Fonte la Piazza web
29-03-2012 | Pubblico e interesse
all’incontro organizzato dall’associazione “Il Moraro” sul continuo
aumento delle tariffe dei rifiuti. Nel corso della serata si è appreso
che a marzo, la giunta del comune di Bagnoli sottoscriverà l’annuale
contratto con il Bacino Padova Tre per la raccolta, il riciclo e lo
smaltimento dei rifiuti, stabilendo le nuove tariffe per l’anno 2012.
Nel 2011 il contratto prevedeva aumenti limitati tra il 2-3% ed il costo
complessivo sarebbe dovuto passare da 318 mila euro del 2010 ai 340
mila nel 2011. Purtroppo invece gli aumenti reali sono stati
contabilizzati in un minimo del +15 % ad oltre il 40%.
I relatori della serata hanno evidenziato alcune delle operazioni che
contribuiscono all’aumento dei costi sostenuti dalle famiglie.
Innanzitutto ogni anno nel comune di Bagnoli si segnalano mancati
pagamenti e crediti inesigibili pari a due-tre mila euro e bilanci
negativi, come nel 2010, di circa 8 mila euro. Tali cifre vengono
inserite negli anni successivi e divise tra tutte le utenze. La stessa
operazione viene applicata anche per le utenze che si trasferiscono in
altri comuni o cessano. Caso clamoroso la chiusura nel 2009 della base
aeronautica di S. Siro che pagava ogni anno quasi 10 mila euro. Tale
somma è stata recuperata tra tutte le utenze nel bilancio 2010 e rimane
anche nei bilanci successivi.
Nel 2011 il costo per la sola bollettazione e fatturazione è stato di
quasi 70 mila euro (circa 45 euro per utenza). Inoltre si è fatto notare
che lo scorso 3 novembre la giunta comunale di Bagnoli ha approvato una
delibera per l’utilizzo di un veicolo di proprietà del Bacino Padova
Tre per il servizio di pulizia urbana. A quanto sembra il veicolo nuovo
sarà acquistato dal Bacino Padova Tre e il suo costo verrà inserito nel
piano finanziario dei rifiuti del Comune di Bagnoli, da quest’anno fino
al 2018 (diviso fra le utenze di Bagnoli). Si deve tener conto poi che
nel calcolo della tariffa è compresa anche la raccolta dei rifiuti
abbandonati lungo le strade e nella zona industriale. Dallo scorso anno è
stato anche messo in funzione un apposito servizio su chiamata dei
cittadini denominato “Città pulita” che non sembra dare comunque grandi
frutti e presenta ancora alcune “falle” nel recupero dei rifiuti
abbandonati.
martedì 22 maggio 2012
sabato 19 maggio 2012
Atti trasmessi in Procura, Parco nei guai
Fonte Il Mattino di Padova
di Cristina Genesin
11 maggio 2012
MONSELICE. C’è già un’inchiesta aperta sul progetto di revamping, l’ammodernamento dell’impianto Italcementi di Monselice che prevede l’abbattimento di tre forni e la costruzione di un unico altoforno di 89 metri. È sul tavolo del pubblico ministero padovano Federica Baccaglini (al momento il fascicolo è senza indagati): ne consegue che a lei, probabilmente, finiranno gli atti trasmessi in procura dal Tar del Veneto con la sentenza dell’altro ieri che ha stoppato l’iter del progetto, bocciando i due fondamentali provvedimenti autorizzativi del revamping, l’autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Parco Colli il 13 dicembre 2010 e la delibera 316 della giunta della Provincia di Padova del 29 dicembre 2010.
A far decollare l’inchiesta era stato un esposto presentato il 26 dicembre 2011 dal comitato “E noi?”, assistito dall’avvocato Maria Pia Rizzo che, a questo punto, già preannuncia di depositare a giorni una memoria «per portare a conoscenza del pm Baccaglini questi ultimi provvedimenti giudiziari».
«La sentenza del Tar che ha accolto il ricorso del Comune di Baone ci dà pienamente ragione e fa i nostri stessi rilievi» sottolinea l’avvocato Rizzo, «Non solo sostiene che il revamping è in contrasto con le norme di tutela del Piano ambientale e di quello Paesaggistico. Ma aggiunge che il progetto di revamping è stato adottato in violazione delle norme di tutela ambientale del Parco Colli, è stato disposto in mancanza di un progetto unitario fra i Comuni coinvolti come previsto dalla legge regionale e, in più, con il parere negativo della Commissione tecnica del Parco».
Il legale rileva che il Comitato aveva denunciato «una serie di violazioni procedimentali attraverso le quali si è arrivati all’adozione del revamping. Quindi prendo atto con soddisfazione della pronuncia del Tar che ha rimesso gli atti alla procura per valutare eventuali reati, in particolare l’abuso d’ufficio. È quanto era stato richiesto anche dal comitato “E noi?”» commenta, «Con l’esposto abbiamo sollecitato la verifica della correttezza e della liceità di tutto l’iter procedimentale destinato a dare il via al revamping che non è una modernizzazione dell’esistente, ma un vero e proprio nuovo progetto». Un progetto simile è stato fatto dall’Italcementi negli Stati Uniti a Martinsburg in West Virginia.
di Cristina Genesin
11 maggio 2012
MONSELICE. C’è già un’inchiesta aperta sul progetto di revamping, l’ammodernamento dell’impianto Italcementi di Monselice che prevede l’abbattimento di tre forni e la costruzione di un unico altoforno di 89 metri. È sul tavolo del pubblico ministero padovano Federica Baccaglini (al momento il fascicolo è senza indagati): ne consegue che a lei, probabilmente, finiranno gli atti trasmessi in procura dal Tar del Veneto con la sentenza dell’altro ieri che ha stoppato l’iter del progetto, bocciando i due fondamentali provvedimenti autorizzativi del revamping, l’autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Parco Colli il 13 dicembre 2010 e la delibera 316 della giunta della Provincia di Padova del 29 dicembre 2010.
