lunedì 27 febbraio 2012

Coltan, il dramma dell'Africa in un cellulare

Fonte La Stampa
di
26 febbraio 2012

L'estrazione del mix di columbite e tantalite essenziale per la maggior parte dei congegni elettronici alimenta l'infinita guerra civile del Congo
Quanto costa davvero un telefonino? Non sto parlando di offerte e sconti e promozioni, ma del suo impatto, delle sue conseguenze, per così dire.
Chi possiede un cellulare sa (o dovrebbe sapere) che cos’è il coltan. Si tratta di un minerale, anzi di una combinazione di minerali, columbite e tantalite, essenziale per la fabbricazione di tutti i gadget elettronici perché serve a ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione. Dai cellulari alle cellule fotovoltaiche, dalle telecamere ai computer portatili fino all'industria aerospaziale, agli air bag, ai visori notturni, alle fibre ottiche, il coltan è presente e sempre più ricercato. Il suo valore, minimo fino a una cinquantina di anni fa, è in costante ascesa. Estrarlo non è semplice, si tratta di frantumare minutamente pietre in grandi cave all’aperto. Tipico lavoro da miniera, di quello duro, antico.
Ma non è solo questo, il punto è che il coltan, il suo sfruttamento, il suo commercio in gran parte illegale, sono alla base della interminabile guerra che devasta la repubblica democratica del Congo, l'ex Congo belga già provato dal feroce colonialismo di Leopoldo II, che è una delle più importanti zone di estrazione. I proventi della vendita del minerale servono infatti a pagare i soldati e ad acquistare nuove armi alimentando la lotta tra gruppi paramilitari e guerriglieri nella regione di Kivu, nella parte orientale del Paese e nei vicini Rwanda e Uganda. Un commercio senza regole con strane interazioni tra gruppi armati locali, multinazionali dell’elettronica occidentali e asiatiche e organizzazioni criminali internazionali.
Un tema di cui l’Onu si occupa senza successo fin dal 2002 e che si traduce in una catena di conflitti e sfruttamento, lavoro minorile compreso perché sono i bambini, specie i più piccoli – rapiti o comprati alle famiglie - i più adatti a calarsi nelle strette buche da cui si estraggono le pietre che contengono il coltan. A salari da fame. Secondo un rapporto di Watch International del 2009, la manodopera locale prende l’equivalente di 18 centesimi di euro per ogni kg di coltan estratto, che per i bambini scende a una paga giornaliera di 9 centesimi. Il prezzo di mercato del minerale arriva fino ai 600 dollari al kg.
Un’attività svolta senza alcuna regola né sicurezza per un mercato che ne è altrettanto privo. Se infatti il cosiddetto “protocollo di Kimberley”, di cui molte associazioni chiedono un omologo, ha posto un minimo di regole al mercato dei diamanti, per il coltan non esiste nulla del genere, malgrado l’amministrazione americana nella riforma di Wall Street abbia introdotto un articolo, il 1502, che prevede per i produttori di apparati elettronici quali grandi consumatori di coltan, l’obbligo della certificazione sulla sua provenienza. In mancanza di un organo di controllo, infatti, si tratta di mera autocertificazione. Sta quindi alla libera iniziativa delle singole aziende garantire che le apparecchiature elettroniche prodotte provengano da zone conflict-free e da una produzione legale. Quante lo faranno?

Il primo cittadino si difende «I conti sono in ordine»

Fonte Il Mattino di Padova
di F. Segato

19 febbraio 2012

«È tutta una montatura, messa in piedi da un gruppo di dissidenti. Si dice tranquillo il sindaco di Solesino, Walter Barin, il cui nome spunta tra quelli degli ex vertici della Bcc di Lusia, indagati dalla Guardia di finanza. La vicenda ha avuto ampio risalto sulla stampa rodigina. Ma per il momento non sarebbe ancora partito alcun avviso di garanzia. «Io sono uscito di scena con l’assemblea del 23 ottobre scorso – spiega Barin – quando è stato nominato il nuovo Cda, perché per il nuovo statuto della banca la carica di sindaco non era compatibile con la presenza nel Cda».
In verità, l’assemblea di ottobre fu piuttosto turbolenta: nei mesi precedenti c’era stata l’ispezione della Banca d’Italia, che aveva redatto un rapporto con l'esito dell'ispezione, segnalando tutto quello che non andava. «Rapporto che abbiamo ricevuto solo il 2 agosto – ricorda Barin – per cui non avremmo potuto presentarlo alla precedente assemblea».
All'assemblea di ottobre arriva quindi la relazione sulle conclusioni della Banca d'Italia e la nomina del nuovo Cda. C'è chi fa pesare il "doppio ruolo" di Barin, sindaco e presidente della banca, e a quel punto lui si fa da parte. Ai vertici della Bcc restano comunque 7 esponenti della precedente gestione: nel Cda il presidente Schiro e il vice Marassi, Gastaldello, Cestari e Mazzuccato, nel nuovo collegio sindacale Andriotto e Tognolo. Ma come sarebbe maturato questo “buco” da 11 milioni? “Non c’è niente di vero – assicura Barin – Le sofferenze oggi ci sono in tutte le banche. Se una ditta che è stata solida per 30 anni si trova in difficoltà, e si tenta di sorreggerla, è un reato? Io dico che è un dovere morale». Circola pure la voce che tra le beneficiarie dei finanziamenti vi fosse l’Immobiliare Barin di Solesino, vicina al sindaco. «I miei conti con la banca sono tutti in ordine – controbatte Barin – non ci sono sofferenze mie o di persone a me vicine: sfido chiunque a dimostrare il contrario. È una campagna denigratoria di cui qualcuno dovrà rispondere». (f.se.)

