale dei due partecipando al 50 percento in Polab, che a partire dal 2003 iniziò ad occuparsi anche di consulenza e progettazione di piani di telefonia mobile per le amministrazioni pubbliche. «La normativa nazionale - dice in proposito Alfio Turco - prevede che le aziende di telefonia possano installare le antenne con grande libertà, qualora il Comune non si sia dotato di un piano per gli impianti di telefonia. Da qui la necessità dei Comuni di dotarsi di un piano, per garantire da un lato il più basso livello possibile di campo elettromagnetico, a tutela della salute dei cittadini, e dall’altro un’efficace copertura del territorio e della rete, nell’interesse tanto dei cittadini quanto dei gestori di telefonia». C’è da dire che la presenza del Polo all’interno di Polab ha fin dall’inizio favorito l’affidabilità dell’azienda presso le pubbliche amministrazioni. Al rigore scientifico sono state aggiunte garanzie di imparzialità e di tutela per il cittadino e per il territorio, tanto che ancora oggi qualsiasi commissione proposta dalle aziende telefoniche viene categoricamente rifiutata. «Le richieste non sono mancate - assicura il fisico di Navacchio - ma ogni volta abbiamo gentilmente rifiutato l’offerta». Nel ripercorrere la storia di Polab, Alessandro Giari non ha esitato a definire questa azienda un fiore all’occhiello del territorio, oltre che del Polo. «Anche senza arrivare a decine di miliardi di fatturato - ha commentato il presidente del Polo di Navacchio - Polab è senz’altro un’azienda consolidata e di successo, rappresentativa per il territorio e da sempre un modello all’interno del Polo».

venerdì 10 febbraio 2012

Con il silenzio-assenso del Comune Antenna selvaggia, altri cinque impianti

Fonte Il Gazzettino
9 febbraio 2012

 Monselice
Spuntano come funghi le nuove antenne sul territorio comunale di Monselice. Almeno stando alla documentazione archiviata negli uffici comunali, secondo la quale ci sono addirittura cinque nuove richieste avanzate da diversi operatori di telefonia tra fine luglio e fine ottobre 2011. Tutte passate incontrastate, essendo trascorsi i 90 giorni di silenzio-assenso senza che l'ufficio tecnico palesasse la minima perplessità. Il caso più eclatante è forse dato dal nuovo impianto di via Granzette: 33 metri di antenna di Telecom su un terreno agricolo a una distanza davvero minima dalle abitazioni, a cui per di più si aggiungerebbero le parabole della Vodafone, come da richiesta pervenuta tramite Dia. La base è già stata installata e a breve potrebbe sorgere l'antenna vera e propria. Se il traliccio di via Granzette ha portato alla creazione di un comitato spontaneo costituito dai residenti, chissà cosa potrebbe succedere per la nuova antenna prevista in viale Trentino, vicino al Centro Riciclo, dove la pazienza dei cittadini è già messa a dura prova dalle attività industriali presenti. L'istanza di autorizzazione è stata presentata lo scorso 28 ottobre, ma a lasciare perplessi è l'area scelta per erigere l'impianto. Si tratterebbe infatti di un'area privata che avrebbe dovuto essere acquistata dal Comune stesso nell'ambito del piano di lottizzazione della zona industriale. Secondo i ben informati le trattative sarebbero paradossalmente ancora in corso. Un'altra Dia è stata invece presentata dalla Vodafone per poter aggiungere nuove parabole sul traliccio già esistente in via Puglia, sempre in zona industriale. Cambiando zona non cambia affatto la procedura adottata. La quinta richiesta è stata presentata da H3g e riguarda la richiesta di una razionalizzazione, e quindi di nuove parabole, sul traliccio presente nella stazione ferroviaria. Anche in questo caso, trascorsi i termini del silenzio-assenzio, l'installazione sarebbe ormai inevitabile e questione solo di giorni.