A far decollare l’inchiesta era stato un esposto presentato il 26 dicembre 2011 dal comitato “E noi?”, assistito dall’avvocato Maria Pia Rizzo che, a questo punto, già preannuncia di depositare a giorni una memoria «per portare a conoscenza del pm Baccaglini questi ultimi provvedimenti giudiziari».
«La sentenza del Tar che ha accolto il ricorso del Comune di Baone ci dà pienamente ragione e fa i nostri stessi rilievi» sottolinea l’avvocato Rizzo, «Non solo sostiene che il revamping è in contrasto con le norme di tutela del Piano ambientale e di quello Paesaggistico. Ma aggiunge che il progetto di revamping è stato adottato in violazione delle norme di tutela ambientale del Parco Colli, è stato disposto in mancanza di un progetto unitario fra i Comuni coinvolti come previsto dalla legge regionale e, in più, con il parere negativo della Commissione tecnica del Parco».
Il legale rileva che il Comitato aveva denunciato «una serie di violazioni procedimentali attraverso le quali si è arrivati all’adozione del revamping. Quindi prendo atto con soddisfazione della pronuncia del Tar che ha rimesso gli atti alla procura per valutare eventuali reati, in particolare l’abuso d’ufficio. È quanto era stato richiesto anche dal comitato “E noi?”» commenta, «Con l’esposto abbiamo sollecitato la verifica della correttezza e della liceità di tutto l’iter procedimentale destinato a dare il via al revamping che non è una modernizzazione dell’esistente, ma un vero e proprio nuovo progetto». Un progetto simile è stato fatto dall’Italcementi negli Stati Uniti a Martinsburg in West Virginia.
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Il Tar accoglie il ricorso dei Comuni
Fonte Il Mattino di Padova
di Nicola Cesaro
12 maggio 2012
MONSELICE. «Una sentenza che demolisce i procedimenti di autorizzazione del revamping». Usano queste parole Giancarlo Piva e Francesco Corso, sindaci di Este e di Baone, nell’annunciare il pronunciamento del Tar Veneto sul ricorso dei due Comuni contro il progetto di revamping di Italcementi. Ieri il tribunale amministrativo veneto ha infatti pubblicato la sentenza 651/2012 che accoglie il ricorso del Comune di Baone (la 652, quella che dovrebbe accogliere anche il ricorso di Este, non è stata ancora pubblicata ma dovrebbe avere lo stesso esito) e che annulla clamorosamente due documenti fondamentali per la realizzazione del revamping. Il cui iter, di fatto, subisce un nuovo pesante stop.
La sentenza. La sentenza del Tar annulla l'autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Parco Colli il 13 dicembre 2010 e la delibera 316 della giunta della Provincia di Padova, approvata il 29 dicembre 2010 e che dava giudizio di compatibilità ambientale per il progetto. Contestualmente, il tribunale ha condannato il Parco Colli al pagamento delle spese processuali (per un totale di 4 mila euro) a favore dei ricorrenti. Non solo. Il Tar chiede la trasmissione della sentenza alla Procura di Padova, «ai fini di della verifica se l’illegittimo rilascio dell’autorizzazione paesaggistica impugnata abbia comportato la commissione di reati, in specie di abuso d’ufficio».
Le motivazioni. Il Tar sottolinea innanzi tutto che la sentenza del Consiglio di Stato numero 1185/2012 (quella che aveva rigettato il ricorso proposto da cittadini e comitati contro gli atti che hanno autorizzato il revamping) non influenza il giudizio di cui si sta trattando, visto che i ricorsi sono proposti da parti distinte (comitati prima e Comuni adesso). Venendo al tema vero e proprio, «il collegio osserva che il progetto autorizzato si pone in contrasto con le norme di tutela del Piano Ambientale» si legge nel dispositivo del Tar, che ricorda come «il primo comma dell’articolo 19 del Piano stabilisce che le cementerie non possono essere ubicate all’interno del perimetro del Parco».
Il tribunale sottolinea inoltre come interventi del genere non possano essere avviati solo «sulla base dell’avvenuta stipula delle convenzioni». Viene poi evidenziato un paradosso: «Con l’autorizzazione paesaggistica si afferma che l’intervento autorizzato è incompatibile con la tutela del paesaggio, ma diventa compatibile se la durata del ciclo produttivo conseguente all’intervento viene limitata a 28 anni». Che tradotto e semplificato vuol dire: perché un intervento diventa incompatibile tra 28 anni e non da subito?
Il Parco. Il tribunale va giù pesante sul Parco Colli. Secondo il Tar, il presidente dell’ente Chiara Matteazzi (ora non più in carica, ndr) nel rilasciare l’autorizzazione ha «adottato una determinazione in contrasto col parere della Commissione Tecnica. Doveva, prima della firma dell’atto, riproporre la questione alla commissione per fare conoscere le motivazioni da lei adottate», come previsto dal regolamento dell’ente. Il Tar va oltre e condanna anche un altro aspetto: il milione di euro promesso da Italcementi per far approvare il revamping: «La convenzione prevede che Italcementi versi all’ente Parco, per interventi di interesse pubblico volti al miglioramento di aree compromesse nonché alla messa in sicurezza di fronti collinari, la somma di un milione di euro. Si tratta di una cifra cospicua, non imposta da disposizioni di legge» e ancora «Si pone conseguentemente il dubbio che la somma costituisca un motivo di persuasione, affinché il presidente del Parco procedesse al rilascio dell’autorizzazione paesaggistica anche a costo di rilasciare un’autorizzazione illegittima». Da qui il vizio di eccesso di potere e la trasmissione degli atti alla Procura. Il Tar bacchetta anche la Soprintendenza, rea di non aver espresso alcun parere concreto sul revamping. «Ora ci aspettiamo che il Parco Colli ritorni al di sopra delle parti e che giochi questa partita senza indossare la maglia dell’Italcementi», è l’auspicio di Piva e Corso.