Buco da 11 milioni di euro alla Banca Adige Po

Fonte Il Mattino di Padova
di F. Segato
18 febbraio 2012

Terremoto sulla Banca Adige Po, nel mirino della Guardia di finanza per un presunto buco da 11 milioni di euro. A carico della "vecchia guardia", 13 ex componenti degli organi collegiali del Credito cooperativo di Lusia, l'accusa è di aver tenuto nascosto ai soci una perdita di bilancio che supera gli 11 milioni di euro. Tra loro anche un nome che balza agli occhi, quello del sindaco di Solesino Walter Barin, a lungo vicepresidente e per tre mesi, fino all’ottobre scorso, presidente della Banca. Che ha sede a Lusia ma conta quattro filiali anche nel Padovano.
L’indagine, condotta dal Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Rovigo, è stata coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica di Verona, Federica Ormanni. Dall’esame dei documenti contabili, i finanzieri hanno ricostruito la reale situazione economico-patrimoniale dell'Istituto di credito: situazione che sarebbe stata occultata ai soci. Il “buco” accumulatosi negli ultimi cinque anni ammonta a 11.244.017 euro. Una perdita di bilancio determinata dalle perdite sui crediti inesigibili, che gli stessi organi della Banca avevano concesso a soggetti privi dei necessari requisiti di solvibilità e senza le prescritte garanzie.
In pratica, la banca avrebbe concesso una serie di finanziamenti ad imprese che non presentavano una sufficiente solvibilità. La stessa perdita è stata, poi, occultata attraverso l’omesso stralcio dei crediti inesigibili, che sono stati imputati in bilancio gonfiando artificiosamente il valore dell’attivo patrimoniale. Le accuse ipotizzate a carico dei componenti degli organi della Banca vanno dal reato di falso in bilancio a quello di false comunicazioni sociali. Resta il riserbo delle Fiamme gialle sui nomi dei 13 indagati, ma si tratterebbe di tutti i componenti del Cda e del Collegio dei sindaci che amministravano la banca all'epoca dei fatti contestati: Brunetto Piola, all'epoca presidente, l’attuale presidente Antonio Schiro, Giorgio Marassi, Walter Barin, Arnaldo Gastaldello, Renato Cestari, Emanuele Ermolli, Federico Ferretto, Stefano Mazzuccato, Orlando Manfredini e i membri del collegio dei sindaci Andrea Previati, Andrea Vittorio Andriotto e Ivan Tognolo.
Le Fiamme gialle hanno segnalato all’autorità giudiziaria anche la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, per non avere adottato i previsti modelli organizzativi e gestionali. I reati in questione si riferiscono all'assemblea dei soci che si è tenuta il 23 maggio 2010 per l'approvazione del bilancio del 2009 a Sanguinetto di Cerea (Verona). Per questo la competenza è nelle mani della Procura veronese. Nel corso di quella seduta, per l'approvazione del bilancio del 2009, il Cda ha riferito solo un passivo di 1 milione e 731mila euro: secondo i finanzieri, invece, la reale situazione dell’istituto di credito era ben diversa. Dal canto suo, la banca ribadisce: la solidità dell’istituto non è in pericolo, i risparmiatori non rischiano nulla e dal 2012 è previsto il ritorno dei conti all’attivo. Il nuovo Cda sta già lavorando per il recupero dei crediti.