Sono 5 le domande per antenne Il Comune non si è opposto

 Fonte Il Mattino di Padova
di Francesca Segato
9 febbraio 2012

MONSELICE  Un'ondata di nuove antenne in arrivo. E' l'allarme lanciato dal consigliere della Nuova Monselice, Francesco Miazzi, che ha chiesto lumi agli uffici comunali, dopo le proteste dei residenti di via Granzette di Schiavonia che si sono visti sbucare un ripetitore davanti a casa. «Ci sono ben cinque nuove richieste avanzate dalle varie compagnie telefoniche – svela Miazzi – tutte protocollate tra fine luglio e fine ottobre 2011, che l’ufficio tecnico non ha minimamente contrastato, lasciando che passassero i termini del silenzio-assenso». Per l'antenna di Schiavonia, la richiesta della Telecom di istallare un palo poligonale alto 33 metri, risale al 29 luglio scorso. «E pur avendone facoltà, l’Ufficio tecnico non ha nemmeno risposto, non ha minimamente tentato di fermare questo procedimento – contesta Miazzi –. E non ha mosso un dito, nemmeno dopo la DIA avanzata dalla Vodafone che preannunciava l’installazione delle sue parabole sempre nel traliccio che Telecom aveva chiesto di costruire». Eppure, per Miazzi si potevano far valere due incongruenze: la fascia di rispetto stradale e la distanza dal metanodotto esistente. Di qui la richiesta al sindaco di emettere un'ordinanza di sospensione lavori: richiesta che avanzeranno, giovedì sera, i residenti riuniti in comitato, che saranno ricevuti dal primo cittadino. La mappa delle nuove antenne segna però anche altri tre nuovi siti. Uno è in via Trentino, dove la Ericcson ha chiesto di installare una nuova stazione radiobase, nei dintorni del Centro Riciclo, dove ci sono pure diverse case. Anche qui l’Istanza di Autorizzazione è stata presentata il 28 ottobre ed anche in questo caso sono già scaduti i termini dei 90 giorni stabiliti per il silenzio-assenso. Anche la Vodafone ha presentato una richiesta, per aggiungere altre parabole sul traliccio della stazione radiobase di via Puglia. E infine H3G ha chiesto di piazzare nuove parabole sul traliccio presente nella stazione ferroviaria. In tutti i casi, il silenzio-assenso è decorso, senza nessun segno di opposizione da parte del Comune.

domenica 8 gennaio 2012

Rifiuti Urbani - Piano Provinciale 2010-2019

La Giunta provinciale ha approvato le linee strategiche che guideranno la redazione finale del Piano provinciale dei rifiuti urbani nel periodo 2010-2019. Lo scenario futuro e la relativa pianificazione per i prossimi anni sono stati presentati dalla presidente della Provincia Barbara Degani, dal vice presidente Roberto Marcato, dall’assessore provinciale all’Ambiente Mauro Fecchio e dall’assessore Leandro Comacchio.
Ad aprile 2009 il Consiglio provinciale aveva adottato il Documento preliminare del Piano di gestione dei rifiuti urbani per il periodo 2010-2019. Sulla base degli indirizzi individuati, delle osservazioni recepite, degli incontri preliminari effettuati con le autorità di Bacino e degli sviluppi successivi, sono state delineate le linee strategiche per la predisposizione della versione finale del Piano. “Il nostro obiettivo – ha chiarito la presidente Degani – è quello di chiudere alcune ferite aperte del nostro territorio. Per questo nel Piano è prevista la chiusura delle discariche di Campodarsego e Ponte San Nicolò. Altro proposito è quello di arrivare ad una tariffa unica, in tutta la provincia, per la gestione dei rifiuti, abbassando le zone in cui era troppo elevata, come ad esempio, la città”.
Tra gli obiettivi c’è anche quello di assicurare l’autosufficienza nello smaltimento mediante il termovalorizzatore di Padova quale impianto primario per la gestione dei rifiuti urbani provinciali e attraverso un sistema integrato basato su impianti di recupero e smaltimento dei rifiuti.Di fatto – ha spiegato il vicepresidente Marcato – grazie a questo piano strategico siamo autosufficienti e andremo via via a ridurre la presenza di discariche fino ad eliminarle. In più la tariffa non avrà oscillazioni: perciò cambiare sistema di gestione, essere autosufficienti e mantenere costi bassi era una sfida complessa, ma l’abbiamo vinta”.
La previsione strategica parte dallo scenario registrato durante il 2010 che ha visto l’incremento della produzione rispetto agli anni precedenti in linea con il trend del passato. Per questo ci si attende che da qui al 2019 l’andamento proseguirà di pari passo con l’aumento della popolazione e della produzione pro-capite. Entro il 31 dicembre 2012 dovrebbe inoltre essere raggiunta una percentuale media provinciale di raccolta differenziata pari al 65% e lo smaltimento dei rifiuti non riciclabile si prevede venga assicurato in via prioritaria dall’impianto di termovalorizzazione di Padova, con una riduzione dello smaltimento in discarica. “Il Piano che abbiamo presentato – ha sottolineato l’assessore Fecchio – è molto articolato e, a favore dei cittadini prevede l’armonizzazione delle tariffe, in particolare quelle del Bacino Padova2, senza aumentarle negli altri. Prevede, poi, un aumento della raccolta differenziata sia in provincia, che in città ed un utilizzo strategico del termovalorizzatore di San Lazzaro”.
Sulla base dello scenario delineato, è stata confermata la suddivisione in tre fasi già inserita nel Piano preliminare:
-La prima riprende quanto avvenuto nel 2010 con un raccolta differenziata del 60% a livello provinciale e l’avvio della terza linea del termovalorizzatore di Padova.
-    La seconda fase è relativa agli anni 2011-2014 e prevede che dal 64% di raccolta differenziata a livello provinciale, si arrivi al 65% entro il 31 dicembre del 2012. In questo arco di tempo ci sarà la chiusura della discarica di Campodarsego e l’ampliamento di quella di Este, sebbene la volumetria sarà ridotta rispetto ai 430mila metri cubi previsti dalla Provincia.
-    Nella terza fase (2015-2019) si punta a superare il 66% nella raccolta differenziata provinciale. In questi anni si va verso l’esaurimento della discarica di Sant’Urbano e il mantenimento solo di quella di Este.