di Nicola Cesaro
12 maggio 2012
MONSELICE. «Una sentenza che demolisce i procedimenti di autorizzazione del revamping». Usano queste parole Giancarlo Piva e Francesco Corso, sindaci di Este e di Baone, nell’annunciare il pronunciamento del Tar Veneto sul ricorso dei due Comuni contro il progetto di revamping di Italcementi. Ieri il tribunale amministrativo veneto ha infatti pubblicato la sentenza 651/2012 che accoglie il ricorso del Comune di Baone (la 652, quella che dovrebbe accogliere anche il ricorso di Este, non è stata ancora pubblicata ma dovrebbe avere lo stesso esito) e che annulla clamorosamente due documenti fondamentali per la realizzazione del revamping. Il cui iter, di fatto, subisce un nuovo pesante stop.
La sentenza. La sentenza del Tar annulla l'autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Parco Colli il 13 dicembre 2010 e la delibera 316 della giunta della Provincia di Padova, approvata il 29 dicembre 2010 e che dava giudizio di compatibilità ambientale per il progetto. Contestualmente, il tribunale ha condannato il Parco Colli al pagamento delle spese processuali (per un totale di 4 mila euro) a favore dei ricorrenti. Non solo. Il Tar chiede la trasmissione della sentenza alla Procura di Padova, «ai fini di della verifica se l’illegittimo rilascio dell’autorizzazione paesaggistica impugnata abbia comportato la commissione di reati, in specie di abuso d’ufficio».
Le motivazioni. Il Tar sottolinea innanzi tutto che la sentenza del Consiglio di Stato numero 1185/2012 (quella che aveva rigettato il ricorso proposto da cittadini e comitati contro gli atti che hanno autorizzato il revamping) non influenza il giudizio di cui si sta trattando, visto che i ricorsi sono proposti da parti distinte (comitati prima e Comuni adesso). Venendo al tema vero e proprio, «il collegio osserva che il progetto autorizzato si pone in contrasto con le norme di tutela del Piano Ambientale» si legge nel dispositivo del Tar, che ricorda come «il primo comma dell’articolo 19 del Piano stabilisce che le cementerie non possono essere ubicate all’interno del perimetro del Parco».
Il tribunale sottolinea inoltre come interventi del genere non possano essere avviati solo «sulla base dell’avvenuta stipula delle convenzioni». Viene poi evidenziato un paradosso: «Con l’autorizzazione paesaggistica si afferma che l’intervento autorizzato è incompatibile con la tutela del paesaggio, ma diventa compatibile se la durata del ciclo produttivo conseguente all’intervento viene limitata a 28 anni». Che tradotto e semplificato vuol dire: perché un intervento diventa incompatibile tra 28 anni e non da subito?
Il Parco. Il tribunale va giù pesante sul Parco Colli. Secondo il Tar, il presidente dell’ente Chiara Matteazzi (ora non più in carica, ndr) nel rilasciare l’autorizzazione ha «adottato una determinazione in contrasto col parere della Commissione Tecnica. Doveva, prima della firma dell’atto, riproporre la questione alla commissione per fare conoscere le motivazioni da lei adottate», come previsto dal regolamento dell’ente. Il Tar va oltre e condanna anche un altro aspetto: il milione di euro promesso da Italcementi per far approvare il revamping: «La convenzione prevede che Italcementi versi all’ente Parco, per interventi di interesse pubblico volti al miglioramento di aree compromesse nonché alla messa in sicurezza di fronti collinari, la somma di un milione di euro. Si tratta di una cifra cospicua, non imposta da disposizioni di legge» e ancora «Si pone conseguentemente il dubbio che la somma costituisca un motivo di persuasione, affinché il presidente del Parco procedesse al rilascio dell’autorizzazione paesaggistica anche a costo di rilasciare un’autorizzazione illegittima». Da qui il vizio di eccesso di potere e la trasmissione degli atti alla Procura. Il Tar bacchetta anche la Soprintendenza, rea di non aver espresso alcun parere concreto sul revamping. «Ora ci aspettiamo che il Parco Colli ritorni al di sopra delle parti e che giochi questa partita senza indossare la maglia dell’Italcementi», è l’auspicio di Piva e Corso.
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lunedì 16 aprile 2012
I cementifici bruceranno rifiuti, Clini prepara il decreto.
Fonte Peppe Croce
16 aprile 2012
showitem.html?item=/documenti/ comunicati/comunicato_0354. html&lang=it
16 aprile 2012
Che il ministro
dell’Ambiente, Corrado Clini, sia favorevole all’incenerimento dei
rifiuti per superare l’emergenza immondizia in varie regioni italiane,
ormai è un fatto noto.
Così come è noto che tra i favorevoli ci sia anche il collega del Mise Corrado Passera. Oggi è arrivata la conferma definitiva.
Così come è noto che tra i favorevoli ci sia anche il collega del Mise Corrado Passera. Oggi è arrivata la conferma definitiva.
