Fonte Il Gazzettino
16 luglio 2011
(L.Lev.) Volontariato protagonista delle manutenzioni e della pulizia del verde di Rustega. Questa la convenzione stipulata dall'amministrazione comunale con la parrocchia Santa Maria Assunta della frazione. L'accordo avrà una durata sperimentale di un anno, ma Comune e parrocchia hanno già idea di proseguire ripetere la collaborazione anche per i prossimi anni. Quattro i compiti affidati ai volontari: lo sfalcio dell'erba, la manutenzione dei vialetti, la pulizia delle piste ciclabili e delle aree pubbliche. La manutenzione e la pulizia interesserà le aree verdi della frazione per una superficie complessiva di circa 5.500 metri quadri. I volontari utilizzeranno attrezzature della parrocchia che stipulerà una polizza assicurativa. Da parte sua, l'amministrazione comunale erogherà alla parrocchia un contributo annuale. «Siamo riusciti a coinvolgere direttamente gli abitanti di Rustega - spiega il vicesindaco Andrea Gumiero, titolare della delega per la frazione - grazie anche alla sensibilità dimostrata dal parroco don Luciano Marchioretto. Quest'iniziativa dimostra che gli spazi pubblici sono di tutti e se tutti contribuiamo a mantenerli in ordine chi ne trarrà giovamento sono tutti i residenti». «Con quest'accordo - aggiunge l'assessore alle Politiche sociali Sonia Dittadi - prosegue il percorso di promozione delle collaborazioni tra Comune e associazioni di volontariato».
domenica 17 luglio 2011
Pillon: «Una lobby "governa" i rifiuti» - ACEGAS/APS L’ad sull’inceneritore: «Investiti 100 milioni e non ci arriva materiale da bruciare»
Fonte Il Gazzettino
di Marco Giacon
12 luglio 2011
Ora non è più solo la parola di un tecnico, ora c’è anche quella dell’amministratore delegato nonché vicepresidente di AcegasAps, Cesare Pillon che ieri ha espresso tutta la sua preoccupazione e la sua rabbia per una situazione a dir poco "incresciosa". «Abbiamo investito 100 milioni di euro, soldi pubblici dei cittadini dei comuni di Padova e Trieste per fare nascere un termovalorizzatore che desse l’autosufficienza allo smaltimento nel territorio di Padova. Ebbene non ci arrivano i rifiuti che dovremmo avere perchè le discariche sono ancora aperte, anzi, alcune aumentano la capienza. Ho dei sospetti che la lobby delle discariche si stia muovendo contrariamente agli indirizzi di legge che obbligano alla loro chiusura. Noi siamo nati proprio su questo dettato, contenuto nel piano provinciale dei rifiuti del 29 novembre 2004 e nella delibera regionale 59 del novembre dello stesso anno. Di più: siamo stati autorizzati dalla Regione il 21 dicembre del 2009 ad aprire l’impianto. E un inceneritore non si apre se non c’è pianificazione. Si apre solo se quell’inceneritore avrà i rifiuti. Ora sono proprio curioso di vedere che cosa conterrà il nuovo piamo provinciale dei rifiuti in elaborazione. Perché se le discariche non chiudono ma si ampliano c’è da andare in tribunale».
Piccolo riassunto. L’inceneritore ha una capacità giornalierà di 600 tonnellate, esattamente quelle che produce l’intera provincia. Invece ne brucia 350 e le altre deve "trovarle" in giro per la Regione. Questo perché i rifiuti dell’Alta padovana, Bacino 1, non gli sono mai arrivati, anche se doveva riceverli. E non gli arriveranno visto che la discarica di Campodarsego non chiuderà.
«Posso dire che l’azienda farà tutto ciò che le è possibile per il conferimento corretto dei rifiuti» dichiara Pillon. «Comunque è un problema molto ampio. Basti pensare che il bacino Treviso 1 vorrebbe portarci i propri rifiuti, fatto che diminuirebbe per loro di molto la tariffa a cui oggi li smaltiscono, levando un problema a noi, ma le due Province non si mettono d’accordo».
di Marco Giacon
12 luglio 2011
Ora non è più solo la parola di un tecnico, ora c’è anche quella dell’amministratore delegato nonché vicepresidente di AcegasAps, Cesare Pillon che ieri ha espresso tutta la sua preoccupazione e la sua rabbia per una situazione a dir poco "incresciosa". «Abbiamo investito 100 milioni di euro, soldi pubblici dei cittadini dei comuni di Padova e Trieste per fare nascere un termovalorizzatore che desse l’autosufficienza allo smaltimento nel territorio di Padova. Ebbene non ci arrivano i rifiuti che dovremmo avere perchè le discariche sono ancora aperte, anzi, alcune aumentano la capienza. Ho dei sospetti che la lobby delle discariche si stia muovendo contrariamente agli indirizzi di legge che obbligano alla loro chiusura. Noi siamo nati proprio su questo dettato, contenuto nel piano provinciale dei rifiuti del 29 novembre 2004 e nella delibera regionale 59 del novembre dello stesso anno. Di più: siamo stati autorizzati dalla Regione il 21 dicembre del 2009 ad aprire l’impianto. E un inceneritore non si apre se non c’è pianificazione. Si apre solo se quell’inceneritore avrà i rifiuti. Ora sono proprio curioso di vedere che cosa conterrà il nuovo piamo provinciale dei rifiuti in elaborazione. Perché se le discariche non chiudono ma si ampliano c’è da andare in tribunale».
Piccolo riassunto. L’inceneritore ha una capacità giornalierà di 600 tonnellate, esattamente quelle che produce l’intera provincia. Invece ne brucia 350 e le altre deve "trovarle" in giro per la Regione. Questo perché i rifiuti dell’Alta padovana, Bacino 1, non gli sono mai arrivati, anche se doveva riceverli. E non gli arriveranno visto che la discarica di Campodarsego non chiuderà.
«Posso dire che l’azienda farà tutto ciò che le è possibile per il conferimento corretto dei rifiuti» dichiara Pillon. «Comunque è un problema molto ampio. Basti pensare che il bacino Treviso 1 vorrebbe portarci i propri rifiuti, fatto che diminuirebbe per loro di molto la tariffa a cui oggi li smaltiscono, levando un problema a noi, ma le due Province non si mettono d’accordo».
Rifiuti speciali, manca il Piano Più della metà smaltiti altrove
Fonte Il Corriere del Veneto
di Marco Bonet
14 luglio 2011
Nei primi 5 mesi di quest’anno già eguagliate
le esportazioni del 2010. Germania e Cina le destinazioni, costi altissimi. La Regione non si è ancora mossa
VENEZIA - È proprio vero che c’è sempre un Nord più a nord del Nord. Nei giorni in cui il Veneto ribadisce il suo niet alla «monnezza» di Napoli, perché «ciascuno deve pensare ai propri rifiuti» e «non si può sempre pensare di scaricare ad altri le schifezze di casa» e insomma, «chi pensa per sé pensa per tre», l’Agr, l’associazione che riunisce le principali aziende venete che si occupano di smaltimento e recupero, rivela preoccupata che nei primi cinque mesi del 2011 l’esportazione di rifiuti speciali, quelli cioè prodotti dalle imprese venete, è «stata pari a quella registrata in tutto l’arco dell’anno passato» e «il ricorso all’estero continua a essere in vertiginoso aumento ». Anche il Veneto, dunque, ha un Nord a cui chiedere aiuto. Un aiuto lautamente pagato, per di più. La Germania, che da tempo ha intuito le potenzialità del business dello smaltimento, attende infatti a braccia aperte i nostri rifiuti speciali e pericolosi, ossia ceneri e scorie varie, terra e rocce, pneumatici e amianto, per sotterrarli nelle sue miniere di sale abbandonate a 200-350 euro a tonnellata. Ma anche per la Cina siamo un cliente da coccolare, perché lì inviamo container e container di «Raee», una formula che sa di fantascienza e invece indica i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Sono computer, tivù, vecchi videoregistratori ma anche i nuovi, ma già superati, iPad, che loro pigliano, smontano, un po’ buttano e molto recuperano, a un prezzo che varia dai 100 ai 400 euro a tonnellata.