Per quanto riguarda gli impianti, il termovalorizzatore di Padova resterà quello prioritario, ma sono confermati strategici per il recupero e lo smaltimento dei rifiuti anche:
-    Camposampiero, Este e Vigonza (biotrattamento);
-    Campodarsego, Este e San Giorgio delle Pertiche (frazione secca);
-    Limena per il recupero rifiuti da spazzamento stradale;
-    le discariche di Este e Sant’Urbano oltre che di Camposarsego, fino ad esaurimento delle volumetrie autorizzate (entro l’estate 2012).

Rispetto alla situazione impiantistica prevista dal Documento preliminare del piano sono state aggiunte le seguenti modifiche:
-    viene escluso l’impianto di selezione di Monselice poiché ci sarà la razionalizzazione di quello di Este;
-    è esclusa la discarica di Ponte San Nicolò per un volume di 300mila metri cubi perché non è più ritenuta strategica nella gestione dei rifiuti urbani;
-    viene limitata la volumetria della discarica di Este rispetto ai 430mila metri cubi indicati dal Consiglio Provinciale con il Documento preliminare del piano. La nuova volumetria è fissata a 350mila metri cubi corrispondente a circa 280mila tonnellate che rappresentano la quantità sufficiente per garantire lo smaltimento dei rifiuti del Bacino Padova 3 secondo la produzione di piano e comunque mantenendo inalterata la quantità smaltita;
-    è prevista la realizzazione di un impianto di biotrattamento a Padova, nell’area di Ca’ Nordio, della potenzialità di 37.500 tonnellate l’anno a servizio dell’area centrale di Padova;
-    si punterà a valorizzare la discarica di Sant’Urbano quale impianto strategico nelle situazioni di emergenza. Tutto ciò anche in considerazione di tempi ipotizzabili per l’ampliamento della discarica di Este nonché per lo smaltimento dei rifiuti non conferibili al termovalorizzatore (ad esempio rifiuti ingombranti o quelli da spazzamento stradale non recuperabili), nonché come supporto allo smaltimento dei rifiuti del Bacino Padova 3 per limitare la movimentazione degli scarti da smaltire nella discarica di Este.

Infine, dal 1 gennaio 2012 i rifiuti non recuperabili del Bacino Padova 4 saranno conferiti al termovalorizzatore di Padova. Analogamente, già dalla stessa data, parte dei rifiuti del Bacino Padova 1 inizieranno ad essere trasferiti al medesimo termovalorizzatore, in attesa della chiusura della discarica di Campodarsego prevista per l’estate 2012. Quando ciò avverrà, tutti i rifiuti non recuperabili del Bacino Padova 1 verranno inviati al termovalorizzatore di Padova. Nel 2012 viene di conseguenza avviata una fase di omogeneizzazione delle tariffe di conferimento al termovalorizzatore.