Con una nota stampa,
infatti, il Ministero dell’Ambiente annuncia che entro fine mese
arriverà un decreto che permetterà di bruciare più rifiuti negli inceneritori e di farlo anche nei cementifici e nelle altre industrie dotate di altoforno. Afferma lo stesso Clini:
«Vareremo
entro fine mese un decreto che prevede l’impiego di combustibili solidi
secondari nei processi industriali, in particolare nel settore del
cemento, che aiuterà anche molte regioni ad uscire dallo stato di
emergenza».
I combustibili
solidi secondari (CSS) altro non sono che il vecchio combustibile da
rifiuti (CDR, ma anche la versione ad “alta qualità”, neanche fosse latte fresco,
denominata CDR-Q) che seguono la nuova standardizzazione europea UNI
EN/TS 15359. Una specifica tecnica che in Italia ha inglobato quella del
CDR e del CDE-Q grazie a un decreto del Governo Berlusconi, il
205/2010.
Cosa cambia tra il CDR, che a sua volta è l’evoluzione delle vecchie “ecoballe”, e il nuovo CCS? Molto poco. Nella presentazione
di questo combustibile da rifiuti fatta a Rimini a Ecomondo 2011 da un
dirigente di Ricerca Sistema Energetico (cioè del GSE), si afferma che
il CSS non è altro che:
«Un vettore
energetico solido ottenuto da rifiuti non pericolosi, utilizzato per il
recupero di energia in impianti di incenerimento o co-incenerimento,
rispondente alle specifiche e alla classificazione fornite dalla CEN/TS
15359»
Ma cosa c’è
esattamente dentro? Quali sono gli ingredienti di un CSS a norma di
legge? È difficilissimo saperlo, sia per questioni tecniche che per
questioni mediatiche: dire che si brucia CSS è una cosa, dire che si
bruciano rifiuti urbani è un’altra. Bisogna andare a cercare una ditta
che ha tra i suoi servizi la produzione di CSS per capire cosa ci
finisce dentro. Fra queste, la Dalena Ecologia S.r.l. di Taranto, che in una presentazione elenca cosa può essere trasformato in CSS:
- Plastiche;
- Pneumatici fuori uso;
- Scarti in gomma;
- Tessili e scarti del calzaturiero;
- Frazioni secche combustibili.
Il passaggio
dal CDR al CCS, però, ha causato fino ad oggi alcuni problemi
burocratici a causa della poca chiarezza delle norme. Con il
prossimo decreto di Clini, quindi, si potrà cuocere il cemento bruciando
un combustibile derivato da plastica e copertoni senza incappare in
cavilli sgradevoli. Ma non solo perché il CSS, come già il CDR e
il CDR-Q, è considerato una fonte rinnovabile e quindi, se è usato
negli inceneritori per produrre energia elettrica, da il diritto a
ricevere gli incentivi statali.
Gli stessi incentivi che Clini e Passera hanno appena stroncato per fotovoltaico ed eolico,
perciò vengono al contrario favoriti per gli inceneritori e persino per
i cementifici, qualora avessero un impianto di cogenerazione
calore-elettricità.
http://minambiente.it/home_it/lunedì 9 aprile 2012
Fotovoltaico: quando il Comune rema contro
Fonte Forum Saperi PA
di Tiziano Marelli
3 Aprile 2012
Riprogongo qui un articolo molto interessante che fa comprendere le difficoltà che un semplice cittadino può incontrare nel rapporto con le burocrazia delle istituzioni.
Risale a circa due anni fa il mio “incontro ravvicinato” con il fotovoltaico e i problemi connessi alla sua installazione. Fu allora che mia moglie decise di ristrutturare una casa che possedeva in Sabina, in provincia di Roma; a lavori terminati ci saremmo poi trasferiti lì (e da qualche settimana è così). Una delle cose che avevamo ben chiara era quella di puntare sulle energie alternative. Ci informammo subito, e ci volle poco a capire che l’impresa si poteva rivelare titanica. In Comune ci dissero che bisognava parlarne con il tecnico, un architetto che non era presente tutti i giorni; dopo una serie di telefonate per fissare un appuntamento riuscimmo finalmente ad incontrarlo. Era evidente la sua perplessità, anche se non supportata da argomenti convincenti. Che, in ordine sparso, erano più o meno questi: dovrebbero esserci dei vincoli che impediscono lo stravolgimento (?) dei palazzi del centro storico, bisogna chiedere il parere alla Sovrintendenza delle Belle Arti, ma chi ve lo fa fare, cosa diranno gli abitanti del luogo di forestieri che arrivano e subito impiantano qualcosa di inedito (sì, saremmo stati i primi)… e via di questo passo. Comunque, il professionista preposto promise di informarsi e - meglio ancora! - di documentarsi. Da allora, per mesi, le telefonate a lui dirette andarono a vuoto, al massimo furono interlocutorie e a nulla valsero nemmeno alcuni miei appostamenti a mò di staffetta partigiana per avvisare mia moglie del suo arrivo negli uffici comunali e procedere noi con un blitz. Comunque, per noi l’intenzione rimaneva ferma, tanto che contattammo una società “ecologica” specializzata in energie alternative, commissionammo – con tanto di congruo anticipo - uno studio di fallibilità e bloccammo anche il materiale occorrente che “sennò aumenta, con il tempo che passa” (un consiglio extra-argomento: mai fare cose del genere, soprattutto con società che si spacciano alternative, eque e solidali, ma è molto meglio rivolgersi a chi si occupa di business puro e basta e non si traveste da “ecologico” finto; quanto versato allora non lo abbiamo naturalmente mai visto indietro, e probabilmente mai lo vedremo).