Ogni anno partono dal Veneto dirette a Nord o a Oriente circa 74 mila tonnellate di rifiuti speciali: un decimo del totale prodotto qui (811 mila tonnellate) e circa il 7% dei rifiuti complessivamente esportati da tutte le regioni settentrionali, che insieme coprono quasi il 60% del totale nazionale e, in particolare, quasi l’80% dei rifiuti speciali pericolosi (il Centro si ferma al 6%, il Sud sfiora il 32%). Per inciso: la normativa italiana ed europea vieta il conferimento in discarica di alcuni rifiuti speciali, che devono quindi essere inceneriti. Non avendo però l’Italia inceneritori adeguati e sufficienti, ecco che occorre spedire questi rifiuti all’estero. E lì diventano un problema di chi se li è presi. La nostra immondizia «speciale » la spediamo lontano ma non sempre. Anzi. Dall’elaborazione di Agr si scopre infatti che il Veneto esporta i suoi rifiuti anche in altre regioni italiane e in quantità di gran lunga superiore a quella che importa: il rapporto è di 379 mila tonnellate esportate contro 238 mila importate, dunque con un saldo negativo di 141 mila tonnellate. Sommando le 379 mila inviate oltre Veneto con le 74 mila inviate oltre Italia, se ne ricava che più della metà dei rifiuti pericolosi prodotti qui poi viene smaltita altrove. Il che ha due impatti negativi: il primo sull’ambiente, perché è chiaro che spostare container di amianto da una parte all’altra del Paese non è esattamente un toccasana, il secondo sull’economia perché certo se si smaltisse qui, qui ci sarebbero nuove aziende e nuovi occupati e magari nuovi investimenti nella ricerca e nelle tecnologie del settore.
Il ricorso all’estero, come detto, si rende indispensabile per via della mancanza di impianti adeguati, una situazione aggravata dall’assenza di un Piano regionale, senza il quale la Regione non può rilasciare alcun nullaosta alla costruzione. Il Piano, però, manca all’appello da dieci anni e ancora non si vede all’orizzonte, e difatti i progetti per i due termovalorizzatori presentati da Unindustria Treviso (che pure riguardano rifiuti speciali non pericolosi) giacciono da mesi in un cassetto polveroso della commissione Via. Il presidente di Agr, Salvo Renato Cerruto e il suo vice, Antonio Casotto, hanno incontrato nei giorni scorsi l’assessore all’Ambiente Maurizio Conte proprio per fare il punto sulla stesura del Piano. «Si è trattato di un incontro con risvolti senza dubbio positivi - dice Cerruto - sebbene l’assessore non abbia presentato una bozza e non abbia fissato scadenze. Condividiamo comunque le intenzioni dell’assessore di redigere un Piano unico sia per i rifiuti speciali sia per gli urbani. Due Piani diversi non avrebbero alcun senso». Casotto propone invece di creare un portale, sotto il controllo delle Province, «per disporre in tempo reale di dati affidabili circa la produzione, la movimentazione e il trattamento dei rifiuti. Il portale garantirebbe massima trasparenza e tempestività statistica». Anche sui rifiuti fermi al gate per Pechino.
di Marco Bonet
14 luglio 2011
Nei primi 5 mesi di quest’anno già eguagliate
le esportazioni del 2010. Germania e Cina le destinazioni, costi altissimi. La Regione non si è ancora mossa
VENEZIA - È proprio vero che c’è sempre un Nord più a nord del Nord. Nei giorni in cui il Veneto ribadisce il suo niet alla «monnezza» di Napoli, perché «ciascuno deve pensare ai propri rifiuti» e «non si può sempre pensare di scaricare ad altri le schifezze di casa» e insomma, «chi pensa per sé pensa per tre», l’Agr, l’associazione che riunisce le principali aziende venete che si occupano di smaltimento e recupero, rivela preoccupata che nei primi cinque mesi del 2011 l’esportazione di rifiuti speciali, quelli cioè prodotti dalle imprese venete, è «stata pari a quella registrata in tutto l’arco dell’anno passato» e «il ricorso all’estero continua a essere in vertiginoso aumento ». Anche il Veneto, dunque, ha un Nord a cui chiedere aiuto. Un aiuto lautamente pagato, per di più. La Germania, che da tempo ha intuito le potenzialità del business dello smaltimento, attende infatti a braccia aperte i nostri rifiuti speciali e pericolosi, ossia ceneri e scorie varie, terra e rocce, pneumatici e amianto, per sotterrarli nelle sue miniere di sale abbandonate a 200-350 euro a tonnellata. Ma anche per la Cina siamo un cliente da coccolare, perché lì inviamo container e container di «Raee», una formula che sa di fantascienza e invece indica i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Sono computer, tivù, vecchi videoregistratori ma anche i nuovi, ma già superati, iPad, che loro pigliano, smontano, un po’ buttano e molto recuperano, a un prezzo che varia dai 100 ai 400 euro a tonnellata.
Ogni anno partono dal Veneto dirette a Nord o a Oriente circa 74 mila tonnellate di rifiuti speciali: un decimo del totale prodotto qui (811 mila tonnellate) e circa il 7% dei rifiuti complessivamente esportati da tutte le regioni settentrionali, che insieme coprono quasi il 60% del totale nazionale e, in particolare, quasi l’80% dei rifiuti speciali pericolosi (il Centro si ferma al 6%, il Sud sfiora il 32%). Per inciso: la normativa italiana ed europea vieta il conferimento in discarica di alcuni rifiuti speciali, che devono quindi essere inceneriti. Non avendo però l’Italia inceneritori adeguati e sufficienti, ecco che occorre spedire questi rifiuti all’estero. E lì diventano un problema di chi se li è presi. La nostra immondizia «speciale » la spediamo lontano ma non sempre. Anzi. Dall’elaborazione di Agr si scopre infatti che il Veneto esporta i suoi rifiuti anche in altre regioni italiane e in quantità di gran lunga superiore a quella che importa: il rapporto è di 379 mila tonnellate esportate contro 238 mila importate, dunque con un saldo negativo di 141 mila tonnellate. Sommando le 379 mila inviate oltre Veneto con le 74 mila inviate oltre Italia, se ne ricava che più della metà dei rifiuti pericolosi prodotti qui poi viene smaltita altrove. Il che ha due impatti negativi: il primo sull’ambiente, perché è chiaro che spostare container di amianto da una parte all’altra del Paese non è esattamente un toccasana, il secondo sull’economia perché certo se si smaltisse qui, qui ci sarebbero nuove aziende e nuovi occupati e magari nuovi investimenti nella ricerca e nelle tecnologie del settore.
Il ricorso all’estero, come detto, si rende indispensabile per via della mancanza di impianti adeguati, una situazione aggravata dall’assenza di un Piano regionale, senza il quale la Regione non può rilasciare alcun nullaosta alla costruzione. Il Piano, però, manca all’appello da dieci anni e ancora non si vede all’orizzonte, e difatti i progetti per i due termovalorizzatori presentati da Unindustria Treviso (che pure riguardano rifiuti speciali non pericolosi) giacciono da mesi in un cassetto polveroso della commissione Via. Il presidente di Agr, Salvo Renato Cerruto e il suo vice, Antonio Casotto, hanno incontrato nei giorni scorsi l’assessore all’Ambiente Maurizio Conte proprio per fare il punto sulla stesura del Piano. «Si è trattato di un incontro con risvolti senza dubbio positivi - dice Cerruto - sebbene l’assessore non abbia presentato una bozza e non abbia fissato scadenze. Condividiamo comunque le intenzioni dell’assessore di redigere un Piano unico sia per i rifiuti speciali sia per gli urbani. Due Piani diversi non avrebbero alcun senso». Casotto propone invece di creare un portale, sotto il controllo delle Province, «per disporre in tempo reale di dati affidabili circa la produzione, la movimentazione e il trattamento dei rifiuti. Il portale garantirebbe massima trasparenza e tempestività statistica». Anche sui rifiuti fermi al gate per Pechino.