Omesse ritenute, prosciolto Francescon

 Fonte Il Mattino di Padova
23 febbraio 2012

Salvato dalla prescrizione? O semplicemente prosciolto perché è decorso troppo tempo per l’esercizio dell’azione penale e - come prevede la legge - non si è potuto entrare nel merito processuale per stabilire l’ estraneità ai fatti contestati. Il risultato, comunque, non cambia per l’imputato: sentenza di non doversi procedere a carico di Maurizio Francescon, 59enne di Solesino, attuale direttore di Confesercenti Padova, accusato di omesse ritenute del sostituto d’imposta per un importo di 100.871 in qualità di legale rappresentante di Cescot Veneto, un centro di formazione nel settore del turismo. A difenderlo l’avvocato Carlo Cappellaro. Ieri l’udienza prevista davanti al giudice Domenica Gambardella che, assente per motivi personali, è stata sostituita dal collega Claudio Elampini. E quest’ultimo, preso atto dei documenti, per ragioni di economia processuale ha emesso la sentenza di proscioglimento dopo aver accertato che era maturato il termine della prescrizione. L’inchiesta era stata avviata dal pm Paolo Luca in seguito a un controllo dell’Agenzia delle Entrate,dal quale risultava il mancato versamento del sostituto d’imposta nei termini per la dichiarazione annuale: la società che riceve prestazioni da collaboratori esterni non legati da un rapporto di lavoro dipendente, infatti, è tenuta a versare delle somme al Fisco a titolo d’imposta. Il direttore Francescon, tuttora al vertice di Cescot, spiega l’accaduto: «Il centro di formazione utilizza contributi pubblici per la sua attività. E nel 2004 quei fondi sono stati erogati in ritardo: anziché saldare le ritenute d’imposta a marzo, lo abbiamo fatto tra settembre e ottobre. Poiché si trattava di somme superiori ai 50 mila euro, è scattato il penale. Non è piacevole quanto successo, ma è stato il ritardo dei contributi che ha fatto slittare la liquidazione delle imposte».
Cristina Genesin

Piani di telefonia preparati da Polab

 Fonte Il Tirreno
di Guido Bini 
 

NAVACCHIO
Per decidere dove piazzare le antenne per i cellulari i Comuni possono fare da sé oppure rivolgersi a Polab.
Da sempre e rigorosamente dalla parte delle amministrazioni pubbliche, in nove anni questa azienda del Polo di Navacchio è divenuta leader del settore, collaborando con 14 Regioni e realizzando piani di telefonia mobile per oltre 400 comuni italiani. Anche per questo motivo, se oggi c’è bisogno di un esperto che sappia dare delucidazioni in materia di inquinamento da campi elettromagnetici, ecco che si chiama Alfio Turco, che di Polab è stato il fondatore assieme a Benedetto Michelozzi. Di pochi giorni fa l’ultimo intervento televisivo di Turco, ospite su Rai Uno della trasmissione “Occhio alla spesa”. «Quando si parla di inquinamento - ci spiega Turco - ci vengono subito in mente i rifiuti o le emissioni di gas inquinanti. Difficile che qualcuno pensi all’inquinamento da campo elettromagnetico, che spesso sottovalutato è invece sempre più presente nelle nostre case, generato dai cellulari ma anche dalle consolle di giochi, dal forno a microonde o dal semplice asciugacapelli».
Entrambi fisici, Turco e Michelozzi si avvicinarono al Polo Tecnologico nel 2001, con l’idea di fornire alle aziende del territorio servizi di qualificazione dei prodotti al fine della marcatura “CE”. Il Polo sostenne l’idea imprenditoriale dei due partecipando al 50 percento in Polab, che a partire dal 2003 iniziò ad occuparsi anche di consulenza e progettazione di piani di telefonia mobile per le amministrazioni pubbliche. «La normativa nazionale - dice in proposito Alfio Turco - prevede che le aziende di telefonia possano installare le antenne con grande libertà, qualora il Comune non si sia dotato di un piano per gli impianti di telefonia. Da qui la necessità dei Comuni di dotarsi di un piano, per garantire da un lato il più basso livello possibile di campo elettromagnetico, a tutela della salute dei cittadini, e dall’altro un’efficace copertura del territorio e della rete, nell’interesse tanto dei cittadini quanto dei gestori di telefonia». C’è da dire che la presenza del Polo all’interno di Polab ha fin dall’inizio favorito l’affidabilità dell’azienda presso le pubbliche amministrazioni. Al rigore scientifico sono state aggiunte garanzie di imparzialità e di tutela per il cittadino e per il territorio, tanto che ancora oggi qualsiasi commissione proposta dalle aziende telefoniche viene categoricamente rifiutata. «Le richieste non sono mancate - assicura il fisico di Navacchio - ma ogni volta abbiamo gentilmente rifiutato l’offerta». Nel ripercorrere la storia di Polab, Alessandro Giari non ha esitato a definire questa azienda un fiore all’occhiello del territorio, oltre che del Polo. «Anche senza arrivare a decine di miliardi di fatturato - ha commentato il presidente del Polo di Navacchio - Polab è senz’altro un’azienda consolidata e di successo, rappresentativa per il territorio e da sempre un modello all’interno del Polo».

