Fonte . IL Gazzettino
Martedì 18 Gennaio 2011, Il completamento entro l’anno della ristrutturazione dell’ospedale S. Antonio e l’inaugurazione della piastra psichiatrica; il varo definitivo (appena il ministero recepirà l’innovazione tecnologica padovana) della ricetta elettronica; la suddivisione di competenze e specialità (siglata tre giorni fa in un nuovo protocollo) tra Ulss 16 (ospedale Sant’Antonio) e l’Azienda ospedaliera (ospedale Civile e Policlinico universitario), per evitare duplicazioni di servizi e dispersione di risorse, ed ottimizzare invece ancor più la sanità padovana.
Questi i punti salienti nell’agenda di Fortunato Rao, direttore dell’Ulss numero 16, la più popolosa del Veneto, con i suoi 490 mila abitanti assistiti, e anche una delle più "apprezzate", stando all’indagine svolta pochi mesi fa dall’Agenzia regionale per i servizi sanitari, che ha stabilito come proprio il Sant’Antonio sia il più gradito dai pazienti su scala veneta.
Soddisfatto, direttore?
«Beh, certamente. Non nascondo che i giudizi dei pazienti sono quelli che stimo di più».
Ed è noto che lei considera il Sant’Antonio
(vedi scheda, ndr) un vero punto di riferimento. I lavori di ristrutturazione sono a buon punto?
«Direi di sì. Tra l’altro, stiamo vedendo di bypassare i ritardi che potrebbero derivare dai recenti problemi di una delle imprese edili impegnate. In ogni caso, gli interventi più importanti sono stati la costruzione della piastra di psichiatria, che ospiterà anche ambulatori e servizi diversi; i due parcheggi, uno interno ed uno esterno; e poi ancora l’ingresso, l’impiantistica, l’antisismica, e il nono piano, dove andrà parte degli ambulatori».
Interventi importanti...
«Che si sommano a quanto già fatto. In sette anni abbiamo rivoltato il Sant’Antonio di sana pianta, per renderlo più sicuro e funzionale».
Poco tempo fa, era stata avanzata anche l’ipotesi di annettere il S. Antonio all’Azienda, in maniera di poter meglio coordinare attività e risorse. È un’idea superata?
«Direi di sì, superata dai fatti. Proprio tre giorni fa, Ulss e Azienda ospedaliera hanno siglato un protocollo che non affida più alla "buona volontà" dei singoli le ripartizioni dei servizi e delle competenze, ma mette i paletti che definiscono le attività».
Cosa significa, in concreto?
«Che è assurdo che il S. Antonio tenti di competere con l’Azienda ad esempio su certe chirurgie d’eccellenza, sulla ricerca, su specialità esasperate e di nicchia. Così come è insensato pretendere dall’Azienda quell’assistenza diffusa che solo l’Ulss può garantire. Per ottimizzare la sanità pubblica, occorre che il sistema territoriale provveda al primo livello di assistenza, e l’Azienda pensi all’alta specializzazione, la chirurgia, le prestazioni elettive».
Insomma, un primo, vero protocollo che eviterà a tutti di pestarsi i piedi?
«È un progetto che immagino possa essere il futuro delle aziende integrate. Ci si divide le sfere di competenza, ottimizzando le risorse e creando percorsi facilitati per i pazienti. Abbiamo messo insieme anche le strade della domiciliazione dei malati, cercando sinergie anche con i medici di famiglia. È un triage, uno smistamento sanitario che porta all’ottimizzazione e al contenimento dei costi. Da una parte insomma le acuzie elevate, Azienda, dall’altra l’integrazione assistenziale sul territorio, Ulss.».
Territorio che vede già la presenza Ulss fortemente decentrata?
«Certamente. Ad esempio con l’ospedale Ai Colli, diventato davvero una struttura importante, e riferimento per numerosi servizi, specie per quelli da "hospital-day"».
Oggi com’è strutturato?
«È un polo socio sanitario con 14 specialità, e con attività territoriali, dal centro trasfusionale alla medicina dello sport, ad una piccola sezione RSA, la diabetologia, le degenze per anziani, alla riabilitazione cardiologica, con 700 persone in carico, la sezione per la disabilità mentale, quella per la prevenzione del suicidio giovanile. È grazie a poli come questo che si riesce a spostare la cura dalla fase acuta a quella preventiva».
Un avamposto che consente di drenare l’afferenza dei pazienti al Sant’Antonio?
«Più o meno. È un primo grado: dove si può, è sempre meglio evitare la spedalizzazione vera e propria del paziente, e per l’integrità della persona, e per abbattere gli elevati costi del posto-letto ospedaliero».
Quindi, riduzione del personale e aumento di prestazioni?
«L’Ulss 16 ha il dato assoluto più basso nel costo personale-abitanti. Il Sant’Antonio è già stato giudicato il meno costoso d’Italia, in proporzione alle degenze. E questo grazie al decentramento, allo smistamento dei servizi nel territorio, all’informatizzazione della burocrazia sanitaria».
I veri avamposti dell’Ulss, comunque, restano sempre i medici di base?
«Sono loro le prime sentinelle, insieme con i distretti
(vedi scheda, ndr), anche questi interamente rivisitati».
E per la medicina di base, si diceva, vi siete attrezzati con tecnologia ipermoderna.
«Sì: abbiamo anche vinto il "premio innovazione" della Bocconi. Noi abbiamo "innovato" a partire dal ritiro dei referti, che già avviene in buona parte on-line. Ma abbiamo anche elaborato l’interfaccia necessaria per le ricette elettroniche: il medico di base prescrive on-line il medicinale, ed invia la "e-ricetta" direttamente alla farmacia indicata dal paziente. Basta problemi di lettura difficile della prescrizione, basta farmaci "non disponibili", basta errori, basta fustelle. Però...».
Qualche problema?
«Noi saremmo pronti, ma il ministero non ci dà ancora l’autorizzazione. Evidentemente, non tutti gli anelli della catena sono adeguati da un punto di vista informatico. E dire che lo stesso sistema consente anche le prenotazioni di visite specialistiche o di esami di laboratorio, procedura che già parzialmente avviene...».
Cioè?
«Sempre on-line, lo stesso medico di base può verificare le liste d’attesa e prenotare la prestazione per il suo paziente nell’ospedale più rapidamente disponibile».
Già tutti i medici di famiglia sono collegati?
«No, circa i due terzi. Ma che usano il sistema sono solo un centinaio. Stiamo, comunque, studiando le giuste "incentivazioni"».
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