martedì 12 luglio 2011
All’ecocentro vietate le vendite
Fonte il Gazzettino
di Lorena Levorato
10 luglio 2011
Fino a 500 euro di multa per chi è sorpreso a commercializzare di rifiuti «riutilizzabili» all'ecocentro. Lo stabilisce una nuova ordinanza sindacale che vieta, nelle vicinanze del centro temporaneo di raccolta di via Francia a Peraga, dalle 7.30 alle 15 del sabato, qualsiasi attività di «di scambio, raccolta, recupero, trasporto, smaltimento e commercio di materiale, anche in buono stato, di ogni tipo di materiale, anche se in buono stato, e conferito come rifiuto all'interno e nelle immediate vicinanze del centro». Un provvedimento che ricalca quello già emanato un mese fa, ma che a differenza del precedente non ha più le condizioni della «contingibilità e urgenza». «Rispetto alla precedente ordinanza, è stata eliminata l'applicazione dell'arresto per chi è sorpreso a commercializzare materiali, ancor utilizzabili, all'interno dell'ecocentro o nelle sue vicinanze», ha spiegato il sindaco Nunzio Tacchetto. A base dell'ordinanza, i medesimi requisiti della precedente ovvero le «numerose segnalazioni, pervenute al Comune e all'ufficio ambiente», cui sono seguiti sopralluoghi e accertamenti da parte dei responsabili del settore dei Lavori pubblici. Verifiche ce hanno confermato la presenza il sabato mattina di persone, per lo di robivecchi e cenciaioli, che operano lo scambio e la raccolta di oggetti e materiali da considerarsi rifiuto destinato all'isola ecologica, ma ancora in buono stato. Questi comportamenti sono stati più volte avversati dai cittadini e «simili condotte sono state anche segnalate a Etra, la società che gestisce il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti solidi urbani nel Comune di Vigonza», si legge nel testo dell'ordinanza. Per chi non rispetterà le disposizioni dell'ordinanza, è prevista una sanzione pecuniaria amministrativa da 250 a 500 euro. L'amministrazione comunale, per limitare i disagi creati da veri e propri ecoingorghi del sabato mattina, ha istituito il divieto di sosta temporaneo, il sabato dalle 7 alle 15, nel tratto di parcheggio lato ovest di via Francia, adiacente l'entrata del centro di raccolta dei rifiuti.
di Lorena Levorato
10 luglio 2011
Fino a 500 euro di multa per chi è sorpreso a commercializzare di rifiuti «riutilizzabili» all'ecocentro. Lo stabilisce una nuova ordinanza sindacale che vieta, nelle vicinanze del centro temporaneo di raccolta di via Francia a Peraga, dalle 7.30 alle 15 del sabato, qualsiasi attività di «di scambio, raccolta, recupero, trasporto, smaltimento e commercio di materiale, anche in buono stato, di ogni tipo di materiale, anche se in buono stato, e conferito come rifiuto all'interno e nelle immediate vicinanze del centro». Un provvedimento che ricalca quello già emanato un mese fa, ma che a differenza del precedente non ha più le condizioni della «contingibilità e urgenza». «Rispetto alla precedente ordinanza, è stata eliminata l'applicazione dell'arresto per chi è sorpreso a commercializzare materiali, ancor utilizzabili, all'interno dell'ecocentro o nelle sue vicinanze», ha spiegato il sindaco Nunzio Tacchetto. A base dell'ordinanza, i medesimi requisiti della precedente ovvero le «numerose segnalazioni, pervenute al Comune e all'ufficio ambiente», cui sono seguiti sopralluoghi e accertamenti da parte dei responsabili del settore dei Lavori pubblici. Verifiche ce hanno confermato la presenza il sabato mattina di persone, per lo di robivecchi e cenciaioli, che operano lo scambio e la raccolta di oggetti e materiali da considerarsi rifiuto destinato all'isola ecologica, ma ancora in buono stato. Questi comportamenti sono stati più volte avversati dai cittadini e «simili condotte sono state anche segnalate a Etra, la società che gestisce il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti solidi urbani nel Comune di Vigonza», si legge nel testo dell'ordinanza. Per chi non rispetterà le disposizioni dell'ordinanza, è prevista una sanzione pecuniaria amministrativa da 250 a 500 euro. L'amministrazione comunale, per limitare i disagi creati da veri e propri ecoingorghi del sabato mattina, ha istituito il divieto di sosta temporaneo, il sabato dalle 7 alle 15, nel tratto di parcheggio lato ovest di via Francia, adiacente l'entrata del centro di raccolta dei rifiuti.
«Decidiamo se l’inceneritore è business»
Fonte il Gazzettino
10 luglio 2011
LEGA AL CONTRATTACCO Marcato: «La sinistra e il Comune devono chiarire»
«Ma insomma, dev’essere sempre tutto colpa della Provincia?» Il vicepresidente Roberto Marcato, Lega Nord, che già ne ha di suo visto che domani ci sarà un summit tra Pdl e Lega per decidere sul futuro dell’amministrazione, stavolta sul tema dei rifiuti se la prende con il Comune. «A sinistra ragionano come se loro non c’entrassero mai in niente. Ma non siamo mica noi i proprietari dell’inceneritore del S. Lazzaro, semmai lo è il Comune. Allora l’assessore Silvia Clai dell’IOdv che per cinque anni quando era all’opposizione in Provincia ha chiesto che venisse chiusa la prima linea, faccia lo stesso con il sindaco. E la stessa cosa faccia anche l’assessore all’Ambiente, Alessandro Zan di Sinistra Ecologià Libertà. Si prende il coraggio di dire allo stesso tempo che bisogna chiudere le discariche e ridimensionare l’inceneritore. Ma allora i rifiuti dove li mettiamo?».
Un fatto è certo. «Padova con l’inceneritore ha raggiunto l’autosufficienza nello smaltimento. Ora la politica, noi tutti, dobbiamo interrogarci. Questo impianto serve solo per noi oppure può diventare un business servendo anche altre zone della regione? Perchè se decidiamo questo allora possono andare bene sia le tre linee che le discariche. Ma conferire nell’inceneritore costa di più. Come fare per mantenere inalterata la qualità del servizio nel Bacino Padova 1, quello di Campodarsego, se la discarica dovesse chiudere? Sono domande che dobbiamo porci. La Provincia risponderà con il suo piano e la Regione con il proprio, ma chiedo che anche l’amministrazione di Padova ce lo dica una buona volta. Anche il Comune deve esporsi su questa vicenda. Perché è vero che l’impianto ha una autorizzazione regionale per tre linee ma la scelta se usarle o meno spetta ai proprietari».
10 luglio 2011
LEGA AL CONTRATTACCO Marcato: «La sinistra e il Comune devono chiarire»
«Ma insomma, dev’essere sempre tutto colpa della Provincia?» Il vicepresidente Roberto Marcato, Lega Nord, che già ne ha di suo visto che domani ci sarà un summit tra Pdl e Lega per decidere sul futuro dell’amministrazione, stavolta sul tema dei rifiuti se la prende con il Comune. «A sinistra ragionano come se loro non c’entrassero mai in niente. Ma non siamo mica noi i proprietari dell’inceneritore del S. Lazzaro, semmai lo è il Comune. Allora l’assessore Silvia Clai dell’IOdv che per cinque anni quando era all’opposizione in Provincia ha chiesto che venisse chiusa la prima linea, faccia lo stesso con il sindaco. E la stessa cosa faccia anche l’assessore all’Ambiente, Alessandro Zan di Sinistra Ecologià Libertà. Si prende il coraggio di dire allo stesso tempo che bisogna chiudere le discariche e ridimensionare l’inceneritore. Ma allora i rifiuti dove li mettiamo?».
Un fatto è certo. «Padova con l’inceneritore ha raggiunto l’autosufficienza nello smaltimento. Ora la politica, noi tutti, dobbiamo interrogarci. Questo impianto serve solo per noi oppure può diventare un business servendo anche altre zone della regione? Perchè se decidiamo questo allora possono andare bene sia le tre linee che le discariche. Ma conferire nell’inceneritore costa di più. Come fare per mantenere inalterata la qualità del servizio nel Bacino Padova 1, quello di Campodarsego, se la discarica dovesse chiudere? Sono domande che dobbiamo porci. La Provincia risponderà con il suo piano e la Regione con il proprio, ma chiedo che anche l’amministrazione di Padova ce lo dica una buona volta. Anche il Comune deve esporsi su questa vicenda. Perché è vero che l’impianto ha una autorizzazione regionale per tre linee ma la scelta se usarle o meno spetta ai proprietari».