Il tempo passava e i consigli a desistere ci arrivavano da sempre più parti. Le ultime due eccezioni sollevate riguardavano il “decoro” del centro che sarebbe così stato “devastato” dai pannelli scuri (abbiamo risposto che in tutto il resto d’Europa una dichiarazione del genere sarebbe stata considerata una bestialità, ma che allora avremmo semmai puntato su tegole fotovoltaiche di ultima generazione, e che comunque le decine di padelle da parabola presenti anche in quella zona un po’ dovunque non avevano sollevato nessuna rivolta popolare), e il fatto che dal vicino castello (vanto e pregio del paese) avrebbero potuto protestare perché la vista, ai clienti che lo frequentano (da qualche anno è diventato un albergo di lusso), sarebbe potuta risultata fastidiosa e avrebbe provocato nel tempo un calo delle presenze e una perdita economica secca per tutta la comunità. Di stupidaggine in stupidaggine del genere, senza che nel frattempo mai l’architetto di cui sopra ci avesse dato conto della sua ricerca di “informazioni” (quali mai fossero queste, a tutt’oggi non ci è dato sapere), gli operai che procedevano alla ristrutturazione arrivarono al tetto: fra impalcatura e rifacimento incombente non c’era molto più tempo a disposizione per rimandare il da farsi, e questo accadde proprio nel periodo che lo scorso Governo stava traccheggiando sull’opportunità o meno di concedere ancora gli incentivi per le energie alternative, e in che quantità. Vista l’urgenza di dover prendere una decisione in poco tempo, a malincuore per non poter concorrere al riequilibrio energetico del Paese (con la “P” maiuscola, inteso come Italia) fummo costretti a rinunciare al progetto, ripiegando sulla “classica” energia elettrica, senza da allora riuscire a liberarci dalla sensazione di aver mancato una grande opportunità, se non anche ad un preciso dovere civico ed etico.
Bene, ho raccontato tutto questo perché da quando ho saputo che il prossimo stangatone governativo in programma a breve, e riferito all’aumento della bolletta della luce (si parla più o meno del 10%!) è in gran parte dovuto al bisogno di sostenere in maniera concreta gli incentivi per chi decide di passare al fotovoltaico e al solare, passo facilmente dalla risata più sfrenata all’incazzato nero tout court. Perché l’equazione facile facile è questa: succederà che contribuirò corposamente al finanziamento di qualcosa che volevo anch’io e non sono riuscito a portare termine “grazie” a chi ha osteggiato fino all’ultimo proprio quel qualcosa che invece il mio Governo vuole a tutti i costi che si espanda il più possibile, com’è giusto e sacrosanto.
Non solo. Proprio in queste ore leggo su Repubblica che secondo “Comuni rinnovabili”, il dossier annuale di Legambiente, grazie a oltre 400 mila impianti distribuiti su tutto il territorio nazionale, la produzione da fonti rinnovabili “nel 2011 ha raggiunto il 26,6% dei consumi elettrici complessivi italiani (eravamo al 23% nel 2010), e il 14% dei consumi energetici finali (eravamo all'8% nel 2000)”. L’articolo spiega anche che “Grazie a un mix di fonti pulite (…), ben 279 Comuni soddisfano una percentuale compresa tra il 50 e il 79% delle loro necessità, 1338 coprono tra il 20 e il 49%, mentre quelli autosufficienti per la sola elettricità sono oltre 2mila. E se (attenzione!, ndc) siete preoccupati per gli impatti sul paesaggio, è il caso di citare anche i 109 municipi dove questo obiettivo è centrato grazie esclusivamente al fotovoltaico installato sui tetti degli edifici”.
Il colmo per quanto mi riguarda è comunque raggiunto quando Legambiente, fra i tanti riconoscimenti da sottolineare cita anche quello andato alla Provincia di Roma per gli impianti fotovoltaici posizionati nelle scuole del territorio. Non eravamo i primi e non saremmo stati gli unici, quindi, a metterne uno da queste parti, ma si vede che ai tecnici della Provincia non sono bastate (se mai ha avuto il coraggio di farle) le fantasiose obiezioni di un altro tecnico - comunale e a mezzo servizio - per evitare di portare a termine un’impresa così doverosa, necessaria e rivolta al domani. Sorrido e basta, stavolta, così mi consolo e penso anch’io a quello che potrà succedere in futuro: magari prima o poi mi vien voglia di rimettere mano alle tegole, senza che nessuno abbia più la forza, la spocchia e l’ardire di metterci anche solo minimamente becco.
di Tiziano Marelli
3 Aprile 2012
Riprogongo qui un articolo molto interessante che fa comprendere le difficoltà che un semplice cittadino può incontrare nel rapporto con le burocrazia delle istituzioni.
