lunedì 16 aprile 2012

I cementifici bruceranno rifiuti, Clini prepara il decreto.

Fonte Peppe Croce
16 aprile 2012

Che il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, sia favorevole all’incenerimento dei rifiuti per superare l’emergenza immondizia in varie regioni italiane, ormai è un fatto noto.
Così come è noto che tra i favorevoli ci sia anche il collega del Mise Corrado Passera. Oggi è arrivata la conferma definitiva.
Con una nota stampa, infatti, il Ministero dell’Ambiente annuncia che entro fine mese arriverà un decreto che permetterà di bruciare più rifiuti negli inceneritori e di farlo anche nei cementifici e nelle altre industrie dotate di altoforno. Afferma lo stesso Clini:
«Vareremo entro fine mese un decreto che prevede l’impiego di combustibili solidi secondari nei processi industriali, in particolare nel settore del cemento, che aiuterà anche molte regioni ad uscire dallo stato di emergenza».
I combustibili solidi secondari (CSS) altro non sono che il vecchio combustibile da rifiuti (CDR, ma anche la versione ad “alta qualità”, neanche fosse latte fresco, denominata CDR-Q) che seguono la nuova standardizzazione europea UNI EN/TS 15359. Una specifica tecnica che in Italia ha inglobato quella del CDR e del CDE-Q grazie a un decreto del Governo Berlusconi, il 205/2010.
Cosa cambia tra il CDR, che a sua volta è l’evoluzione delle vecchie “ecoballe”, e il nuovo CCS? Molto poco. Nella presentazione di questo combustibile da rifiuti fatta a Rimini a Ecomondo 2011 da un dirigente di Ricerca Sistema Energetico (cioè del GSE), si afferma che il CSS non è altro che:
«Un vettore energetico solido ottenuto da rifiuti non pericolosi, utilizzato per il recupero di energia in impianti di incenerimento o co-incenerimento, rispondente alle specifiche e alla classificazione fornite dalla CEN/TS 15359»
Ma cosa c’è esattamente dentro? Quali sono gli ingredienti di un CSS a norma di legge? È difficilissimo saperlo, sia per questioni tecniche che per questioni mediatiche: dire che si brucia CSS è una cosa, dire che si bruciano rifiuti urbani è un’altra. Bisogna andare a cercare una ditta che ha tra i suoi servizi la produzione di CSS per capire cosa ci finisce dentro. Fra queste, la Dalena Ecologia S.r.l. di Taranto, che in una presentazione elenca cosa può essere trasformato in CSS:
  • Plastiche;
  • Pneumatici fuori uso;
  • Scarti in gomma;
  • Tessili e scarti del calzaturiero;
  • Frazioni secche combustibili.
Il passaggio dal CDR al CCS, però, ha causato fino ad oggi alcuni problemi burocratici a causa della poca chiarezza delle norme. Con il prossimo decreto di Clini, quindi, si potrà cuocere il cemento bruciando un combustibile derivato da plastica e copertoni senza incappare in cavilli sgradevoli. Ma non solo perché il CSS, come già il CDR e il CDR-Q, è considerato una fonte rinnovabile e quindi, se è usato negli inceneritori per produrre energia elettrica, da il diritto a ricevere gli incentivi statali.
Gli stessi incentivi che Clini e Passera hanno appena stroncato per fotovoltaico ed eolico, perciò vengono al contrario favoriti per gli inceneritori e persino per i cementifici, qualora avessero un impianto di cogenerazione calore-elettricità.
http://minambiente.it/home_it/showitem.html?item=/documenti/comunicati/comunicato_0354.html&lang=it


lunedì 9 aprile 2012

Fotovoltaico: quando il Comune rema contro

Fonte Forum Saperi PA
di Tiziano Marelli
3 Aprile 2012
Riprogongo qui un articolo molto interessante che fa comprendere le difficoltà che un semplice cittadino può incontrare nel rapporto con le burocrazia delle istituzioni.