Per bruciare i rifiuti
Fonte il Gazzettino
di Mauro Giacon
10 luglio 2011
Sembra facile. Chiudere le discariche e portare tutto nell’inceneritore. Ma c’è un piccolo particolare. Scaricare tutto in un buco sottoterra costa meno che portare il rifiuto a bruciare. «Dunque capisco AcegasAps quando dice che l’investimento va remunerato, ma bisogna che lo spieghi anche a Etra, che gestisce la discarica di Campodarsego. Dunque se AcegasAps vuole quei rifiuti dev’essere disposta ad andare incontro a Etra che altrimenti dovrebbe, per portarglieli, aumentare le sue tariffe». È Mauro Fecchio che parla, l’assessore provinciale incaricato di redarre il Piano provinciale dei rifiuti. «Guardi le discariche in provincia sono tre. Quella regionale di S. Urbano che serve per le emergenze. Ma è destinata ad esaurirsi verso il 2017-18. Quella di Campodarsego nella quale Etra vuole conferire altri 100mila metri cubi di spazzature prima di chiuderla, quindi entro qualche anno, e quella della Sesa di este che invece ha chiesto al vecchio consiglio provinciale un ampliamento di 400mila metri cubi». Quest’ultimo sembra francamente una enormità. «Ma mpiuttosto che far partire un camion da Castelbado per farlo scaricare nell’inceneritore meglio così» dice Fecchio con il suo solito spirito pratico. «Per quanto riguarda il Bacino Padova 4 quello della bassa padovana è ipotizzabile portare con poca spesa tutto nel forno. Dunque la situazione va verso un progressivo spostamento dell’equilibrio verso l’inceneritore, ma qualche discarica aperta serve, se non altro per metterci dentro gli scarti prodotti dal forno». Ma il vero problema è un altro. Ci dovrebbe essere un Ato unico che unisca i quattro bacini sotto l’ègida della Provincia. Siccome ancora i poteri non ce li abbiamo ho chiesto ai quattro bacini di ritrovarsi e di mettere a punto una politica armonizzata delle tariffe, perchè è questo il vero nodo che frena il conferimento dei rifiuti nell’inceneritore. Solo così potremmo dare un senso alla nostra autosufficienza nel campo dello smaltimento».
di Mauro Giacon
10 luglio 2011
Sembra facile. Chiudere le discariche e portare tutto nell’inceneritore. Ma c’è un piccolo particolare. Scaricare tutto in un buco sottoterra costa meno che portare il rifiuto a bruciare. «Dunque capisco AcegasAps quando dice che l’investimento va remunerato, ma bisogna che lo spieghi anche a Etra, che gestisce la discarica di Campodarsego. Dunque se AcegasAps vuole quei rifiuti dev’essere disposta ad andare incontro a Etra che altrimenti dovrebbe, per portarglieli, aumentare le sue tariffe». È Mauro Fecchio che parla, l’assessore provinciale incaricato di redarre il Piano provinciale dei rifiuti. «Guardi le discariche in provincia sono tre. Quella regionale di S. Urbano che serve per le emergenze. Ma è destinata ad esaurirsi verso il 2017-18. Quella di Campodarsego nella quale Etra vuole conferire altri 100mila metri cubi di spazzature prima di chiuderla, quindi entro qualche anno, e quella della Sesa di este che invece ha chiesto al vecchio consiglio provinciale un ampliamento di 400mila metri cubi». Quest’ultimo sembra francamente una enormità. «Ma mpiuttosto che far partire un camion da Castelbado per farlo scaricare nell’inceneritore meglio così» dice Fecchio con il suo solito spirito pratico. «Per quanto riguarda il Bacino Padova 4 quello della bassa padovana è ipotizzabile portare con poca spesa tutto nel forno. Dunque la situazione va verso un progressivo spostamento dell’equilibrio verso l’inceneritore, ma qualche discarica aperta serve, se non altro per metterci dentro gli scarti prodotti dal forno». Ma il vero problema è un altro. Ci dovrebbe essere un Ato unico che unisca i quattro bacini sotto l’ègida della Provincia. Siccome ancora i poteri non ce li abbiamo ho chiesto ai quattro bacini di ritrovarsi e di mettere a punto una politica armonizzata delle tariffe, perchè è questo il vero nodo che frena il conferimento dei rifiuti nell’inceneritore. Solo così potremmo dare un senso alla nostra autosufficienza nel campo dello smaltimento».
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«Linea diretta con i sindaci»
Fonte Il Mattino di Padova
di Renzo Mazzaro
9 luglio 2011
VENEZIA. Il gruppo consiliare del Pdl ha avuto un'idea: mettere a disposizione dei sindaci una linea dedicata per comunicazioni con la Regione. Vogliono fare da interlocutori diretti. Uno dice: bello, ma potevano anche pensarci prima. No. I vertici del partito, gelosi dell'iniziativa, hanno messo i bastoni tra le ruote. Vedono un'invasione di campo, una sostituzione di ruolo. I vertici del Pdl Veneto sono Alberto Giorgetti coordinatore e Marino Zorzato vice. Il gruppo in Regione è presieduto da Dario Bond e da Piergiorgio Cortelazzo, vice. Inutile cercare conferme: sembra che tutti siano andati a Mirabello, in quel di Ferrara, non a ballare il tango della gelosia ma ad ascoltare Angelino Alfano che debutta come segretario del Pdl. Alle 18,54 le agenzie informano che l'erede di Berlusconi «è accolto da un'ovazione». Il telefono può suonare, chi lo sente? Meglio confermare che l'incontro con i sindaci si tiene stamattina a Limena, ore 10, nella sala Falcone Borsellino del municipio (via Roma 44). L'invito firmato da Bond e Cortelazzo annuncia anche la presenza di Giorgetti che Zorzato. Nel Pdl vanno due a due. Seguirà pranzo al ristorante «Tirovino», luogo ideale per far pagare il conto al coordinatore di casa, il più affannato a rincorrere i promotori dell'incontro. Tra questi ultimi c'è Leonardo Padrin, primo firmatario di un progetto di legge statale d'iniziativa regionale, per cambiare la legge elettorale, sostenuto da 31 consiglieri di tutti i partiti, esclusi solo i leghisti. Nel Pdl hanno firmato tutti meno, guarda caso, Mauro Mainardi eletto nel listino bloccato e Marino Zorzato, piovuto nel listino addirittura dal parlamento. Tant'è che ancora adesso non rinuncia al titolo di «on.» Padrin, da dove nasce questo progetto di legge? «Dalla volontà di riportare la sovranità nelle mani dell'elettore. Vogliamo che si torni alle preferenze e le persone siano elette indipendentemente dalla posizione in lista. La proposta è sostenuta da uno schieramento trasversale mai registrato prima. Chiunque può prenderne visione in internet cliccando www.scegliamolinoi.com e c'è anche un gruppo in facebook «basta nominati scegliamoli noi». Ridiamo la sovranità al popolo e togliamola alle segreterie dei partiti». Peccato che la proposta di legge vada in mano ad un parlamento di nominati. Difficile sperare che si suicidino. «Noi chiederemo ai sindaci di far approvare dai consigli comunali delle delibere di sostegno. La manderemo a tutti i consiglieri regionali d'Italia. Per quanto ci riguarda l'abbiamo firmata quasi tutti nel Pdl. Senza contare che una convergenza così estesa e trasversale nel Veneto è stupefacente, se si pensa che tre anni fa a sostenere l'abolizione del listino bloccato eravamo solo Bond e io». Bravi, siete stati dei precursori. «I precursori di solito prendono una medaglia alla memoria, noi invece siamo ancora qua. Chiediamo alle altre Regioni di approvare un testo analogo, intendiamo dare vita ad una mobilitazione bipartisan per sconfiggere le caste che si sono impadronite dei partiti e da lì governano il paese. La stessa proposta di abolire il listino bloccato nella legge regionale, è oggi condivisa da tutti». Purtroppo ha a che fare con l'approvazione del nuovo statuto: a che punto siamo dopo 11 anni? «Novità non ce ne sono ma direi che siamo vicini alla chiusura. E' un fatto rivoluzionario che questo cambiamento venga avviato dal partito che governa la Regione, che proprio da noi parta la rivolta contro un sistema di nominati. Il fatto è che sta crescendo nel Paese sta un'onda più grande di quello che pensano a Roma. Le primarie erano sufficenti un anno fa, oggi non bastano più».