Risale a circa due anni fa il mio “incontro ravvicinato” con il fotovoltaico e i problemi connessi alla sua installazione. Fu allora che mia moglie decise di ristrutturare una casa che possedeva in Sabina, in provincia di Roma; a lavori terminati ci saremmo poi trasferiti lì (e da qualche settimana è così). Una delle cose che avevamo ben chiara era quella di puntare sulle energie alternative. Ci informammo subito, e ci volle poco a capire che l’impresa si poteva rivelare titanica. In Comune ci dissero che bisognava parlarne con il tecnico, un architetto che non era presente tutti i giorni; dopo una serie di telefonate per fissare un appuntamento riuscimmo finalmente ad incontrarlo. Era evidente la sua perplessità, anche se non supportata da argomenti convincenti. Che, in ordine sparso, erano più o meno questi: dovrebbero esserci dei vincoli che impediscono lo stravolgimento (?) dei palazzi del centro storico, bisogna chiedere il parere alla Sovrintendenza delle Belle Arti, ma chi ve lo fa fare, cosa diranno gli abitanti del luogo di forestieri che arrivano e subito impiantano qualcosa di inedito (sì, saremmo stati i primi)… e via di questo passo. Comunque, il professionista preposto promise di informarsi e - meglio ancora! - di documentarsi. Da allora, per mesi, le telefonate a lui dirette andarono a vuoto, al massimo furono interlocutorie e a nulla valsero nemmeno alcuni miei appostamenti a mò di staffetta partigiana per avvisare mia moglie del suo arrivo negli uffici comunali e procedere noi con un blitz. Comunque, per noi l’intenzione rimaneva ferma, tanto che contattammo una società “ecologica” specializzata in energie alternative, commissionammo – con tanto di congruo anticipo - uno studio di fallibilità e bloccammo anche il materiale occorrente che “sennò aumenta, con il tempo che passa” (un consiglio extra-argomento: mai fare cose del genere, soprattutto con società che si spacciano alternative, eque e solidali, ma è molto meglio rivolgersi a chi si occupa di business puro e basta e non si traveste da “ecologico” finto; quanto versato allora non lo abbiamo naturalmente mai visto indietro, e probabilmente mai lo vedremo).
Il tempo passava e i consigli a desistere ci arrivavano da sempre più parti. Le ultime due eccezioni sollevate riguardavano il “decoro” del centro che sarebbe così stato “devastato” dai pannelli scuri (abbiamo risposto che in tutto il resto d’Europa una dichiarazione del genere sarebbe stata considerata una bestialità, ma che allora avremmo semmai puntato su tegole fotovoltaiche di ultima generazione, e che comunque le decine di padelle da parabola presenti anche in quella zona un po’ dovunque non avevano sollevato nessuna rivolta popolare), e il fatto che dal vicino castello (vanto e pregio del paese) avrebbero potuto protestare perché la vista, ai clienti che lo frequentano (da qualche anno è diventato un albergo di lusso), sarebbe potuta risultata fastidiosa e avrebbe provocato nel tempo un calo delle presenze e una perdita economica secca per tutta la comunità. Di stupidaggine in stupidaggine del genere, senza che nel frattempo mai l’architetto di cui sopra ci avesse dato conto della sua ricerca di “informazioni” (quali mai fossero queste, a tutt’oggi non ci è dato sapere), gli operai che procedevano alla ristrutturazione arrivarono al tetto: fra impalcatura e rifacimento incombente non c’era molto più tempo a disposizione per rimandare il da farsi, e questo accadde proprio nel periodo che lo scorso Governo stava traccheggiando sull’opportunità o meno di concedere ancora gli incentivi per le energie alternative, e in che quantità. Vista l’urgenza di dover prendere una decisione in poco tempo, a malincuore per non poter concorrere al riequilibrio energetico del Paese (con la “P” maiuscola, inteso come Italia) fummo costretti a rinunciare al progetto, ripiegando sulla “classica” energia elettrica, senza da allora riuscire a liberarci dalla sensazione di aver mancato una grande opportunità, se non anche ad un preciso dovere civico ed etico.
Bene, ho raccontato tutto questo perché da quando ho saputo che il prossimo stangatone governativo in programma a breve, e riferito all’aumento della bolletta della luce (si parla più o meno del 10%!) è in gran parte dovuto al bisogno di sostenere in maniera concreta gli incentivi per chi decide di passare al fotovoltaico e al solare, passo facilmente dalla risata più sfrenata all’incazzato nero tout court. Perché l’equazione facile facile è questa: succederà che contribuirò corposamente al finanziamento di qualcosa che volevo anch’io e non sono riuscito a portare termine “grazie” a chi ha osteggiato fino all’ultimo proprio quel qualcosa che invece il mio Governo vuole a tutti i costi che si espanda il più possibile, com’è giusto e sacrosanto.
Non solo. Proprio in queste ore leggo su Repubblica che secondo “Comuni rinnovabili”, il dossier annuale di Legambiente, grazie a oltre 400 mila impianti distribuiti su tutto il territorio nazionale, la produzione da fonti rinnovabili “nel 2011 ha raggiunto il 26,6% dei consumi elettrici complessivi italiani (eravamo al 23% nel 2010), e il 14% dei consumi energetici finali (eravamo all'8% nel 2000)”. L’articolo spiega anche che “Grazie a un mix di fonti pulite (…), ben 279 Comuni soddisfano una percentuale compresa tra il 50 e il 79% delle loro necessità, 1338 coprono tra il 20 e il 49%, mentre quelli autosufficienti per la sola elettricità sono oltre 2mila. E se (attenzione!, ndc) siete preoccupati per gli impatti sul paesaggio, è il caso di citare anche i 109 municipi dove questo obiettivo è centrato grazie esclusivamente al fotovoltaico installato sui tetti degli edifici”.