venerdì 10 febbraio 2012

Con il silenzio-assenso del Comune Antenna selvaggia, altri cinque impianti

Fonte Il Gazzettino
9 febbraio 2012

 Monselice
Spuntano come funghi le nuove antenne sul territorio comunale di Monselice. Almeno stando alla documentazione archiviata negli uffici comunali, secondo la quale ci sono addirittura cinque nuove richieste avanzate da diversi operatori di telefonia tra fine luglio e fine ottobre 2011. Tutte passate incontrastate, essendo trascorsi i 90 giorni di silenzio-assenso senza che l'ufficio tecnico palesasse la minima perplessità. Il caso più eclatante è forse dato dal nuovo impianto di via Granzette: 33 metri di antenna di Telecom su un terreno agricolo a una distanza davvero minima dalle abitazioni, a cui per di più si aggiungerebbero le parabole della Vodafone, come da richiesta pervenuta tramite Dia. La base è già stata installata e a breve potrebbe sorgere l'antenna vera e propria. Se il traliccio di via Granzette ha portato alla creazione di un comitato spontaneo costituito dai residenti, chissà cosa potrebbe succedere per la nuova antenna prevista in viale Trentino, vicino al Centro Riciclo, dove la pazienza dei cittadini è già messa a dura prova dalle attività industriali presenti. L'istanza di autorizzazione è stata presentata lo scorso 28 ottobre, ma a lasciare perplessi è l'area scelta per erigere l'impianto. Si tratterebbe infatti di un'area privata che avrebbe dovuto essere acquistata dal Comune stesso nell'ambito del piano di lottizzazione della zona industriale. Secondo i ben informati le trattative sarebbero paradossalmente ancora in corso. Un'altra Dia è stata invece presentata dalla Vodafone per poter aggiungere nuove parabole sul traliccio già esistente in via Puglia, sempre in zona industriale. Cambiando zona non cambia affatto la procedura adottata. La quinta richiesta è stata presentata da H3g e riguarda la richiesta di una razionalizzazione, e quindi di nuove parabole, sul traliccio presente nella stazione ferroviaria. Anche in questo caso, trascorsi i termini del silenzio-assenzio, l'installazione sarebbe ormai inevitabile e questione solo di giorni.

Sono 5 le domande per antenne Il Comune non si è opposto

 Fonte Il Mattino di Padova
di Francesca Segato
9 febbraio 2012

MONSELICE  Un'ondata di nuove antenne in arrivo. E' l'allarme lanciato dal consigliere della Nuova Monselice, Francesco Miazzi, che ha chiesto lumi agli uffici comunali, dopo le proteste dei residenti di via Granzette di Schiavonia che si sono visti sbucare un ripetitore davanti a casa. «Ci sono ben cinque nuove richieste avanzate dalle varie compagnie telefoniche – svela Miazzi – tutte protocollate tra fine luglio e fine ottobre 2011, che l’ufficio tecnico non ha minimamente contrastato, lasciando che passassero i termini del silenzio-assenso». Per l'antenna di Schiavonia, la richiesta della Telecom di istallare un palo poligonale alto 33 metri, risale al 29 luglio scorso. «E pur avendone facoltà, l’Ufficio tecnico non ha nemmeno risposto, non ha minimamente tentato di fermare questo procedimento – contesta Miazzi –. E non ha mosso un dito, nemmeno dopo la DIA avanzata dalla Vodafone che preannunciava l’installazione delle sue parabole sempre nel traliccio che Telecom aveva chiesto di costruire». Eppure, per Miazzi si potevano far valere due incongruenze: la fascia di rispetto stradale e la distanza dal metanodotto esistente. Di qui la richiesta al sindaco di emettere un'ordinanza di sospensione lavori: richiesta che avanzeranno, giovedì sera, i residenti riuniti in comitato, che saranno ricevuti dal primo cittadino. La mappa delle nuove antenne segna però anche altri tre nuovi siti. Uno è in via Trentino, dove la Ericcson ha chiesto di installare una nuova stazione radiobase, nei dintorni del Centro Riciclo, dove ci sono pure diverse case. Anche qui l’Istanza di Autorizzazione è stata presentata il 28 ottobre ed anche in questo caso sono già scaduti i termini dei 90 giorni stabiliti per il silenzio-assenso. Anche la Vodafone ha presentato una richiesta, per aggiungere altre parabole sul traliccio della stazione radiobase di via Puglia. E infine H3G ha chiesto di piazzare nuove parabole sul traliccio presente nella stazione ferroviaria. In tutti i casi, il silenzio-assenso è decorso, senza nessun segno di opposizione da parte del Comune.