di Renzo Mazzaro
9 luglio 2011
VENEZIA. Il gruppo consiliare del Pdl ha avuto un'idea: mettere a disposizione dei sindaci una linea dedicata per comunicazioni con la Regione. Vogliono fare da interlocutori diretti. Uno dice: bello, ma potevano anche pensarci prima. No. I vertici del partito, gelosi dell'iniziativa, hanno messo i bastoni tra le ruote. Vedono un'invasione di campo, una sostituzione di ruolo. I vertici del Pdl Veneto sono Alberto Giorgetti coordinatore e Marino Zorzato vice. Il gruppo in Regione è presieduto da Dario Bond e da Piergiorgio Cortelazzo, vice. Inutile cercare conferme: sembra che tutti siano andati a Mirabello, in quel di Ferrara, non a ballare il tango della gelosia ma ad ascoltare Angelino Alfano che debutta come segretario del Pdl. Alle 18,54 le agenzie informano che l'erede di Berlusconi «è accolto da un'ovazione». Il telefono può suonare, chi lo sente? Meglio confermare che l'incontro con i sindaci si tiene stamattina a Limena, ore 10, nella sala Falcone Borsellino del municipio (via Roma 44). L'invito firmato da Bond e Cortelazzo annuncia anche la presenza di Giorgetti che Zorzato. Nel Pdl vanno due a due. Seguirà pranzo al ristorante «Tirovino», luogo ideale per far pagare il conto al coordinatore di casa, il più affannato a rincorrere i promotori dell'incontro. Tra questi ultimi c'è Leonardo Padrin, primo firmatario di un progetto di legge statale d'iniziativa regionale, per cambiare la legge elettorale, sostenuto da 31 consiglieri di tutti i partiti, esclusi solo i leghisti. Nel Pdl hanno firmato tutti meno, guarda caso, Mauro Mainardi eletto nel listino bloccato e Marino Zorzato, piovuto nel listino addirittura dal parlamento. Tant'è che ancora adesso non rinuncia al titolo di «on.» Padrin, da dove nasce questo progetto di legge? «Dalla volontà di riportare la sovranità nelle mani dell'elettore. Vogliamo che si torni alle preferenze e le persone siano elette indipendentemente dalla posizione in lista. La proposta è sostenuta da uno schieramento trasversale mai registrato prima. Chiunque può prenderne visione in internet cliccando www.scegliamolinoi.com e c'è anche un gruppo in facebook «basta nominati scegliamoli noi». Ridiamo la sovranità al popolo e togliamola alle segreterie dei partiti». Peccato che la proposta di legge vada in mano ad un parlamento di nominati. Difficile sperare che si suicidino. «Noi chiederemo ai sindaci di far approvare dai consigli comunali delle delibere di sostegno. La manderemo a tutti i consiglieri regionali d'Italia. Per quanto ci riguarda l'abbiamo firmata quasi tutti nel Pdl. Senza contare che una convergenza così estesa e trasversale nel Veneto è stupefacente, se si pensa che tre anni fa a sostenere l'abolizione del listino bloccato eravamo solo Bond e io». Bravi, siete stati dei precursori. «I precursori di solito prendono una medaglia alla memoria, noi invece siamo ancora qua. Chiediamo alle altre Regioni di approvare un testo analogo, intendiamo dare vita ad una mobilitazione bipartisan per sconfiggere le caste che si sono impadronite dei partiti e da lì governano il paese. La stessa proposta di abolire il listino bloccato nella legge regionale, è oggi condivisa da tutti». Purtroppo ha a che fare con l'approvazione del nuovo statuto: a che punto siamo dopo 11 anni? «Novità non ce ne sono ma direi che siamo vicini alla chiusura. E' un fatto rivoluzionario che questo cambiamento venga avviato dal partito che governa la Regione, che proprio da noi parta la rivolta contro un sistema di nominati. Il fatto è che sta crescendo nel Paese sta un'onda più grande di quello che pensano a Roma. Le primarie erano sufficenti un anno fa, oggi non bastano più».
venerdì 8 luglio 2011
AITEC La produzione è in calo e i prezzi dei combustibili fossili hanno subìto fortissimi incrementi
I cementieri in crisi puntano sui rifiuti
IL GAZZETTINO Giovedì 23 Giugno 2011,
ROMA - «Il settore delle costruzioni ha perso 25 miliardi in 3 anni, corrispondenti ad un taglio di oltre il 18% dei volumi di attività. Un’ulteriore flessione è prevista nel 2011 (-0,5%)». A sottolinearlo è il presidente di Aitec (Associazione italiana tecnico economica cemento di Confindustria), Alvise Zillo Monte Xillo, aprendo i lavori dell’Assemblea annuale. «Complessivamente, l’industria del cemento risente della stagnazione preoccupante delle costruzioni e non coglie il faticoso recupero dell’economia che è trainato essenzialmente dall’export», ha spiegato il presidente Aitec, precisando che «nel 2010 la produzione di cemento in Italia ha di poco superato le 34 milioni di tonnellate. La distanza dal picco storico dei volumi produttivi del 2006 (quasi 48 milioni di tonnellate) rimane pertanto ancora rilevante, pari a circa il 30%. Anche i consumi di cemento hanno registrato un’analoga contrazione, con un pesante lascito in termini di sovracapacità produttiva. Da circa tre anni - ha sottolineato Zillo - scontiamo la fine del ciclo espansivo delle costruzioni».
«Ad aggravare la situazione anche il fortissimo incremento del costo dei combustibili fossili», osserva Zillo: «Il prezzo del pet-coke è quasi raddoppiato. Inoltre, il prezzo dell’elettricità sta influendo pesantemente sui costi di produzione delle aziende cementiere. I dati evidenziano un incremento della bolletta energetica superiore al 15% rispetto ad inizio 2010».
Le cementerie italiane, spiega l’Aitec, scontano un ulteriore gap competitivo. Infatti esse possono raggiungere solo l’8% di sostituzione calorica dei combustibili fossili con quelli alternativi, come i rifiuti, contro il 61% della Germania, il 38% dell’Austria e il 27% della Francia. «Siamo di fronte ad un doppio paradosso - ha affermato Zillo - il settore cementiero deve subire l’aumento dei combustibili fossili causato dalla ripresa internazionale, della quale non beneficia. In aggiunta sopporta maggiormente l’onere per lo sviluppo delle energie alternative, ma gli viene impedito di sfruttare un’importante fonte alternativa quale il combustibile da rifiuti. Questa doppia penalizzazione si traduce in una forte perdita di competitività rispetto alla concorrenza europea. Che senso ha per un paese come l’Italia, dove molti Comuni sono letteralmente sommersi dai rifiuti - si chiede il presidente - impedire che si sviluppi la tecnologia più semplice di recupero, che l’utilizzo dei rifiuti nelle cementerie e nelle centrali elettriche sparse lungo la Penisola?».
L’industria di settore chiede perciò, come ribadito anche dal vicepresidente Aitec, Carlo Colaiacovo «una chiara politica di sviluppo industriale e infrastrutturale, serietà e certezza dei processi autorizzativi e un maggior senso di responsabilità».