Il colmo per quanto mi riguarda è comunque raggiunto quando Legambiente, fra i tanti riconoscimenti da sottolineare cita anche quello andato alla Provincia di Roma per gli impianti fotovoltaici posizionati nelle scuole del territorio. Non eravamo i primi e non saremmo stati gli unici, quindi, a metterne uno da queste parti, ma si vede che ai tecnici della Provincia non sono bastate (se mai ha avuto il coraggio di farle) le fantasiose obiezioni di un altro tecnico - comunale e a mezzo servizio - per evitare di portare a termine un’impresa così doverosa, necessaria e rivolta al domani. Sorrido e basta, stavolta, così mi consolo e penso anch’io a quello che potrà succedere in futuro: magari prima o poi mi vien voglia di rimettere mano alle tegole, senza che nessuno abbia più la forza, la spocchia e l’ardire di metterci anche solo minimamente becco.
sabato 7 aprile 2012
Raccolta del verde troppo cara Il Comune obbliga al «fai da te»
Fonte L'Arena
di Vittorio Zambaldo
TREGNAGO. Sospeso il «porta a porta» per gli scarti vegetali: per smaltirli i cittadini devono andare all'isola ecologica
Il sindaco: «Il mantenimento del servizio avrebbe comportato aumenti tariffari del 10-12 per cento su tutti i cittadini, anche quelli senza il giardino»
06/04/2012
Sparisce la raccolta del verde, cioè del materiale residuo di
potature dei giardini, da parte del Comune di Tregnago, mentre rimane
attivo lo smaltimento attraverso l'isola ecologica a disposizione
gratuita dei cittadini. La decisione, assieme a quella di un maggior
controllo sui conferimenti all'isola ecologica, ha provocato qualche
disagio, con code al cancello dell'isola ecologica, motivate dal fatto
che l'incaricato era tenuto a chiedere un documento di identità a chi
entrava per il conferimento e la compilazione di una dichiarazione sul
materiale trasportato. «Abbiamo tenuto il controllo del documento e
annullato la dichiarazione», fanno sapere il sindaco Renato Ridolfi e
l'assessore all'ecologia Claudio Ferrari, «perché abbiamo notato che con
maggior controllo è crollato il conferimento di rifiuti da altri paesi,
che portavano un costo aggiuntivo per le tasche dei tregnaghesi
chiamati a pagare lo smaltimento». Dunque in questa stagione di potature
si potrà continuare a portare all'isola ecologica i residui dei tagli
ma non ci sarà più il servizio di prelievo porta a porta in una
prospettiva di riorganizzazione e razionalizzazione dei costi. «Abbiamo
scelto di sacrificare questo servizio», spiegano sindaco e assessore,
«per non gravare ulteriormente sulle famiglie già oberate di spese in
questo periodo di crisi economica. Il mantenimento del servizio di
raccolta avrebbe comportato la necessità di aumentare la tariffa del
10-12 per cento, mentre ci sarà un aumento minimo, al 3 per cento, che è
l'indice di adeguamento Istat all'inflazione, dato che la tassa era
invariata da oltre due anni». Il costo della raccolta e dello
smaltimento dei rifiuti urbani è stato per il 2011 di 465mila euro,
interamente coperti dalla Tarsu, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti
solidi urbani che è a carico dei cittadini. «Già lo scorso anno abbiamo
raggiunto il 65 per cento di raccolta differenziata», fa sapere
l'assessore Ferrari, «limite che la legge avrebbe imposto per
quest'anno, ma per il 2012 contiamo di migliorare ulteriormente, grazie
ai controlli più stretti all'isola ecologica». «In realtà è stato
sospeso un servizio che negli altri Comuni non è mai stato erogato»,
aggiunge il sindaco, «ma era un qualcosa in più offerto ai nostri
concittadini e che oggi potrebbe essere garantito solo con un aumento
consistente della Tarsu. Peraltro non è giusto che la raccolta del
verde, di chi dispone di grandi giardini attorno a casa, gravi su tutta
la cittadinanza, anche su chi vive in appartamento: insomma, il verde di
pochi non può essere pagato da tutti». Tuttavia per chi non volesse
trasferire erba e ramaglie all'isola ecologica o non ne avesse la
possibilità se non facendosi aiutare da qualcuno, il Comune ha deciso di
mantenere la possibilità del prelievo a casa con un servizio a
pagamento. È sufficiente richiederlo in Comune, pagare 10 euro a
chiamata e 0,10 centesimi a metro quadrato del proprio giardino: è stato
calcolato che il proprietario di una villetta con giardino e siepe di
modeste dimensioni, che volesse utilizzare questo servizio, avrebbe un
costo complessivo di una trentina di euro, chiamata e trasporto
compresi. «A seguito dell'introduzione dell'Imposta municipale unica
(Imu), la tassa sui fabbricati e sui terreni, da parte del governo,
l'amministrazione ha scelto di mantenere inalterate e non aumentare le
aliquote, nonostante i continui tagli dei trasferimenti statali che solo
per il 2012 supereranno per Tregnago i 75mila euro», spiega il sindaco,
«e nelle nostre intenzioni l'aumento dell'Irpef doveva portare nuove
risorse per investimenti a favore dei cittadini mentre il ricavato sarà
totalmente assorbito dai tagli dei trasferimenti statali».
di Vittorio Zambaldo
TREGNAGO. Sospeso il «porta a porta» per gli scarti vegetali: per smaltirli i cittadini devono andare all'isola ecologica
Il sindaco: «Il mantenimento del servizio avrebbe comportato aumenti tariffari del 10-12 per cento su tutti i cittadini, anche quelli senza il giardino»
06/04/2012
sabato 3 marzo 2012
Este e Baone continuano la battaglia
Fonte Il Mattino di Padova
2 marzo 2012
Il Consiglio di Stato ha deciso: il revamping è pienamente legittimo. Mercoledì l'alto organo giurisdizionale ha ribaltato la sentenza del Tar Veneto che aveva definito incompatibile il progetto di ristrutturazione del cementificio Italcementi. Secondo il Consiglio di Stato, il revamping altro non è che «un generale rinnovamento degli impianti con conseguenti miglioramenti dell'impatto ambientale e delle emissioni». Sempre a detta del supremo organo giudiziario amministrativo, la convenzione tra Italcementi, Parco e Comune di Monselice (quella che di fatto sanciva la via della ristrutturazione dell'impianto) era pienamente legittima.
