Fonte Il Mattino di Padova
23 febbraio 2012
Salvato dalla prescrizione? O semplicemente prosciolto perché è
decorso troppo tempo per l’esercizio dell’azione penale e - come prevede
la legge - non si è potuto entrare nel merito processuale per stabilire
l’ estraneità ai fatti contestati. Il risultato, comunque, non cambia
per l’imputato: sentenza di non doversi procedere a carico di Maurizio
Francescon, 59enne di Solesino, attuale direttore di Confesercenti
Padova, accusato di omesse ritenute del sostituto d’imposta per un
importo di 100.871 in qualità di legale rappresentante di Cescot Veneto,
un centro di formazione nel settore del turismo. A difenderlo
l’avvocato Carlo Cappellaro. Ieri l’udienza prevista davanti al giudice
Domenica Gambardella che, assente per motivi personali, è stata
sostituita dal collega Claudio Elampini. E quest’ultimo, preso atto dei
documenti, per ragioni di economia processuale ha emesso la sentenza di
proscioglimento dopo aver accertato che era maturato il termine della
prescrizione. L’inchiesta era stata avviata dal pm Paolo Luca in seguito
a un controllo dell’Agenzia delle Entrate,dal quale risultava il
mancato versamento del sostituto d’imposta nei termini per la
dichiarazione annuale: la società che riceve prestazioni da
collaboratori esterni non legati da un rapporto di lavoro dipendente,
infatti, è tenuta a versare delle somme al Fisco a titolo d’imposta. Il
direttore Francescon, tuttora al vertice di Cescot, spiega l’accaduto:
«Il centro di formazione utilizza contributi pubblici per la sua
attività. E nel 2004 quei fondi sono stati erogati in ritardo: anziché
saldare le ritenute d’imposta a marzo, lo abbiamo fatto tra settembre e
ottobre. Poiché si trattava di somme superiori ai 50 mila euro, è
scattato il penale. Non è piacevole quanto successo, ma è stato il
ritardo dei contributi che ha fatto slittare la liquidazione delle
imposte».
Cristina Genesin
La
gravità dei fatti riportati dall’”Espresso” sui rifiuti tossici e sugli
scarti fonderia utilizzati nella costruzione dell’Autostrada Valdastico –
qualora confermati – merita non solo una riflessione ma un’iniziativa
forte da parte delle istituzioni regionali. Su questo tema che riguarda
il territorio veneto e la salute di tutti i cittadini veneti una cosa
voglio dirla con chiarezza: su questo lato oscuro del Veneto che
disprezza e assalta la terra mettendo a rischio la salute dei cittadini e
danneggiando la catena alimentare è bene guardarci dentro e immergere
le mani nei “veleni” individuando responsabilità precise, contiguità
politiche e omissioni amministrative. Ora basta, il gruppo del PD
regionale attiverà tutti gli strumenti consentiti per il controllo dei
lavori finora eseguiti e per la prevenzione di episodi simili nella
costruzione delle prossime grandi opere. Bisogna tagliare il cordone
ombelicale che lega il Veneto alle ecomafie e isolare quelle poche
imprese senza scrupoli che avvelenano il Veneto e che ne minano
l’immagine a livello nazionale e internazionale.
Vanno verificate le dimensioni
dell’inquinamento (se i rifiuti tossici sono stati spalmati su tutta la
tratta o solo in alcuni punti), le procedure delle eventuali opere di
bonifica e i costi delle stesse. Chiederemo conto di questi grandi
interventi autostradali realizzate con il project financing e che
possono nascondere sorprese come la sepoltura di inquinanti come e
peggio che nelle campagne governate dalla Camorra. Come nel caso della
prima tratta della metropolitana di superficie, oggetto di fermo dei
lavori e poi bonificata.
Il Vicentino e il Veneto vengono colpiti
ancora da un episodio gravissimo di inquinamento ambientale. Non
dimentichiamo i casi delle concerie della Valle del Chiampo; che per
trent’anni i lavoratori della Tricom-PM Galvanica di Tezze sul Brenta
hanno inalato i vapori cancerogeni della loro fabbrica, mentre il cromo
esavalente penetrava nel terreno inquinando le falde in maniera
irreparabile; che a San Pietro di Rosà, a pochi chilometri da Bassano
del Grappa, qualche anno fa è sorto un comitato per fermare la
costruzione della più grande zincheria d’Europa su un’area verde e su un
sito archeologico paleoveneto convertiti in zona industriale. Un caso
unico di malapolitica e di malaffare con annesso un traffico di rifiuti
tossici interrati durante lo scavo delle fondamenta. Credo che abbia
ragione da vendere il senatore Felice Casson quando dice che ci sono
pezzi di Marghera in metà delle strade e delle opere del Veneto. Ma,
ripeto, o abbiamo il coraggio di affondare le mani in questi “veleni”
oppure si sceglie di chiudere gli occhi avvelenando uomini e ambiente
consapevolmente.