IL GAZZETTINO Giovedì 23 Giugno 2011,
ROMA - «Il settore delle costruzioni ha perso 25 miliardi in 3 anni, corrispondenti ad un taglio di oltre il 18% dei volumi di attività. Un’ulteriore flessione è prevista nel 2011 (-0,5%)». A sottolinearlo è il presidente di Aitec (Associazione italiana tecnico economica cemento di Confindustria), Alvise Zillo Monte Xillo, aprendo i lavori dell’Assemblea annuale. «Complessivamente, l’industria del cemento risente della stagnazione preoccupante delle costruzioni e non coglie il faticoso recupero dell’economia che è trainato essenzialmente dall’export», ha spiegato il presidente Aitec, precisando che «nel 2010 la produzione di cemento in Italia ha di poco superato le 34 milioni di tonnellate. La distanza dal picco storico dei volumi produttivi del 2006 (quasi 48 milioni di tonnellate) rimane pertanto ancora rilevante, pari a circa il 30%. Anche i consumi di cemento hanno registrato un’analoga contrazione, con un pesante lascito in termini di sovracapacità produttiva. Da circa tre anni - ha sottolineato Zillo - scontiamo la fine del ciclo espansivo delle costruzioni».
«Ad aggravare la situazione anche il fortissimo incremento del costo dei combustibili fossili», osserva Zillo: «Il prezzo del pet-coke è quasi raddoppiato. Inoltre, il prezzo dell’elettricità sta influendo pesantemente sui costi di produzione delle aziende cementiere. I dati evidenziano un incremento della bolletta energetica superiore al 15% rispetto ad inizio 2010».
Le cementerie italiane, spiega l’Aitec, scontano un ulteriore gap competitivo. Infatti esse possono raggiungere solo l’8% di sostituzione calorica dei combustibili fossili con quelli alternativi, come i rifiuti, contro il 61% della Germania, il 38% dell’Austria e il 27% della Francia. «Siamo di fronte ad un doppio paradosso - ha affermato Zillo - il settore cementiero deve subire l’aumento dei combustibili fossili causato dalla ripresa internazionale, della quale non beneficia. In aggiunta sopporta maggiormente l’onere per lo sviluppo delle energie alternative, ma gli viene impedito di sfruttare un’importante fonte alternativa quale il combustibile da rifiuti. Questa doppia penalizzazione si traduce in una forte perdita di competitività rispetto alla concorrenza europea. Che senso ha per un paese come l’Italia, dove molti Comuni sono letteralmente sommersi dai rifiuti - si chiede il presidente - impedire che si sviluppi la tecnologia più semplice di recupero, che l’utilizzo dei rifiuti nelle cementerie e nelle centrali elettriche sparse lungo la Penisola?».
L’industria di settore chiede perciò, come ribadito anche dal vicepresidente Aitec, Carlo Colaiacovo «una chiara politica di sviluppo industriale e infrastrutturale, serietà e certezza dei processi autorizzativi e un maggior senso di responsabilità».
sabato 2 luglio 2011
Meno fondi e famiglie in crisi, chiudono le prime scuole cattoliche
Fonte Il Corriere della Sera
2 luglio 2011
di Angela Pederiva
Meno fondi e famiglie in crisi,
chiudono le prime scuole cattoliche
Due materne Treviso. «Presto anche a Padova, Verona e Vicenza». La Fism: a settembre 2mila bimbi senza posto. Appello del vescovo Gardin alla Regione: «Intervenga sul governo per salvarle»
Nelle province di Padova e Treviso, 3 bambini su 4 frequentano le scuole materne parrocchiali (archivio)
Mancano i soldi, chiudono due materne
Via libera a nuovi asili «Ma vi pagate le maestre» .
TREVISO - Fede e carità non le abbandonano, ma la speranza non basta più. La mannaia dei tagli ai contributi si è definitivamente abbattuta sulle scuole paritarie del Veneto, dove secondo le stime della Fism (la Federazione che le raggruppa) sono circa duemila i bambini che da settembre non troveranno più posto nelle materne parrocchiali. Le prime due scuole hanno già annunciato la chiusura nel Trevigiano,madiverse altre sarebbero prossime alla serrata in tutto il Veneto. Fine delle attività, per ora, al patronato Don Bosco di San Polo di Piave e al nido dell’Istituto Zanotti di Treviso. «Ma altri sedici asili nella Marca trevigiana - riferisce Giancarlo Frare, presidente provinciale della Federazione - ridurranno le sezioni e licenzieranno insegnanti. Nulla a che vedere con un crollo delle nascite, bensì con l’insostenibilità delle spese.
E pensare che le materne paritarie del Veneto fanno risparmiare allo Stato 580 milioni di euro, a fronte dei 530 complessivamente stanziati da Roma per gli asili italiani». Quella che si profila appare sempre più come una vera e propria emergenza sociale, destinata ad allargarsi anche al resto del territorio regionale. «Un paio di scuole chiuderanno nel Vicentino - conta Ugo Lessio, presidente veneto della Fism - altrettante nel Padovano e nel Veronese, ancora di più nel Polesine, provincia che soffre parecchio a causa di un’organizzazione su singole sezioni. A differenza di tutte le altre regioni, in Veneto e inparticolare nelle province di Treviso e di Padova tre bambini su quattro vanno all’asilo parrocchiale, siamo cioè di fronte a un caso unico nel suo genere a livello nazionale. Martedì prossimo faremo il punto della situazione nel direttivo regionale, siamo molto preoccupati perché alla crisi di risorse rischia di far seguito una crisi di motivazioni».
In allarme anche le gerarchie ecclesiastiche, tanto che ha preso posizione direttamente monsignor Gianfranco Agostino Gardin, vescovo di Treviso: «Molti parroci si trovano in situazioni tali per cui andare avanti risulta praticamente impossibile. Bisognerà arrivare alla chiusura delle scuole, il che è drammatico, soprattutto se penso alle famiglie giovani e ai genitori che lavorano. Questa preoccupazione ormai toglie il sonno ai sacerdoti. Mi appello alla Regione - continua il vescovo trevigiano - affinché si faccia portavoce di questo problema presso il governo. Davvero credo che i politici dovrebbero farsi carico di questa richiesta, vorrei dire di questa insistenza, perché la questione si risolva, diversamente il pedaggio da pagare sarebbe davvero pesantissimo ». Secca è però la replica di Remo Sernagiotto, assessore regionale al Sociale: «Non voglio più sentir parlare della Fism in riferimento alla Regione. Se le scuole hanno problemi con i Comuni o con lo Stato, se la prendano con loro. Ricordo che sono stato io a stanziare dpprima 12 milioni, poi ad aumentare la dotazione a 14milioni e quindi a confermare quest’ultimo importo. Per le inadempienze di altri non possiamo rispondere noi».
2 luglio 2011
di Angela Pederiva
Meno fondi e famiglie in crisi,
chiudono le prime scuole cattoliche
Due materne Treviso. «Presto anche a Padova, Verona e Vicenza». La Fism: a settembre 2mila bimbi senza posto. Appello del vescovo Gardin alla Regione: «Intervenga sul governo per salvarle»
Nelle province di Padova e Treviso, 3 bambini su 4 frequentano le scuole materne parrocchiali (archivio)
Mancano i soldi, chiudono due materne
Via libera a nuovi asili «Ma vi pagate le maestre» .
TREVISO - Fede e carità non le abbandonano, ma la speranza non basta più. La mannaia dei tagli ai contributi si è definitivamente abbattuta sulle scuole paritarie del Veneto, dove secondo le stime della Fism (la Federazione che le raggruppa) sono circa duemila i bambini che da settembre non troveranno più posto nelle materne parrocchiali. Le prime due scuole hanno già annunciato la chiusura nel Trevigiano,madiverse altre sarebbero prossime alla serrata in tutto il Veneto. Fine delle attività, per ora, al patronato Don Bosco di San Polo di Piave e al nido dell’Istituto Zanotti di Treviso. «Ma altri sedici asili nella Marca trevigiana - riferisce Giancarlo Frare, presidente provinciale della Federazione - ridurranno le sezioni e licenzieranno insegnanti. Nulla a che vedere con un crollo delle nascite, bensì con l’insostenibilità delle spese.