Risale a circa due anni fa il mio “incontro ravvicinato” con il fotovoltaico e i problemi connessi alla sua installazione. Fu allora che mia moglie decise di ristrutturare una casa che possedeva in Sabina, in provincia di Roma; a lavori terminati ci saremmo poi trasferiti lì (e da qualche settimana è così). Una delle cose che avevamo ben chiara era quella di puntare sulle energie alternative. Ci informammo subito, e ci volle poco a capire che l’impresa si poteva rivelare titanica. In Comune ci dissero che bisognava parlarne con il tecnico, un architetto che non era presente tutti i giorni; dopo una serie di telefonate per fissare un appuntamento riuscimmo finalmente ad incontrarlo. Era evidente la sua perplessità, anche se non supportata da argomenti convincenti. Che, in ordine sparso, erano più o meno questi: dovrebbero esserci dei vincoli che impediscono lo stravolgimento (?) dei palazzi del centro storico, bisogna chiedere il parere alla Sovrintendenza delle Belle Arti, ma chi ve lo fa fare, cosa diranno gli abitanti del luogo di forestieri che arrivano e subito impiantano qualcosa di inedito (sì, saremmo stati i primi)… e via di questo passo. Comunque, il professionista preposto promise di informarsi e - meglio ancora! - di documentarsi. Da allora, per mesi, le telefonate a lui dirette andarono a vuoto, al massimo furono interlocutorie e a nulla valsero nemmeno alcuni miei appostamenti a mò di staffetta partigiana per avvisare mia moglie del suo arrivo negli uffici comunali e procedere noi con un blitz. Comunque, per noi l’intenzione rimaneva ferma, tanto che contattammo una società “ecologica” specializzata in energie alternative, commissionammo – con tanto di congruo anticipo - uno studio di fallibilità e bloccammo anche il materiale occorrente che “sennò aumenta, con il tempo che passa” (un consiglio extra-argomento: mai fare cose del genere, soprattutto con società che si spacciano alternative, eque e solidali, ma è molto meglio rivolgersi a chi si occupa di business puro e basta e non si traveste da “ecologico” finto; quanto versato allora non lo abbiamo naturalmente mai visto indietro, e probabilmente mai lo vedremo).
Il tempo passava e i consigli a desistere ci arrivavano da sempre più parti. Le ultime due eccezioni sollevate riguardavano il “decoro” del centro che sarebbe così stato “devastato” dai pannelli scuri (abbiamo risposto che in tutto il resto d’Europa una dichiarazione del genere sarebbe stata considerata una bestialità, ma che allora avremmo semmai puntato su tegole fotovoltaiche di ultima generazione, e che comunque le decine di padelle da parabola presenti anche in quella zona un po’ dovunque non avevano sollevato nessuna rivolta popolare), e il fatto che dal vicino castello (vanto e pregio del paese) avrebbero potuto protestare perché la vista, ai clienti che lo frequentano (da qualche anno è diventato un albergo di lusso), sarebbe potuta risultata fastidiosa e avrebbe provocato nel tempo un calo delle presenze e una perdita economica secca per tutta la comunità. Di stupidaggine in stupidaggine del genere, senza che nel frattempo mai l’architetto di cui sopra ci avesse dato conto della sua ricerca di “informazioni” (quali mai fossero queste, a tutt’oggi non ci è dato sapere), gli operai che procedevano alla ristrutturazione arrivarono al tetto: fra impalcatura e rifacimento incombente non c’era molto più tempo a disposizione per rimandare il da farsi, e questo accadde proprio nel periodo che lo scorso Governo stava traccheggiando sull’opportunità o meno di concedere ancora gli incentivi per le energie alternative, e in che quantità. Vista l’urgenza di dover prendere una decisione in poco tempo, a malincuore per non poter concorrere al riequilibrio energetico del Paese (con la “P” maiuscola, inteso come Italia) fummo costretti a rinunciare al progetto, ripiegando sulla “classica” energia elettrica, senza da allora riuscire a liberarci dalla sensazione di aver mancato una grande opportunità, se non anche ad un preciso dovere civico ed etico.
Bene, ho raccontato tutto questo perché da quando ho saputo che il prossimo stangatone governativo in programma a breve, e riferito all’aumento della bolletta della luce (si parla più o meno del 10%!) è in gran parte dovuto al bisogno di sostenere in maniera concreta gli incentivi per chi decide di passare al fotovoltaico e al solare, passo facilmente dalla risata più sfrenata all’incazzato nero tout court. Perché l’equazione facile facile è questa: succederà che contribuirò corposamente al finanziamento di qualcosa che volevo anch’io e non sono riuscito a portare termine “grazie” a chi ha osteggiato fino all’ultimo proprio quel qualcosa che invece il mio Governo vuole a tutti i costi che si espanda il più possibile, com’è giusto e sacrosanto.
Non solo. Proprio in queste ore leggo su Repubblica che secondo “Comuni rinnovabili”, il dossier annuale di Legambiente, grazie a oltre 400 mila impianti distribuiti su tutto il territorio nazionale, la produzione da fonti rinnovabili “nel 2011 ha raggiunto il 26,6% dei consumi elettrici complessivi italiani (eravamo al 23% nel 2010), e il 14% dei consumi energetici finali (eravamo all'8% nel 2000)”. L’articolo spiega anche che “Grazie a un mix di fonti pulite (…), ben 279 Comuni soddisfano una percentuale compresa tra il 50 e il 79% delle loro necessità, 1338 coprono tra il 20 e il 49%, mentre quelli autosufficienti per la sola elettricità sono oltre 2mila. E se (attenzione!, ndc) siete preoccupati per gli impatti sul paesaggio, è il caso di citare anche i 109 municipi dove questo obiettivo è centrato grazie esclusivamente al fotovoltaico installato sui tetti degli edifici”.
Il colmo per quanto mi riguarda è comunque raggiunto quando Legambiente, fra i tanti riconoscimenti da sottolineare cita anche quello andato alla Provincia di Roma per gli impianti fotovoltaici posizionati nelle scuole del territorio. Non eravamo i primi e non saremmo stati gli unici, quindi, a metterne uno da queste parti, ma si vede che ai tecnici della Provincia non sono bastate (se mai ha avuto il coraggio di farle) le fantasiose obiezioni di un altro tecnico - comunale e a mezzo servizio - per evitare di portare a termine un’impresa così doverosa, necessaria e rivolta al domani. Sorrido e basta, stavolta, così mi consolo e penso anch’io a quello che potrà succedere in futuro: magari prima o poi mi vien voglia di rimettere mano alle tegole, senza che nessuno abbia più la forza, la spocchia e l’ardire di metterci anche solo minimamente becco.