La partita è dunque chiusa? Sotto il profilo giudiziario, restano in piedi in realtà altri due ricorsi, entrambi portati avanti dai Comuni di Este e Baone. Sono gli ultimi “baluardi” legali alla battaglia contro la ristrutturazione di Italcementi. Il primo è stato presentato al Tar contro la delibera della Provincia di Padova che ha autorizzato il revamping, il secondo al Consiglio di Stato (dopo che il Tar lo ha respinto) per contestare l'esclusione di Este e Baone dalla convenzione a tre tra cementificio, Parco e Monselice. «Ed è su quest'ultimo punto che noi facciamo ancora affidamento – conferma Francesco Corso, sindaco di Baone – La risposta del Consiglio di Stato non ha alcun riflesso su questo ricorso. Crediamo di poter vincere e di poter essere ammessi tra gli attori della convenzione. Ricordo che il cementificio è a 450 metri dai confini di Baone. E' insensato non chiedere il nostro parere». C'è però un rischio, a rigor di logica e di sensibilità: che, anche se ammessi, il Comune di Este e Baone restino una minoranza rispetto agli altri tre enti. «La convenzione poggia su un presupposto – risponde il sindaco di Este, Giancarlo Piva – e cioè che tutti gli attori hanno pari dignità e pari dignità hanno le istanze che ciascuno porta». «E la conferma arriva dall'atteggiamento del Comune di Monselice – continua Corso – che non si è minimamente opposto al nostro ricorso. Sarebbe cosa buona che anche Italcementi riconoscesse la dignità delle nostre due municipalità. Deve essere chiara una cosa: non ci sentiamo marginali». Diversa la situazione per il ricorso al Tar sulla delibera provinciale, che inevitabilmente verrà condizionata dall'epilogo giudiziario degli ultimi giorni: «Abbiamo dato mandato ai nostri legali di studiare quanto espresso dal Consiglio di Stato e di valutare se tecnicamente questo potrà avere effetti negativi sul Tar – confermano i due sindaci – In ogni caso non ritireremo il nostro ricorso, vada come vada». In generale, tuttavia, Piva e Corso incassano il colpo “sportivamente”: «Siamo sempre stati garantisti e non possiamo che rispettare una sentenza del genere. E' evidente che una parte, non la nostra, ha ottenuto la ragione. Detto questo, siamo estremamente amareggiati dall'esito della consultazione. E' evidente che il progetto revamping ha creato una frattura nella società, e che questa parte si è vista “espropriare” una parte di territorio e di futuro».
2 marzo 2012
Il Consiglio di Stato ha deciso: il revamping è pienamente legittimo. Mercoledì l'alto organo giurisdizionale ha ribaltato la sentenza del Tar Veneto che aveva definito incompatibile il progetto di ristrutturazione del cementificio Italcementi. Secondo il Consiglio di Stato, il revamping altro non è che «un generale rinnovamento degli impianti con conseguenti miglioramenti dell'impatto ambientale e delle emissioni». Sempre a detta del supremo organo giudiziario amministrativo, la convenzione tra Italcementi, Parco e Comune di Monselice (quella che di fatto sanciva la via della ristrutturazione dell'impianto) era pienamente legittima.
La partita è dunque chiusa? Sotto il profilo giudiziario, restano in piedi in realtà altri due ricorsi, entrambi portati avanti dai Comuni di Este e Baone. Sono gli ultimi “baluardi” legali alla battaglia contro la ristrutturazione di Italcementi. Il primo è stato presentato al Tar contro la delibera della Provincia di Padova che ha autorizzato il revamping, il secondo al Consiglio di Stato (dopo che il Tar lo ha respinto) per contestare l'esclusione di Este e Baone dalla convenzione a tre tra cementificio, Parco e Monselice. «Ed è su quest'ultimo punto che noi facciamo ancora affidamento – conferma Francesco Corso, sindaco di Baone – La risposta del Consiglio di Stato non ha alcun riflesso su questo ricorso. Crediamo di poter vincere e di poter essere ammessi tra gli attori della convenzione. Ricordo che il cementificio è a 450 metri dai confini di Baone. E' insensato non chiedere il nostro parere». C'è però un rischio, a rigor di logica e di sensibilità: che, anche se ammessi, il Comune di Este e Baone restino una minoranza rispetto agli altri tre enti. «La convenzione poggia su un presupposto – risponde il sindaco di Este, Giancarlo Piva – e cioè che tutti gli attori hanno pari dignità e pari dignità hanno le istanze che ciascuno porta». «E la conferma arriva dall'atteggiamento del Comune di Monselice – continua Corso – che non si è minimamente opposto al nostro ricorso. Sarebbe cosa buona che anche Italcementi riconoscesse la dignità delle nostre due municipalità. Deve essere chiara una cosa: non ci sentiamo marginali». Diversa la situazione per il ricorso al Tar sulla delibera provinciale, che inevitabilmente verrà condizionata dall'epilogo giudiziario degli ultimi giorni: «Abbiamo dato mandato ai nostri legali di studiare quanto espresso dal Consiglio di Stato e di valutare se tecnicamente questo potrà avere effetti negativi sul Tar – confermano i due sindaci – In ogni caso non ritireremo il nostro ricorso, vada come vada». In generale, tuttavia, Piva e Corso incassano il colpo “sportivamente”: «Siamo sempre stati garantisti e non possiamo che rispettare una sentenza del genere. E' evidente che una parte, non la nostra, ha ottenuto la ragione. Detto questo, siamo estremamente amareggiati dall'esito della consultazione. E' evidente che il progetto revamping ha creato una frattura nella società, e che questa parte si è vista “espropriare” una parte di territorio e di futuro».
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