E pensare che le materne paritarie del Veneto fanno risparmiare allo Stato 580 milioni di euro, a fronte dei 530 complessivamente stanziati da Roma per gli asili italiani». Quella che si profila appare sempre più come una vera e propria emergenza sociale, destinata ad allargarsi anche al resto del territorio regionale. «Un paio di scuole chiuderanno nel Vicentino - conta Ugo Lessio, presidente veneto della Fism - altrettante nel Padovano e nel Veronese, ancora di più nel Polesine, provincia che soffre parecchio a causa di un’organizzazione su singole sezioni. A differenza di tutte le altre regioni, in Veneto e inparticolare nelle province di Treviso e di Padova tre bambini su quattro vanno all’asilo parrocchiale, siamo cioè di fronte a un caso unico nel suo genere a livello nazionale. Martedì prossimo faremo il punto della situazione nel direttivo regionale, siamo molto preoccupati perché alla crisi di risorse rischia di far seguito una crisi di motivazioni».
In allarme anche le gerarchie ecclesiastiche, tanto che ha preso posizione direttamente monsignor Gianfranco Agostino Gardin, vescovo di Treviso: «Molti parroci si trovano in situazioni tali per cui andare avanti risulta praticamente impossibile. Bisognerà arrivare alla chiusura delle scuole, il che è drammatico, soprattutto se penso alle famiglie giovani e ai genitori che lavorano. Questa preoccupazione ormai toglie il sonno ai sacerdoti. Mi appello alla Regione - continua il vescovo trevigiano - affinché si faccia portavoce di questo problema presso il governo. Davvero credo che i politici dovrebbero farsi carico di questa richiesta, vorrei dire di questa insistenza, perché la questione si risolva, diversamente il pedaggio da pagare sarebbe davvero pesantissimo ». Secca è però la replica di Remo Sernagiotto, assessore regionale al Sociale: «Non voglio più sentir parlare della Fism in riferimento alla Regione. Se le scuole hanno problemi con i Comuni o con lo Stato, se la prendano con loro. Ricordo che sono stato io a stanziare dpprima 12 milioni, poi ad aumentare la dotazione a 14milioni e quindi a confermare quest’ultimo importo. Per le inadempienze di altri non possiamo rispondere noi».
Rifiuti, a Barbona solo 7 etti a testa
Fonte Il Gazzettino
di Ferdinando Garavello
2 luglio 2011
Signori, si ricicla. Applausi a scena aperta per i dati, diffusi ieri dal Bacino Padova3, riguardanti le informazioni e le medie sulla raccolta di rifiuti nella bassa padovana. Sette Comuni possono vantare più del 75 per cento di «prodotto» riciclabile conferito. Si tratta di Battaglia Terme (77,7%), Vescovana (77,5%), Solesino (77,1%), Piacenza d'Adige (77%) e Vighizzolo d'Este (76,5%). 13 località sono tra il 70% e il 75%, e 14 sono tra il 65% e il 70%. e 3 si attestano tra il 60% e il 65%. La media del bacino si colloca quindi al 70,9%: ai primi posti a livello nazionale.
Il rapporto pubblicato dall'ente sviscera accuratamente ogni aspetto legato alle abitudini dei residenti dell'area a sud del capoluogo, che producono quotidianamente un chilo e tre etti di «scoasse». Ogni abitante della bassa è responsabile, a fine anno, della produzione di quasi mezza tonnellata di rifiuti.
Solesino si merita la medaglia d'oro per chili al giorno pro capite: 2,19. Seguono Piacenza d'Adige (1,88), Monselice (1,74), Megliadino San Fidenzio (1,69) ed Este (1,62). I più virtuosi sono invece gli abitanti di Barbona, che si fermano a quota sette etti. Sotto il chilo rimangono pure Sant'Urbano, Megliadino San Vitale e Arquà Petrarca. Barbona capeggia anche la classifica del minor apporto di secco non riciclabile con un invidiabile pacchettino del peso di due etti al giorno. Vescovana (0,22), Sant'Urbano (0,23), Carceri (0,25) e Megliadino San Vitale (0,25) rimangono abbondantemente sotto la media di bacino, che è circa di 4 etti. Per quanto concerne invece i rifiuti recuperabili la palma va a Solesino, che doppia quasi la media della zona con un chilo e sei etti al dì.
Il documento passa poi a valutare il lavoro in discarica. La parte non riciclabile che viene smaltita nelle strutture è composta dall'80 per cento di secco, dal 9 per cento di ingombranti e dal 6 per cento di materiale da spazzamento. Sul versante del compostaggio l'umido è il 46% mentre il verde è il 53%. I costi per i cittadini sono fra i più bassi del Veneto.
di Ferdinando Garavello
2 luglio 2011
Signori, si ricicla. Applausi a scena aperta per i dati, diffusi ieri dal Bacino Padova3, riguardanti le informazioni e le medie sulla raccolta di rifiuti nella bassa padovana. Sette Comuni possono vantare più del 75 per cento di «prodotto» riciclabile conferito. Si tratta di Battaglia Terme (77,7%), Vescovana (77,5%), Solesino (77,1%), Piacenza d'Adige (77%) e Vighizzolo d'Este (76,5%). 13 località sono tra il 70% e il 75%, e 14 sono tra il 65% e il 70%. e 3 si attestano tra il 60% e il 65%. La media del bacino si colloca quindi al 70,9%: ai primi posti a livello nazionale.
Il rapporto pubblicato dall'ente sviscera accuratamente ogni aspetto legato alle abitudini dei residenti dell'area a sud del capoluogo, che producono quotidianamente un chilo e tre etti di «scoasse». Ogni abitante della bassa è responsabile, a fine anno, della produzione di quasi mezza tonnellata di rifiuti.
Solesino si merita la medaglia d'oro per chili al giorno pro capite: 2,19. Seguono Piacenza d'Adige (1,88), Monselice (1,74), Megliadino San Fidenzio (1,69) ed Este (1,62). I più virtuosi sono invece gli abitanti di Barbona, che si fermano a quota sette etti. Sotto il chilo rimangono pure Sant'Urbano, Megliadino San Vitale e Arquà Petrarca. Barbona capeggia anche la classifica del minor apporto di secco non riciclabile con un invidiabile pacchettino del peso di due etti al giorno. Vescovana (0,22), Sant'Urbano (0,23), Carceri (0,25) e Megliadino San Vitale (0,25) rimangono abbondantemente sotto la media di bacino, che è circa di 4 etti. Per quanto concerne invece i rifiuti recuperabili la palma va a Solesino, che doppia quasi la media della zona con un chilo e sei etti al dì.
Il documento passa poi a valutare il lavoro in discarica. La parte non riciclabile che viene smaltita nelle strutture è composta dall'80 per cento di secco, dal 9 per cento di ingombranti e dal 6 per cento di materiale da spazzamento. Sul versante del compostaggio l'umido è il 46% mentre il verde è il 53%. I costi per i cittadini sono fra i più bassi del Veneto.
Stop a topi e zanzare Etra fa scattare la disinfestazione
Fonte Il Mattino di Padova
26 giugno 2011
CAMPOSAMPIERO. Stop a zanzare e topi: al via gli interventi del servizio di disinfestazione e derattizzazione nell'Alta Padovana (territorio Usl 15 più i comuni di Rubano e Selvazzano). Nel periodo estivo è necessario combattere la diffusione delle zanzare e limitarne la presenza per evitare la trasmissione di virus. Iniziati nei mesi primaverili, con l'arrivo dell'estate quindi si intensificano da parte di Etra e delle Usl gli interventi di disinfestazione nei tombini e nelle alberature lungo strade, parchi pubblici, scuole. Entrambi gli interventi vengono eseguiti tra aprile e settembre in tutte le zone abitate. Per Campodoro, Campodarsego, Borgoricco, Camposampiero, Galliera, Piazzola, San Giorgio in Bosco, Vigodarzere, Vigonza, Villafranca e Tombolo il servizio di disinfestazione viene effettuato anche nelle aree private. Gli interventi sono 2: uno tra giugno e luglio, l'altro ad agosto. Per i restanti comuni l'intervento è limitato alle aree pubbliche. A Etra è affidata anche la derattizzazione con la posa di mangiatoie e bocconi avvelenati.