sabato 7 aprile 2012

Raccolta del verde troppo cara Il Comune obbliga al «fai da te»

Fonte L'Arena
di Vittorio Zambaldo

TREGNAGO. Sospeso il «porta a porta» per gli scarti vegetali: per smaltirli i cittadini devono andare all'isola ecologica
Il sindaco: «Il mantenimento del servizio avrebbe comportato aumenti tariffari del 10-12 per cento su tutti i cittadini, anche quelli senza il giardino»


 06/04/2012
Sparisce la raccolta del verde, cioè del materiale residuo di potature dei giardini, da parte del Comune di Tregnago, mentre rimane attivo lo smaltimento attraverso l'isola ecologica a disposizione gratuita dei cittadini. La decisione, assieme a quella di un maggior controllo sui conferimenti all'isola ecologica, ha provocato qualche disagio, con code al cancello dell'isola ecologica, motivate dal fatto che l'incaricato era tenuto a chiedere un documento di identità a chi entrava per il conferimento e la compilazione di una dichiarazione sul materiale trasportato. «Abbiamo tenuto il controllo del documento e annullato la dichiarazione», fanno sapere il sindaco Renato Ridolfi e l'assessore all'ecologia Claudio Ferrari, «perché abbiamo notato che con maggior controllo è crollato il conferimento di rifiuti da altri paesi, che portavano un costo aggiuntivo per le tasche dei tregnaghesi chiamati a pagare lo smaltimento». Dunque in questa stagione di potature si potrà continuare a portare all'isola ecologica i residui dei tagli ma non ci sarà più il servizio di prelievo porta a porta in una prospettiva di riorganizzazione e razionalizzazione dei costi. «Abbiamo scelto di sacrificare questo servizio», spiegano sindaco e assessore, «per non gravare ulteriormente sulle famiglie già oberate di spese in questo periodo di crisi economica. Il mantenimento del servizio di raccolta avrebbe comportato la necessità di aumentare la tariffa del 10-12 per cento, mentre ci sarà un aumento minimo, al 3 per cento, che è l'indice di adeguamento Istat all'inflazione, dato che la tassa era invariata da oltre due anni». Il costo della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti urbani è stato per il 2011 di 465mila euro, interamente coperti dalla Tarsu, la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani che è a carico dei cittadini. «Già lo scorso anno abbiamo raggiunto il 65 per cento di raccolta differenziata», fa sapere l'assessore Ferrari, «limite che la legge avrebbe imposto per quest'anno, ma per il 2012 contiamo di migliorare ulteriormente, grazie ai controlli più stretti all'isola ecologica». «In realtà è stato sospeso un servizio che negli altri Comuni non è mai stato erogato», aggiunge il sindaco, «ma era un qualcosa in più offerto ai nostri concittadini e che oggi potrebbe essere garantito solo con un aumento consistente della Tarsu. Peraltro non è giusto che la raccolta del verde, di chi dispone di grandi giardini attorno a casa, gravi su tutta la cittadinanza, anche su chi vive in appartamento: insomma, il verde di pochi non può essere pagato da tutti». Tuttavia per chi non volesse trasferire erba e ramaglie all'isola ecologica o non ne avesse la possibilità se non facendosi aiutare da qualcuno, il Comune ha deciso di mantenere la possibilità del prelievo a casa con un servizio a pagamento. È sufficiente richiederlo in Comune, pagare 10 euro a chiamata e 0,10 centesimi a metro quadrato del proprio giardino: è stato calcolato che il proprietario di una villetta con giardino e siepe di modeste dimensioni, che volesse utilizzare questo servizio, avrebbe un costo complessivo di una trentina di euro, chiamata e trasporto compresi. «A seguito dell'introduzione dell'Imposta municipale unica (Imu), la tassa sui fabbricati e sui terreni, da parte del governo, l'amministrazione ha scelto di mantenere inalterate e non aumentare le aliquote, nonostante i continui tagli dei trasferimenti statali che solo per il 2012 supereranno per Tregnago i 75mila euro», spiega il sindaco, «e nelle nostre intenzioni l'aumento dell'Irpef doveva portare nuove risorse per investimenti a favore dei cittadini mentre il ricavato sarà totalmente assorbito dai tagli dei trasferimenti statali».