Controlli sui trasgressori della raccolta differenziata

Fonte Il Mattino di Padova
di Cristina Salvato
5 gennaio 2012

CADONEGHE
Se la differenziazione dell’umido non migliorerà in qualità, non è escluso che Cadoneghe passi per questo servizio al sistema di raccolta porta a porta. In questo modo sarà facile controllare i sacchetti con il materiale e punire i trasgressori. Questa la proposta che l’assessore all’Ambiente, Michele Schiavo, sta valutando insieme ad Etra, visto che dentro ai bidoncini dell’umido ci finisce davvero di tutto e non si riesce ad individuare i colpevoli.
«Rispetto al 2010, quando il 13 per cento dell’umido era inutilizzabile perché conteneva scarti diversi, adesso siamo scesi all’8 per cento – spiega l’assessore Schiavo –. Ma è ancora una percentuale troppo alta, che vanifica la raccolta differenziata e la produzione di compost, ma che a lungo andare Etra ci farà pagare aumentando la tariffa per tutto il lavoro di ripulitura della frazione umida che deve venire fatto».
I residenti di Cadoneghe, quindi, sono avvertiti: se entro giugno non diventeranno più disciplinati e dentro ai bidoncini verdi non impareranno a gettare solo scarti da cucina, si potrebbe passare al porta a porta per l’umido, senza costi aggiuntivi e con la possibilità di controllare chi trasgredisce.
Cadoneghe ha un sistema a isole ecologiche, per cui i cittadini devono portare i rifiuti nei punti di raccolta. L’umido va conferito invece in bidoncini verdi che sono sparsi nel territorio. Con questo sistema, però, diventa difficile controllare cosa viene gettato dentro ai bidoni e se la differenzazione è corretta. E succede così che dentro all’umido finisce di tutto, dalle bottiglie ai cartoni, dalle lattine al secco indifferenziato.
Ma arriveranno i controlli anche per quei cinquecento e passa cittadini che in questi anni non hanno mai usato la tessera magnetica che apre il press container dove gettare il secco.
«Stiamo controllando tutte le tessere che risultano ferme – annuncia Schiavo – e dalle prime 800 famiglie che sembrava non avessero mai usato il press container, siamo scesi a 560. Alcune tessere si è visto che erano rotte, alcuni cittadini non risiedevano più ma i dati non erano aggiornati, qualcuno era stato ricoverato in ospedale per mesi e così via. Ma ci sono comunque alcune centinaia di persone che il secco non lo hanno mai gettato via. Verificheremo caso per caso e, per i trasgressori, scatteranno le sanzioni».



Rifiuti tossici sotto la Valdastico: chiarezza immediata e verifica su tutte le opere realizzate e in fase di realizzazione

Fonte Laura Puppato
8 gennaio 2012

La gravità dei fatti riportati dall’”Espresso” sui rifiuti tossici e sugli scarti fonderia utilizzati nella costruzione dell’Autostrada Valdastico – qualora confermati – merita non solo una riflessione ma un’iniziativa forte da parte delle istituzioni regionali. Su questo tema che riguarda il territorio veneto e la salute di tutti i cittadini veneti una cosa voglio dirla con chiarezza: su questo lato oscuro del Veneto che disprezza e assalta la terra mettendo a rischio la salute dei cittadini e danneggiando la catena alimentare è bene guardarci dentro e immergere le mani nei “veleni” individuando responsabilità precise, contiguità politiche e omissioni amministrative. Ora basta, il gruppo del PD regionale attiverà tutti gli strumenti consentiti per il controllo dei lavori finora eseguiti e per la prevenzione di episodi simili nella costruzione delle prossime grandi opere. Bisogna tagliare il cordone ombelicale che lega il Veneto alle ecomafie e isolare quelle poche imprese senza scrupoli che avvelenano il Veneto e che ne minano l’immagine a livello nazionale e internazionale.
Vanno verificate le dimensioni dell’inquinamento (se i rifiuti tossici sono stati spalmati su tutta la tratta o solo in alcuni punti), le procedure delle eventuali opere di bonifica e i costi delle stesse. Chiederemo conto di questi grandi interventi autostradali realizzate con il project financing e che possono nascondere  sorprese come la sepoltura di inquinanti come e peggio che nelle campagne governate dalla Camorra. Come nel caso della prima tratta della metropolitana di superficie, oggetto di fermo dei lavori e poi bonificata.
Il Vicentino e il Veneto vengono colpiti ancora da un episodio gravissimo di inquinamento ambientale. Non dimentichiamo i casi delle concerie della Valle del Chiampo; che per trent’anni i lavoratori della Tricom-PM Galvanica di Tezze sul Brenta hanno inalato i vapori cancerogeni della loro fabbrica, mentre il cromo esavalente penetrava nel terreno inquinando le falde in maniera irreparabile; che a San Pietro di Rosà, a pochi chilometri da Bassano del Grappa, qualche anno fa è sorto un comitato per fermare la costruzione della più grande zincheria d’Europa su un’area verde e su un sito archeologico paleoveneto convertiti in zona industriale. Un caso unico di malapolitica e di malaffare con annesso un traffico di rifiuti tossici interrati durante lo scavo delle fondamenta. Credo che abbia ragione da vendere il senatore Felice Casson quando dice che ci sono pezzi di Marghera in metà delle strade e delle opere del Veneto. Ma, ripeto, o abbiamo il coraggio di affondare le mani in questi “veleni” oppure si sceglie di chiudere gli occhi avvelenando uomini e ambiente consapevolmente.