26 giugno 2011
CAMPOSAMPIERO. Stop a zanzare e topi: al via gli interventi del servizio di disinfestazione e derattizzazione nell'Alta Padovana (territorio Usl 15 più i comuni di Rubano e Selvazzano). Nel periodo estivo è necessario combattere la diffusione delle zanzare e limitarne la presenza per evitare la trasmissione di virus. Iniziati nei mesi primaverili, con l'arrivo dell'estate quindi si intensificano da parte di Etra e delle Usl gli interventi di disinfestazione nei tombini e nelle alberature lungo strade, parchi pubblici, scuole. Entrambi gli interventi vengono eseguiti tra aprile e settembre in tutte le zone abitate. Per Campodoro, Campodarsego, Borgoricco, Camposampiero, Galliera, Piazzola, San Giorgio in Bosco, Vigodarzere, Vigonza, Villafranca e Tombolo il servizio di disinfestazione viene effettuato anche nelle aree private. Gli interventi sono 2: uno tra giugno e luglio, l'altro ad agosto. Per i restanti comuni l'intervento è limitato alle aree pubbliche. A Etra è affidata anche la derattizzazione con la posa di mangiatoie e bocconi avvelenati.
Abbandonano rifiuti: scoperti e multati
Fonte il Mattino di Padova
di Nicola Stievano
11 giugno 2011
CONSELVE. Tolleranza zero nei confronti di chi abbandona rifiuti e controlli a tappeto sui sacchi abbandonati in strada. A partire dal quartiere Donatori di Sangue, nel quale sono già stati individuati alcuni responsabili. Nei giorni scorsi un nuovo controllo da parte degli agenti di polizia locale insieme agli operatori del Bacino Padova 3: i sacchetti di immondizia sono stati aperti alla ricerca di prove per risalire ai «colpevoli». E subito ci sono stati i primi riscontri. «Da tempo stiamo tenendo sotto controllo il quartiere - spiega il sindaco Antonio Ruzzon - e abbiamo già individuato alcune persone che si sono distinte per la propria inciviltà. Si tratta sia di cittadini italiani che stranieri, residenti nei condomini dello stesso quartiere. Saranno multati e lo stesso accadrà a chi continuerà ad abbandonare i rifiuti. Periodicamente abbiamo anche ripulito i marciapiedi occupati dall'immondizia ma l'obiettivo è quello di fare in modo che questi gesti per nulla rispettosi degli altri residenti e degli spazi pubblici non si ripetano». «Nel quartiere - aggiunge il sindaco - al momento mancano le telecamere di videosorveglianza, siamo in attesa di altri fondi per installarle, ma ciò non ci impedisce di tenere la zona sotto controllo, come altri punti della città che abbiamo passato al setaccio in questi giorni. Con la collaborazione del Bacino Padova 3 continueremo finché non avremo individuato tutti i responsabili».
di Nicola Stievano
11 giugno 2011
CONSELVE. Tolleranza zero nei confronti di chi abbandona rifiuti e controlli a tappeto sui sacchi abbandonati in strada. A partire dal quartiere Donatori di Sangue, nel quale sono già stati individuati alcuni responsabili. Nei giorni scorsi un nuovo controllo da parte degli agenti di polizia locale insieme agli operatori del Bacino Padova 3: i sacchetti di immondizia sono stati aperti alla ricerca di prove per risalire ai «colpevoli». E subito ci sono stati i primi riscontri. «Da tempo stiamo tenendo sotto controllo il quartiere - spiega il sindaco Antonio Ruzzon - e abbiamo già individuato alcune persone che si sono distinte per la propria inciviltà. Si tratta sia di cittadini italiani che stranieri, residenti nei condomini dello stesso quartiere. Saranno multati e lo stesso accadrà a chi continuerà ad abbandonare i rifiuti. Periodicamente abbiamo anche ripulito i marciapiedi occupati dall'immondizia ma l'obiettivo è quello di fare in modo che questi gesti per nulla rispettosi degli altri residenti e degli spazi pubblici non si ripetano». «Nel quartiere - aggiunge il sindaco - al momento mancano le telecamere di videosorveglianza, siamo in attesa di altri fondi per installarle, ma ciò non ci impedisce di tenere la zona sotto controllo, come altri punti della città che abbiamo passato al setaccio in questi giorni. Con la collaborazione del Bacino Padova 3 continueremo finché non avremo individuato tutti i responsabili».
Monitorati antenne e tralicci dell'alta tensione
Fonte il Mattino di Padova
di Cristina Salvato
11 giugno 2011
ALBIGNASEGO. Antenne e tralicci dell'alta tensione tenuti sott'occhio nei prossimi mesi: è in via di definizione un piano per monitorare i livelli d'emissione delle antenne di telefonia nel territorio e delle linee d'alta tensione che l'attraversano. I dati già rilevati su due antenne mostrano che i livelli di emissioni sono ampiamente entro i limiti previsti dalla legge. «Ad aprile il nostro Comune ha assegnato un incarico triennale allo studio d'ingegneria Sinpro Ambiente Srl - precisa l'assessore al'Ambiente Filippo Montin -. L'incarico prevede che lo studio rilevi i valori relativi ai campi elettromagnetici ad alta frequenza prodotti dagli impianti della telefonia mobile e quelli a bassa frequenza prodotti da elettrodotti». Già un rilevamento è stato eseguito il mese scorso in un'abitazione privata in via Monte Sabotino: i valori medi si attestano su 0.22 V/m con un picco massimo di 1.22 (quindi ampiamente sotto i limiti, perché i valori previsti dalla normativa vanno dai 6 V/m e 20 V/m). Il piano d'interventi prevede che siano monitorate tutte le antenne: se comunque qualche residente fosse interessato a far eseguire una misurazione presso la propria abitazione, può inviare una richiesta all'indirizzo mail ambiente@obizzi.it, indicando l'indirizzo dell'abitazione, la distanza approssimativa da antenne o elettrodotti, la disponibilità di una terrazza ove posizionare l'antenna e il piano dell'abitazione. La ditta valuterà la richiesta e l'effettiva utilità della misurazione. Il posizionamento della centralina durerà circa 4 settimane e non necessita di collegamento elettrico, perchè la centralina di rilevamento è alimentata a panelli solari. Anche l'Arpav ha provveduto a marzo a rilevare i valori di un'antenna in via Cavuor, risultata anch'essa ampiamente sotto i limiti di legge. I dati sono visibili sul sito del Comune.
di Cristina Salvato
11 giugno 2011
ALBIGNASEGO. Antenne e tralicci dell'alta tensione tenuti sott'occhio nei prossimi mesi: è in via di definizione un piano per monitorare i livelli d'emissione delle antenne di telefonia nel territorio e delle linee d'alta tensione che l'attraversano. I dati già rilevati su due antenne mostrano che i livelli di emissioni sono ampiamente entro i limiti previsti dalla legge. «Ad aprile il nostro Comune ha assegnato un incarico triennale allo studio d'ingegneria Sinpro Ambiente Srl - precisa l'assessore al'Ambiente Filippo Montin -. L'incarico prevede che lo studio rilevi i valori relativi ai campi elettromagnetici ad alta frequenza prodotti dagli impianti della telefonia mobile e quelli a bassa frequenza prodotti da elettrodotti». Già un rilevamento è stato eseguito il mese scorso in un'abitazione privata in via Monte Sabotino: i valori medi si attestano su 0.22 V/m con un picco massimo di 1.22 (quindi ampiamente sotto i limiti, perché i valori previsti dalla normativa vanno dai 6 V/m e 20 V/m). Il piano d'interventi prevede che siano monitorate tutte le antenne: se comunque qualche residente fosse interessato a far eseguire una misurazione presso la propria abitazione, può inviare una richiesta all'indirizzo mail ambiente@obizzi.it, indicando l'indirizzo dell'abitazione, la distanza approssimativa da antenne o elettrodotti, la disponibilità di una terrazza ove posizionare l'antenna e il piano dell'abitazione. La ditta valuterà la richiesta e l'effettiva utilità della misurazione. Il posizionamento della centralina durerà circa 4 settimane e non necessita di collegamento elettrico, perchè la centralina di rilevamento è alimentata a panelli solari. Anche l'Arpav ha provveduto a marzo a rilevare i valori di un'antenna in via Cavuor, risultata anch'essa ampiamente sotto i limiti di legge. I dati sono visibili sul sito del Comune.
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